Oro da record: a un passo dai 2.000 dollari, ma è stato ancora più caro

Le quotazioni raggiungono nuovi massimi storici, superando quelli del 2011. Ma resta il maggiore appeal dell'argento.

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Le quotazioni raggiungono nuovi massimi storici, superando quelli del 2011. Ma resta il maggiore appeal dell'argento.

Nella mattinata di oggi, il prezzo dell’oro ha toccato un nuovo massimo storico, superando i 1.940 dollari l’oncia. Il precedente record era stato segnato ai primi di settembre del 2011, quando il metallo arrivò a costare “intraday” 1.921 dollari. Da inizio anno, l’asset guadagna circa il 28%. Eppure, in un grafico che tiene conto degli effetti dell’inflazione americana, il consulente finanziario Paolo Cardenà ha dimostrato che l’attuale quotazione reale dell’oro risulterebbe oggi più bassa di quella del 2011 e, soprattutto, rispetto ai massimi toccati negli anni Ottanta. Fatto 100 il prezzo di inizio millennio, nel 2011 sfiorava 480, mentre oggi si attesterebbe “solamente” a circa 400, il 17% in meno. E quasi 40 anni fa, quando la corsa all’oro veniva trainata dall’esplosione dell’inflazione in tutto l’Occidente per effetto della seconda crisi petrolifera, il prezzo reale quasi toccava 520.

Oro vicino ai record storici, argento ai massimi dal 2013 e raddoppia da marzo

Per contro, bisogna considerare il valore del dollaro contro le altre divise mondiali per capire il costo effettivo di acquisto all’infuori degli USA. A tale proposito, da mesi l’oro registra nuovi massimi storici in euro, sterlina, franco svizzero, yen, dollaro australiano e canadese. Questo, perché è vero che le quotazioni in dollari abbiano toccato i nuovi massimi soltanto da qualche ora, ma il cambio euro-dollaro, ad esempio, oggi è più debole di circa il 15% rispetto a otto anni fa. E considerate che a marzo, era arrivato a sprofondare sotto 1,07.

Perché questa recente corsa all’oro? In primis, le tensioni geopolitiche USA-Cina. Gli americani hanno chiuso l’ambasciata cinese a Houston e i cinesi hanno replicato allo stesso modo, chiudendo una sede diplomatica degli States sul loro territorio.

Per quanto il presidente Donald Trump stia cercando di calmare le acque, definendo il collega Xi Jinping “un grande leader”, le dichiarazioni del suo segretario di Stato, Mike Pompeo, vanno in tutt’altra direzione. E queste diatribe arrivano in un quadro già fosco per l’economia mondiale, con l’allarme Covid-19 più grave che mai nelle due Americhe, mentre dall’Asia alla stessa Europa (vedi Spagna) si sta registrando una nuova impennata di contagi, che prefigura il rischio di una seconda ondata senza un ritorno alle restrizioni.

L’appeal dell’argento

Il mondo non può permettersi nuovi “lockdown”, eppure l’allarme sanitario esiste in gran parte del pianeta e rischia di allontanare il rimbalzo globale del pil, atteso sin da questo trimestre dopo il collasso nel primo semestre. Chi compra oro oggi lo fa per mettersi al riparo da scenari imprevedibili, sebbene l’argento continui a mostrare maggiore appeal, avendo raddoppiato le sue quotazioni dai minimi di marzo, arrivando ai 24 dollari attuali. Il metallo risente positivamente anche del parziale ripristino della produzione mondiale, essendo impiegato da varie industrie. Il rapporto tra i prezzi oro/argento supera al momento quota 80, nettamente sopra la media decennale di 65.

Dunque, l’argento rimane sottovalutato e man mano che l’oro corre dovrebbe apprezzarsi ulteriormente, riducendo le distanze in termini di rapporto. Molto dipenderà da come si muoverà il dollaro nei prossimi mesi. L’allentamento monetario estremo della Federal Reserve deporrebbe a favore di un suo indebolimento, sempre che l’economia americana non riuscisse a uscire prima delle altre dalla crisi, rendendo meno necessario l’accomodamento di Atlanta e spingendo il mercato a scontare un dollaro relativamente più forte. Il prezzo dell’oro, così come delle altre materie prime, è in genere correlato negativamente al dollaro, per cui un cedimento di quest’ultimo rinvigorirebbe le quotazioni fin nettamente sopra i 2.000 dollari.

Per contro, la corsa all’oro ha senso se è motivata da ragioni macro solide, ovvero se l’inflazione nel mondo avanzato tornerà a farsi vedere.

Con un petrolio così a basso prezzo, per il momento sembra escluso che accada, malgrado i potenti stimoli monetari messi in campo dalle principali banche centrali. A sua volta, il prezzo del greggio risentirà direttamente della congiuntura globale, per cui senza una ripresa stabile dell’economia non ci sarebbe inflazione. D’altra parte, senza ripresa i timori degli investitori perdureranno, sebbene il peggio dovrebbe essere alle spalle e, pertanto, essere stato già scontato.

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