Pareggio di bilancio, addio? No, la Merkel in Germania punta solo a sopravvivere alla sua crisi di leadership

La Germania mette davvero in forse la sua politica del pareggio di bilancio con l'annuncio di maggiori investimenti pubblici. Ecco perché non bisogna confidare in un cambio di impostazione fiscale.

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La Germania mette davvero in forse la sua politica del pareggio di bilancio con l'annuncio di maggiori investimenti pubblici. Ecco perché non bisogna confidare in un cambio di impostazione fiscale.

Non chiamatela svolta, perché in Germania non si sta preparando alcuna rivoluzione fiscale. Venerdì scorso, l’agenzia Reuters ha battuto la notizia che il governo federale tedesco sarebbe pronto a presentare una legge di bilancio per l’anno prossimo anche in deficit, qualora ciò servisse ad agevolare la riconversione “verde” dell’economia, con 40 miliardi di euro di costi attesi per aiutare le regioni che saranno colpite dalla chiusura delle miniere di carbone.

E altri 30 miliardi verrebbero stimati per lottare contro i cambiamenti climatici. La Germania parte da avanzi di bilancio piuttosto cospicui e pari a 58 miliardi nel solo 2018. Avrebbe, quindi, le risorse per sostenere l’economia tedesca contro il rallentamento in corso, senza nemmeno per questo mettere in dubbio il pareggio dei suoi conti pubblici.

Tuttavia, non sta per essere modificato il paradigma dello “Schwarze Null”, tanto che pochi giorni fa era stata la stessa cancelliera Angela Merkel a dichiarare che la politica fiscale della Germania si mostrerebbe appropriata e che la minore dinamicità del pil negli ultimi mesi non autorizzerebbe il ricorso all’indebitamento. Quindi, un’allucinazione?

La Germania è da tempo sotto pressione all’estero e in patria, accusata di spendere troppo poco per gli investimenti pubblici, quando potrebbe farlo a costi persino negativi. Gli organismi internazionali ritengono che così non contribuisca alla stabilizzazione dell’Eurozona, né alla propria. Al contempo, il dibattito interno si concentra sulla carenza di investimenti per la sostenibilità ambientale e in tempi di Verdi intorno al 25% dei consensi e lanciati verso la cancelleria, il tema inizia ad essere politicamente rilevante. Tra poche settimane, poi, si vota in tre Laender orientali e in due di questi è data in vantaggio la destra euro-scettica dell’AfD.

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Trovata pre-elettorale, nulla di più

Con questa mossa, Frau Merkel spera semplicemente di attirare le simpatie di quanti negli ultimi tempi votano i Verdi, così da contenerne la crescita ed evitare che l’Unione di centro-destra scivoli al secondo posto, perdendo la cancelleria nel caso di nuove elezioni.

E che si tratti di una pura trovata propagandistica lo dimostrerebbe un’altra idea che sta circolando nel governo: l’eliminazione della “tassa di solidarietà”, nota in Germania anche come “Soli”. Introdotta nel 1991 per finanziare gli investimenti per lo sviluppo nelle regioni dell’est, da anni i liberali della FDP ne chiedono la totale cancellazione, così da sgravare i contribuenti e le imprese dell’ovest che pagano questa aliquota del 5,5% che si somma alla tassazione ordinaria e che quest’anno farà introitare allo stato sui 19 miliardi.

La polemica, tutta a destra stavolta, scaturisce dal fatto che ormai dal 2011 il gettito supera di gran lunga gli investimenti nella Germania orientale, tanto che questi ultimi nel 2019 non supererebbero i 3,6 miliardi. In pratica, è diventato un semplice balzello, mascherato da finalità solo teoriche. In sostanza, la “Soli” è diventata da tempo una “sola”. Dunque, tra maggiori investimenti ambientali e taglio o soppressione della tassa di solidarietà, la cancelliera punta semplicemente ad arginare i consensi alla sua destra e alla stessa sinistra, magari consentendo all’alleato socialdemocratico dell’SPD di recuperare voti ai danni proprio dei Verdi, mantenendo il bipolarismo tradizionale.

Non c’è alcun ripensamento dell’impostazione fiscale sin qui perseguita, anche perché la Germania non ne ha bisogno. Vero, se spendesse di più combatterebbe il rallentamento economico, ma non bisogna dimenticare che, per quanto prossima alla recessione, la locomotiva d’Europa resti in piena occupazione e mostra indici macro invidiabili da ogni punto di vista. Ci saranno semplici accorgimenti a scopo elettorale, nulla di più. Chi nell’Eurozona confida in un cambio di marcia resterà deluso.

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