Patto Merkel-Macron sull’euro cosa fatta? Draghi ci spera, mezza Germania no

Le "noiose" elezioni in Germania avranno effetti sulla capacità di Berlino di aprire alle proposte del presidente Macron sull'euro. E Mario Draghi ha bisogno dell'unione politica, prima di lasciare la BCE.

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In questo finale di campagna elettorale poco entusiasmante in Germania, uno dei potenziali partner della cancelliera Angela Merkel agita lo spauracchio di un accordo già scritto con la Francia di Emmanuel Macron per “una qualche forma di trasferimento di denaro” verso il resto dell’Eurozona. Lo sostiene Christian Lindner, leader dei liberali della FDP, che pure è la formazione tedesca più marcatamente europeista, contrario all’istituzione di un bilancio comune e di un ministro delle Finanze unico per l’unione monetaria, temendo che le due proposte dell’Eliseo si traducano in oneri per Berlino.

Non sappiamo se Frau Merkel abbia già trovato un’intesa di massima con il presidente francese sui due punti, ma il cammino verso la loro realizzazione resta in salita proprio per l’opposizione interna alla sua stessa maggioranza, contraria all’integrazione politica e bancaria, percepita come un rischio per i contribuenti tedeschi.

Per realizzare l’intesa, la cancelliera dovrebbe trovare il sostegno dei socialdemocratici, suoi attuali alleati nel governo di Grosse Koalition, che pur con consensi ai minimi dal Secondo Dopoguerra riuscirebbero a garantirle un aiuto indispensabile sulla politica europea. D’altra parte, Berlino è consapevole che dovrà concedere qualcosa agli alleati dell’Eurozona, in cambio delle riforme promesse da questi, a partire dalla Francia. (Leggi anche: Macron e Frau Merkel divisi sull’euro, ma non saranno felici nemmeno i francesi)

Draghi punta all’unione politica

La partita vede in tribuna uno spettatore molto attento e famoso: Mario Draghi. Il governatore della BCE chiede da anni di completare l’unione monetaria con la cessione di ulteriore sovranità fiscale e con l’istituzione della garanzia unica sui depositi, entrambe ritenute necessarie per dare credibilità e forza all’euro sui mercati finanziari. Francoforte teme che, nonostante la crescita economica nell’area più elevata da un decennio a questa parte, quando ai titoli di stato verrà a mancare il sostegno del “quantitative easing”, questi saranno nuovamente prezzati sulla base non solo degli indicatori macro delle economie emittenti, bensì pure della percepita frammentazione dei mercati nell’Eurozona.

Per questo, prima di avviare la svolta monetaria, la quale avverrà nel concreto solo con il rialzo dei tassi, atteso verosimilmente tra la fine dell’anno prossimo e l’inizio del 2019, Draghi vorrebbe ottenere segnali concreti in tal senso da parte delle cancellerie di Berlino e Parigi, concludendo l’incarico tra poco più di due anni con la relativa serenità di chi avrebbe nei fatti centrato il più importante obiettivo del mandato: rendere la moneta unica irreversibile negli stati aderenti. (Leggi anche: Perché la crisi dell’euro difficilmente sarà risolta con l’unione politica)

Elezioni in Germania influenzano relazioni con Macron

Anche l’asse franco-tedesco ha bisogno di Draghi, perché nessun passo verso l’unione politica verrebbe mai compiuto sotto l’attacco dei mercati finanziari. I tedeschi non avallerebbero mai e poi mai un bilancio comune con paesi in crisi con i rispettivi debiti sovrani, non potendo accettare l’ipotesi, a quel punto realistica, di dovere trasferire risorse in loro favore. Il governo di Berlino ha bisogno di un anestetizzante per indorare la pillola ai propri elettori, pur contrastando formalmente il QE nelle sedi pubbliche. Per questo, sarà decisivo il risultato delle elezioni in Germania, per capire se davvero i tedeschi andranno incontro alle richieste di Macron o se le urne avranno rimesso nuovamente tutto in discussione.

Per l’Eliseo, l’ipotesi peggiore sarebbe un’alleanza tra conservatori e liberali al Bundestag, quella migliore il prosieguo della Grosse Koalition. Lo stesso vale per Draghi. Per quest’ultimo appare inevitabile l’annuncio dell’avvio del “tapering” a ottobre e a decorrere dall’anno prossimo, perché le condizioni macro non giustificherebbero più il mantenimento intatto degli stimoli monetari attuali. Tuttavia, proprio l’esito del voto tedesco potrebbe influenzare il percorso di uscita dal QE, che sarà tanto più graduale, quanto più Berlino dovesse allontanarsi dall’attuale equilibrio politico. Anche perché con un cambio euro-dollaro già a 1,20, il governatore non si potrebbe permettere di mostrarsi troppo “falco”, quando i mercati sconterebbero già gli effetti di un governo nella prima economia dell’area meno accomodante su stimoli e tassi.

Non dimentichiamoci che il varo dei primi e l’azzeramento dei secondi siano stati possibili proprio dopo le elezioni in Germania nel 2013, che videro il ritorno al governo dei socialdemocratici come alleati minori della cancelliera. Una loro estromissione dalla maggioranza si accompagnerebbe alla necessità per Francoforte di indossare i panni da pompiere per spegnere i possibili focolai di tensione nell’Eurozona sulle contrapposte visioni sull’euro. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro schizza sulle parole di Draghi)

 

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