Il Patto di stabilità non tornerà presto, ma i conti pubblici dell’Italia sono un vero casino

L'Eurozona non potrà ripristinare le regole fiscali neppure nei prossimi anni, ma si fa presto a festeggiare.

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Patto di stabilità sospeso per anni

Vi ricordate quando governo italiano e Commissione europea si tirarono i capelli per settimane sul deficit al 2,4%, considerato una violazione dello spirito del Patto di stabilità? Altri tempi, invece sono passati appena due anni e mezzo. Invece, questa settimana è passata in sordina la votazione del Consiglio dei ministri per alzare il deficit-obiettivo all’11,8%. Con l’ultimo scostamento di bilancio da 40 miliardi di euro, il governo Draghi va “all in” sul debito. A differenza del 2008-’09, quando il nostro Paese si mostrò prudente per non urtare la suscettibilità di mercati ed Europa, consapevole di partire da livelli di indebitamento nettamente superiori alla media UE, stavolta Roma non intende sfruttare parzialmente la leva fiscale.

Del resto, l’Italia si comportò relativamente bene durante gli anni della crisi finanziaria e pagò ugualmente pegno. Né è servito a riguadagnarsi la fiducia degli investitori l’essere rientrata nei parametri del Patto di stabilità più in fretta e con maggiore rigore degli altri stati europei. E con Mario Draghi a Palazzo Chigi, almeno i problemi di reputazione possono al momento essere accantonati.

Secondo la Commissione europea, il Patto di stabilità sarà sospeso anche per il 2022. Ma questa non è una notizia, perché davamo per scontato che così fosse. La vera notizia sarebbe che nei fatti le regole fiscali comuni nell’Eurozona non verranno riattivate da qui ai prossimi 5-6 anni. Questa sembra la sensazione sulla base dei dati. L’Italia non prevede di centrare il deficit sotto il 3% almeno fino a tutto il 2024, la Francia da qui al 2027. Il Fondo Monetario Internazionale stima che neppure la Spagna ce la faccia per il 2027.

Patto di stabilità ‘congelato’ a lungo

Ora, è già accaduto dopo il 2009 che il Patto di stabilità venisse ripristinato senza che numerosi stati lo ottemperassero.

Francia e Spagna centrarono l’obiettivo cardine del tetto al deficit del 3% solo dal 2017-2018. L’Italia fu costretta a rientrare nei parametri già nel 2012. Ma quella era un’altra era politica, economica e finanziaria. La verità è che oggi nessuno confida che si possa perseguire una politica di austerità fiscale nel breve e medio termine. Ad ostacolare l’imbocco di tale strada sono ragioni di realismo politico. Se per il 2023 Bruxelles riattivasse il Patto di stabilità, quasi nessun governo dell’Eurozona si troverebbe pronto a rispettarlo. Le piazze esploderebbero, perché i cittadini non accetteranno più a cuor leggero tagli alla spesa e aumenti delle imposte dopo un disastro come la pandemia, giunto successivamente ad anni già di sacrifici.

E se l’obiettivo di tendere a un rapporto debito/PIL non superiore al 60% sembrava molto ambizioso fino a un anno fa, adesso appare fuori dalla portata dell’Europa da qui ai prossimi decenni. Esso è salito al 100% a fine 2020 e dovrebbe continuare a crescere anche quest’anno. Altro che Patto di stabilità! Sarà un miracolo se l’economia nell’Eurozona riuscirà a tornare ai livelli pre-Covid entro la fine del prossimo anno o nel 2023. Detto questo, occhio a non pensare che ci siamo messi alle spalle sacrifici e ottemperanza alle regole. L’Italia sta viaggiando a un rapporto debito/PIL al 160% e a un deficit a doppia cifra. Se le “locuste della speculazione” non ci stanno divorando vivi, è per due ragioni: la BCE sostiene i debiti degli stati con acquisti massicci di bond; la UE e qualsivoglia altro organismo internazionale esistente spronano i governi a sostenere le rispettive economie attraverso la leva fiscale.

Ma dopo la pandemia arrivano i guai

Siamo in una fase eccezionale, in cui parlare di Patto di stabilità sarebbe percepito semplicemente ridicolo. Un po’ come proporre di tagliare la spesa militare durante una guerra. Ma per fortuna la pandemia finirà e solo dopo si vedranno le macerie per quello che sono.

La BCE non potrà proseguire incessante gli acquisti di bond, né la linea dell’Europa sul debito rimarrà la stessa. La strada per il rientro sarà pretesa da Bruxelles e gli stessi mercati. A quel punto, non solo bisognerà tagliare il deficit, ma anche cercare di accelerare i ritmi di crescita. Perché se c’è un dato incontrovertibile è che tornare ai livelli pre-Covid di crescita dell’economia dello zero virgola sarebbe insostenibile per il debito e la tenuta sociale.

Ma il rinvigorimento del PIL passa attraverso riforme economiche politicamente costose. Si tratta di aprire i mercati alla concorrenza, di smaltire la burocrazia (e sono centinaia di migliaia di posti di lavoro pubblici), di spostare capitoli di spesa dall’assistenza agli investimenti (meno reddito di cittadinanza e più infrastrutture e ricerca), di tagliare le tasse sopprimendo spese improduttive (sussidi e, ancora una volta, posti di lavoro pubblici). Solo così ci metteremo nelle condizioni di non vivere nel terrore del Patto di stabilità. Ma saremo in grado di fare ciò che non abbiamo voluto fare nei passati 30 anni? Questi primi mesi di governo Draghi ci confermano che è molto facile dissertare su ricette economiche ideali quando si ricoprono ruoli tecnici, per nulla quando si entra in politica. Pur con tutta l’eccezionalità di questa fase, il premier si è già caratterizzato per misure assistenziali e di aumento strutturale della spesa pubblica. Il contrario di quanto pretendeva dai suoi predecessore quando guidava la BCE.

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