Questo paese cerca di non fare la fine del Venezuela con la crisi del petrolio

Svalutazione del cambio per cercare di non fare la fine del Venezuela. Un'altra economia emergente rimane vittima dell'eccessiva dipendenza dal petrolio.

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Svalutazione del cambio per cercare di non fare la fine del Venezuela. Un'altra economia emergente rimane vittima dell'eccessiva dipendenza dal petrolio.

Stessa crisi, diverso approccio. La banca centrale dell’Angola ha annunciato l’altro ieri che porrà fine al “peg” tra il kwanza e il dollaro, fissato nell’aprile del 2016. La misura si rende necessaria per impedire che le riserve valutarie si prosciughino, essendo già più che dimezzatesi rispetto al 2013 e crollate del 30% ai 14,2 miliardi attuali dai 20 di inizio 2017. L’economia sub-sahariana è una delle più dipendenti al mondo dal petrolio, derivando dalle esportazioni della materia prima il 95% dei dollari in ingresso nell’anno, percentuale uguale a quella del Venezuela, con cui condivide una crisi dai tratti simili, anche se fortunatamente qui molto meno marcata. Nel decennio fino al 2008, l’Angola ha registrato una crescita annua del pil a doppia cifra, mentre adesso versa in stagnazione. (Leggi anche: Assalto a stazioni di servizio e supermercati, si teme una crisi in stile Venezuela)

Gli analisti stimano che il cambio s’indebolirà del 20%, ma per Neuberger Berman si potrebbe arrivare a una svalutazione del 30%. L’istituto ha comunicato che il cambio sarà fatto oscillare all’interno di una banda minima e massima, anche se non ha fornito dettagli. Al momento, il “peg” è fissato a 166 kwanza contro un dollaro, ma sul mercato nero si assiste a una pericolosa divergenza, con tassi medi a 400, che ci ricorda quanto stia accadendo da tempo proprio a Caracas, dove a fronte di un cambio fisso ufficiale di 1:10, per le strade servono quasi 128.500 bolivares per un dollaro, mentre l’inflazione sarebbe a quattro cifre e secondo le stime più nefaste, quest’anno potrebbe esplodere al 30.000%.

Un cambio più debole consentirebbe all’Angola di porre fine a quella che per il Fondo Monetario Internazionale giudica una “sopravvalutazione” del kwanza. Lo stesso governatore José Massano ha ammesso che il tasso di cambio attuale non rispecchierebbe i fondamentali economici angolani, mentre il ministro delle Finanze, Archer Mangueira, ha spiegato che verrà intavolata una trattativa per rinegoziare 38 miliardi di dollari di debito contratto con creditori stranieri, ovvero essenzialmente l’FMI e la Cina. Per ora, pare che, invece, gli 1,5 miliardi di eurobond con scadenza 2025 siano esclusi dalla ristrutturazione, anche se i rendimenti potrebbero schizzare di 700-1.000 punti base dall’attuale 6,8%. Anche questo passo appare simile a quello compiuto dal governo “chavista” di Caracas, anche se qui dovrebbe essere agevolato dal fatto che i creditori esteri siano quasi del tutto soggetti pubblici.

L’impatto sull’inflazione non sarà indolore

Il rapporto debito/pil del paese è del 63%, percentuale relativamente alta per un’economia emergente, specie alle prese con problemi di esportazioni con le quotazioni del petrolio crollate rispetto al 2014. Il presidente Joao Lourenço, in carica solo da settembre, dopo 38 anni di potere di José Eduardo do Santos, sta cercando di riformare l’economia, diversificandola. Il provvedimento della banca centrale, tuttavia, potrebbe rilevarsi impopolare, almeno in una prima fase, sebbene esso dovrebbe evitare al paese di fare la fine del Venezuela con l’assottigliamento delle riserve.

L’inflazione viaggia ancora al 25% e il crollo atteso del cambio non farebbe che lievitare i prezzi dei beni importati. Nel tentativo di attirare capitali e rimpinguare le riserve, il governo ha varato una legge sul rimpatrio dei fondi all’estero, anche eventualmente accumulati illecitamente, senza che vi saranno domande e conseguenze penali per i loro detentori. Successivamente, però, tutti i fondi all’estero di provenienza illecita verrebbero avocati dallo stato. Il kwanza ha perso il 40% tra il 2014 e fino al peg del 2016, ma ciò non ha evitato un ulteriore deprezzamento del cambio reale rispetto alla parità ufficiale.

La svalutazione dovrebbe permettere all’Angola di riallineare il suo tasso ufficiale a quello reale (illegale) e di arrestare il calo delle riserve valutarie. Inoltre, i petrodollari in ingresso varranno di più in valuta locale, cosa che aiuterà le casse dello stato, che sono passate da un avanzo del 10,2% del pil nel 2011 a un deficit del 5,5% nel 2017. Intestardirsi, come il Venezuela, a portare avanti un peg irragionevole non farebbe che provocare una degenerazione della crisi, con riserve sempre minori, importazioni e produzione in calo e, di conseguenza, un’inflazione in ascesa. Se meno di due anni fa, l’istituto pensava forse di attutire l’impatto del cambio debole sull’inflazione, la mossa si è rivelata sbagliata, visto che i prezzi sono cresciuti su base annua dal 20% fino a oltre il 40%. E’ probabile che adesso si torni per un po’ verso tali massimi, ma almeno all’economia angolana verrà risparmiato un futuro venezuelano. (Leggi anche: L’Egitto da una lezione al Venezuela)

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