Padoan avverte Renzi: meglio la Troika, il deficit non si tocca o veniamo declassati

Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha auspicato che sia l'Europa a seguire la realizzazione delle riforme, ammettendo implicitamente il fallimento del governo Renzi di cui fa parte. E ha anche avvertito, tra le righe, il premier sulla necessità di non sgarrare sul deficit.

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Il Workshop Ambrosetti di Cernobbio ha visto sfilare, come ogni anno, politici nazionali e stranieri, economisti, imprenditori e finanzieri. Il grande assente è stato il premier Matteo Renzi, che nella sua volontà di evitare i “salotti buoni” italiani e per sottrarsi alle critiche, che verosimilmente gli sarebbero cadute addosso, dopo sei mesi di governo senza apparentemente alcun risultato, ha preferito disertare. Ma al Forum era presente il suo governo, rappresentato ai livelli più alti dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. L’ex capo economista dell’Ocse ha auspicato che accanto al Fiscal Compat si dia vita in Europa a un “growth compact”, ossia a un patto per la crescita. Dichiarazioni scontate, forse anche banali. Ma Padoan ha dato spunti molto più interessanti, quando ha proposto che la regia delle riforme sia assegnata all’Eurogruppo e all’Ecofin. Nel dettaglio, il ministro ha sostenuto la necessità che “il monitoraggio dei livelli di attuazione” delle riforme “sulla base di benchmark puntuali” vada ai due organismi, per evitare che questo sia ricordato come “il decennio perso” dell’Unione Europea.

Padoan chiede la Troika

Parole espresse con formalità da burocrate, ma che hanno un significato inequivocabile e che è sfuggito ai più: Padoan ha riconosciuto nei fatti che dovrebbe essere l’Europa a seguire il processo delle riforme approvate dai governi nazionali, in modo che siano effettivamente attuate. In sostanza, sposa la linea Draghi, quella esternata un mese fa dal governatore della BCE, quando aveva sostenuto che le riforme possono essere compiute solo a livello europeo e devolvendo poteri dai governi a istituzioni centralizzate. Il premier Renzi non l’aveva presa bene, tanto che aveva sbroccato che “le riforme le facciamo noi”, che non ci sarebbe bisogno che le facciano gli altri al nostro posto.

Sappiamo che in pieno agosto è dovuto, poi, correre in elicottero presso la residenza umbra di Draghi per farsi perdonare la sortita, giudicata da molti commentatori da “spaccone”.   APPROFONDISCI – Dopo la BCE, la pressione sul governo Renzi aumenta: o riforme o Troika Renzi atterrato in segreto a casa di Draghi, siamo vicini a un’emergenza Troika?   Già in un’altra occasione, il numero uno della BCE aveva affermato che i paesi che sono stati commissariati dalla Troika (UE, BCe e FMI), vale a dire la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda, avrebbero dimostrato di avere raggiunto maggiori risultati degli altri. Una battuta pericolosa per il destino politico del governo Renzi, in quanto ha lasciato presagire la minaccia di commissariamento anche per l’Italia, in caso di inazione. Quello che non era accaduto prima, però, è che un ministro di questo governo si fosse espresso in favore della famosa “regia” europea. Sappiamo che da tempo vi sono dissidi molto profondi tra Padoan e Renzi. Il primo è più sensibile alla tenuta dei conti pubblici, mentre il secondo ha impostato il semestre della sua presidenza europea sulla linea dell’indebolimento del Patto di stabilità, ossia su “più debiti in cambio di riforme”. Si sa anche che il ministro dell’Economia vorrebbe una manovra correttiva dei conti pubblici per l’anno in corso, mentre il premier no. Il primo avrebbe voluto mettere fine al bonus Irpef degli 80 euro, il cui effetto sui consumi è stato sinora nullo, mentre Renzi si è giocato tutto su questo punto e non può mollare.   APPROFONDISCI – Renzi battuto da Padoan sui conti pubblici. Il governo teme una terza recessione Padoan potrebbe dimettersi. E’ scontro durissimo con Renzi su conti pubblici e crisi  

A rischio rating sovrano?

Che Padoan auspichi nei fatti il commissariamento dell’Italia (anche se non solo) per l’attuazione delle riforme potrebbe essere considerato uno smacco contro il premier.

Ma dalle sue parole traspare anche una velata minaccia, quando sostiene che “il rating dell’Italia non è scontato”, che il giudizio delle agenzie lo si difende giorno per giorno con atti concreti e seguendo le regole su cui poggia la fiducia dei mercati finanziari, una delle quali è il tetto massimo del 3% di deficit sul pil. Anche in questo caso, appare una presa di posizione più volta a mettere in guardia il premier dal compiere colpi di testa che non a rassicurare la finanza e Bruxelles: “o segui le regole, o qui ci declassano i bond a titoli spazzatura”.  

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