Oro, prezzi sopra i 1.200 dollari per la prima volta da novembre: c’entra ancora Trump

Le quotazioni dell'oro tornano dopo quasi due mesi sopra i 1.200 dollari, riflesso delle aspettative del mercato su tassi e inflazione negli USA. Vediamole.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le quotazioni dell'oro tornano dopo quasi due mesi sopra i 1.200 dollari, riflesso delle aspettative del mercato su tassi e inflazione negli USA. Vediamole.

I prezzi dell’oro tornano a scaldarsi e per la prima volta dal 23 novembre scorso sono risaliti sopra i 1.200 dollari l’oncia, attestandosi a quasi metà seduta in area 1.205 dollari, risalendo così del 6,8% rispetto ai minimi toccati a metà dicembre, quando le quotazioni erano precipitate a 1.128 dollari. E che l’inversione del trend abbia a che fare con il ripiegamento del dollaro, lo spiega anche il -1,8% accusato da questi in poco più di una settimana, mentre in meno di un mese, i rendimenti decennali dei Treasuries sono diminuiti di 25 punti base, scendendo all’attuale livello del 2,32-33%.

Cosa sta accadendo? Con la vittoria di Donald Trump alle elezioni USA dell’8 dicembre scorso, i prezzi dell’oro sono crollati, in quanto il mercato ha fiutato un’accelerazione futura dell’inflazione americana, per via delle politiche di sostegno alla crescita economica, proposte dal tycoon. Il surriscaldamento dei prezzi, secondo il mercato, spingerà la Federal Reserve ad alzare i tassi più velocemente di quanto non fosse stato previsto fino a un paio di mesi fa. Da qui, la fuga dai bond e la corsa all’azionariato, con Wall Street ad aggiornare piuttosto frequentemente i suoi record e l’indice Dow Jones a un passo dalla soglia psicologica dei 20.000 punti. (Leggi anche: Oro, quotazioni ai massimi da un mese)

Inflazione USA dovrebbe accelerare più dei tassi

Se tutto ciò è vero, allora perché gli investitori sembrano tornare sui loro passi? Stanno rivedendo per caso al ribasso le loro aspettative sulla presidenza Trump? Non proprio. Il punto è che il mercato del lavoro americano si troverebbe già in piena occupazione, dato che il tasso di disoccupazione risulta sceso al 4,6%. I traders ritengono che sarà abbastanza difficile per il nuovo presidente creare nuovi posti di lavoro, pur in presenza di un’attesa accelerazione del tasso di crescita (Deutsche Bank arriva a pronosticare fino al raddoppio dell’aumento del pil entro il 2018).

Se il pil sale e i posti di lavoro rimangono gli stessi, non fosse altro per la difficoltà di trovare nuova manodopera disponibile a salari compatibili con i costi, l’unico sfogo che un’accelerazione della crescita economica avrebbe sarebbe un aumento dell’inflazione. Le imprese americane, in buona sostanza, non potendo assumere più facilmente, reagirebbero alla maggiore domanda con incrementi dei prezzi. (Leggi anche: Trumpflation, l’incubo dei mercati si avvera)

 

 

 

 

Rendimenti Treasuries in ascesa con il surriscaldamento dei prezzi

Il ritrovato ottimismo sull’oro nelle ultime sedute, però, suggerirebbe che la Fed reagirebbe a sua volta all’accelerazione dell’inflazione con un aumento dei tassi meno proporzionale. In altre parole, i tassi reali futuri rimarrebbero bassi, forse di poco superiori a quelli attuali.

Analizziamo l’andamento dei Treasuries nel trimestre settembre-novembre e confrontiamo con l’inflazione USA del periodo. A settembre, la crescita tendenziale dei prezzi in America era dell’1,5%, inferiore ai rendimenti decennali dei titoli di stato di 15-20 punti base. Il mese successivo, l’inflazione saliva di un decimale e i rendimenti pure. A novembre, poi, l’inflazione si attestava all’1,7%, i decennali USA salivano a una media di oltre il 2%, essendovi stato l’effetto elettorale. (Leggi anche: Investire in Treasuries conviene ancora?)

Tassi USA cresceranno, ma non troppo

Analizzando l’inflazione attesa nel medio termine, ovvero confrontando il rendimento dei Treasuries a 5 anni con cedola fissa con quelli dal rendimento legato proprio all’inflazione, scopriamo che attualmente il mercato si attenderebbe nel prossimo lustro una crescita media dei prezzi dell’1,83%, in netto rialzo da circa l’1% di settembre e ottobre e l’1,50-1,60% medio di novembre.

Che cosa vogliamo dire? Il rinvigorimento dell’oro e l’indebolimento del dollaro nelle ultime sedute sembrano suggerire aspettative meno vigorose sui tassi, rispetto a quello sull’inflazione. I rendimenti obbligazionari, pertanto, dovrebbero stabilizzarsi o salire di poco, mentre i prezzi crescerebbero alla pari, se non di più. Questo, perché evidentemente ci si aspetta che la Fed non vari una stretta troppo veloce, volendo evitare che il tasso di disoccupazione risalga al di sopra del 5%, soglia considerata compatibile con un mercato del lavoro in piena occupazione. Il governatore Janet Yellen potrebbe tollerare forse anche un’inflazione superiore al target del 2%, se questo incentivasse ulteriori assunzioni da parte delle imprese americane, in quanto, ai tassi di crescita attuali, i salari si ridurrebbero in termini reali o rimarrebbero inalterati. (Leggi anche: Tassi USA, fino a quale livello saliranno?)

 

 

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Argomenti: Crisi materie prime, Economia USA, Fed, Inflazione, Oro, rendimenti bond, super-dollaro, tassi USA