Il taglio delle tasse promesso da Trump piega oro e Treasuries

Dollaro e rendimenti Treasuries su, quotazioni dell'oro giù. E' bastato che il presidente Trump annunciasse il taglio delle tasse per fare scontare di nuovo la reflazione ai mercati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Dollaro e rendimenti Treasuries su, quotazioni dell'oro giù. E' bastato che il presidente Trump annunciasse il taglio delle tasse per fare scontare di nuovo la reflazione ai mercati.

I prezzi dell’oro si erano spinti ieri fino a 1.242,68 dollari l’oncia, il livello più alto da quasi tre mesi a questa parte, salvo ripiegare al momento a 1.223 dollari, pur restando in rialzo di oltre il 6% dall’inizio dell’anno. Nel frattempo, i rendimenti decennali dei Treasuries sono aumentati in una sola seduta di 8 punti base al 2,41%. ma tenendosi ancora a distanza dal picco di quasi 2,60% di metà dicembre. A salire è stato anche il dollaro, che nel confronto con le altre principali valute ha guadagnato lo 0,65% da mercoledì. Che cosa sta accadendo? Semplice, è tornato il “Trump trade” sulla reflazione. (Leggi anche: Reazione alla reflazione nell’Eurozona)

Il presidente americano ha annunciato ieri, che entro le prossime 2-3 settimane sarà annunciato il piano di taglio delle tasse. E’ il più atteso da analisti e investitori, perché su di esso si è fondato il rally dei primi due mesi dalla vittoria del candidato repubblicano. Tasse giù su famiglie e imprese e aumenti di spesa per le infrastrutture sosterrebbero l’inflazione negli USA e spingerebbero in alto i tassi della Federal Reserve, a tutto beneficio del dollaro e ai danni dell’oro.

Reflazione e tassi USA

Il rally si è fermato agli inizi di gennaio, quando i mercati finanziari hanno iniziato a rendersi conto di essersi spinti un po’ troppo, in assenza di dettagli sulle politiche fiscali della nuova amministrazione e anche sui timori di un nuovo corso protezionistico di Washington. (Leggi anche: Oro, argento e dollaro: fase 3 del Trump rally)

Quando si parla di reflazione, ovvero del ritorno dell’inflazione, esiste concettualmente una contraddizione: se i prezzi aumentano, bisognerebbe comprare oro e non venderlo, dato che il potere di acquisto si riduce. Vero, ma l’ipotesi su cui scommettono gli investitori è che il rialzo dei tassi negli USA sarà più robusto di quanto non fosse stato scontato fino a novembre, perché il governatore Janet Yellen potrebbe confidare non solo su un mercato del lavoro ormai in piena occupazione, ma anche su un target d’inflazione centrato. In altre parole, le aspettative dei mercati si sono riposizionate negli ultimi tempi, in favore di tassi americani reali più alti.

Super dollaro, le incertezze di Trump

Da qui si spiega il boom di Wall Street, i cui tutti gli indici hanno segnato nuovi massimi storici, con il Dow Jones a sfondare per la prima volta nella sua storia i 20.000 punti. Se i tassi salgono, il dollaro si rafforza; se Trump taglia le tasse alle imprese, aumentano gli utili netti; due ottime ragioni per puntare sulla borsa americana.

A complicare lo scenario esistono almeno due incognite: la reflazione si materializzerà o si annebbierà nei prossimi mesi sulla stabilizzazione delle quotazioni del petrolio? E qual è la politica trumpiana sul dollaro? Fino alla sua vittoria di novembre sembrava certo che l’attuale presidente ambisse a tassi USA più alti, quindi, che avallasse un dollaro più forte. Le cose sono cambiate nelle ultime settimane, perché sia Trump, sia il suo segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, hanno ammonito i mercati sull’eccessiva forza del biglietto verde, che a loro dire danneggerebbe l’economia americana. (Leggi anche: Super dollaro sì o no, Trump cerca risposte)

Prospettive per l’oro a breve negative

Dall’avvio della nuova presidenza, Germania, Cina e Giappone sono finiti nel mirino della Casa Bianca per la loro presunta manipolazione del cambio ai danni del dollaro. Stando così le cose, Trump vorrebbe sì tassi più alti, taglierebbe sì le tasse e aumenterebbe anche la spesa pubblica per le infrastrutture, ma puntando al contempo a impedire che il cambio minacci le esportazioni a stelle e strisce.

Che ciò avvenga con un accordo in stile Plaza ’85 o che le altre principali banche centrali del pianeta autonomamente inizino a ritirare gradualmente gli stimoli monetari varati per contrastare la deflazione nelle rispettive economie, resta da vedere. Ad oggi, l’unica certezza è che il trumpismo, inclusa una certa dose di protezionismo, renderebbe il già super dollaro più “great” e ciò deprimerebbe i prezzi dell’oro. In alternativa, se il dollaro ripiegasse contro euro e yen, in particolare, l’inflazione USA ne risulterebbe surriscaldata e la Fed sarebbe costretta a procedere a ritmi più serrati con la stretta avviata nel dicembre 2015. Comunque la si giri, insomma, pare che per l’oro le prospettive a breve non siano esaltanti. (Leggi anche: Svalutazione dollaro concordata?)

 

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Argomenti: Crisi materie prime, Economia USA, Fed, Oro, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA

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