Patto di stabilità da rivedere, cambia la regola del debito con qualche insidia per l’Italia

La regola aurea del debito sta per cambiare all'interno del Patto di stabilità, ma per l'Italia si celano diverse insidie

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Patto di stabilità, cambia la regola del debito?

I dirigenti del Meccanismo europeo di stabilità (MES), noto anche come Fondo salva-stati, starebbero discutendo a livello avanzato di possibili variazioni al Patto di stabilità, ovvero alla politica fiscale dell’Eurozona. Lo ha riportato nei giorni scorsi la stampa tedesca, che è entrata in possesso di una bozza del documento. Il cambiamento significativo riguarderebbe la regola del debito pubblico. Il limite massimo a cui tendere salirebbe dal 60% al 100% del PIL.

A prima vista, sembrerebbe una forte concessione di Bruxelles agli stati più indebitati dell’area, tra cui Italia, Francia e Spagna. Ma l’apparenza spesso inganna. Anzitutto, la modifica sarebbe una presa d’atto della realtà. Prima della pandemia, il rapporto debito/PIL medio nell’Eurozona era sceso poco sotto l’84%. Lo scorso anno, risultava salito al 98%. Il precedente massimo era stato toccato nel 2014 a poco meno del 93%. Prima della crisi finanziaria del 2008, tale rapporto era ancora al 65%.

Le insidie per l’Italia dal nuovo Patto di stabilità

Questo significa una cosa: di crisi in crisi, l’indebitamento medio nell’Eurozona tende a salire. Continuare a fissare il tetto massimo al 60% sarebbe una fuga dalla realtà e rischia di rendere poco credibile l’intero impianto del Patto di stabilità. Detto questo, l’altra regola aurea sul deficit non subirebbe alcuna variazione. Il limite massimo consentito resterebbe al 3% del PIL. In soldoni, i margini di manovra fiscale per paesi come l’Italia non aumenterebbero affatto. Anzi, con ogni probabilità l’innalzamento del tetto del debito sposterà l’attenzione dei commissari proprio sui disavanzi annuali.

In un certo senso, è come dire che abbiamo ottenuto la concessione sbagliata o una concessione irrisoria. La contropartita rischia di essere pesante per l’Italia.

E non tanto perché non dovremmo superare la soglia del 3% – siamo stati tra i più virtuosi in Europa nel rispettarla – quanto per la maggiore pignoleria con cui i nostri conti pubblici sarebbero sorvegliati negli anni futuri. Non ci sarebbero concessi margini e i governi di turno verosimilmente dovrebbero fissare deficit massimi tali da consentire la costante discesa del rapporto debito/PIL.

Peraltro, lo stesso Patto di stabilità diverrebbe meno criticabile. Se ad oggi tutti lo considerano un po’ surreale, con l’innalzamento del tetto del debito sarebbe riportato a una dimensione di maggiore credibilità. Considerate anche che, a differenza del recente passato, l’Italia avrebbe minori spunti in sua difesa anche con riferimento a un argomento principe del dibattito: gli investimenti pubblici. Non potremmo più eccepire che andrebbero scorporati dai calcoli ai fini del deficit-limite, perché con il Recovery Fund ci saranno stati concessi da qui al 2026 ben quasi 200 miliardi tra prestiti e sussidi per investimenti. Insomma, dopo la ricreazione si riprende a fare lezione sul serio.

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