Oro, bond, azioni e dollaro: cosa succede e a cosa guardare per capirci qualcosa

Mercati finanziari in subbuglio per le vendite generalizzate di bond e azioni. Tutto scaturisce dal dollaro debole, ma è un altro il dato a cui guardare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Mercati finanziari in subbuglio per le vendite generalizzate di bond e azioni. Tutto scaturisce dal dollaro debole, ma è un altro il dato a cui guardare.

Il Dow Jones ha perso ieri 177 punti, arretrando dello 0,67%, mentre i Treasuries a 10 anni sono saliti fino a un massimo del 2,725%, il livello più alto dall’aprile del 2014. Nel frattempo, l’oro si allontanava dai massimi da 40 mesi, toccati venerdì scorso, quando le sue quotazioni erano arrivate a 1.363,56 dollari l’oncia. A gennaio, il metallo ha guadagnato oltre il 3%, mentre i bond del Tesoro USA hanno incrementato il loro rendimento di 23 punti base per la scadenza decennale. Nel frattempo, il dollaro ha perso mediamente il 3% contro le altre valute. In apparenza, abbiamo dati tra loro contrastanti. L’oro dovrebbe viaggiare in direzione opposta ai bond: quando i rendimenti salgono, il metallo scende, visto che i bond rappresentano un asset alternativo e a differenza del bene rifugio per eccellenza, offre cedole. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, perché una discesa è possibile)

Come mai nelle ultime settimane sia i rendimenti obbligazionari che le quotazioni auree si stanno muovendo entrambi in rialzo? La risposta si chiama reflazione. Il mercato si attende, un po’ presso tutte le economie avanzate, il ritorno dell’inflazione dopo anni di “lowflation” frustranti per le principali banche centrali. La ragione di tale surriscaldamento delle aspettative è legato al petrolio, le cui quotazioni sono tornate sopra ai 70 dollari al barile dopo quasi 3 anni, crescendo di oltre il 30% negli ultimi sei mesi.

Poiché la Federal Reserve ha già iniziato ad alzare i tassi dalla fine del 2015, a differenza delle altre principali banche centrali, che tengono i tassi ancora ai minimi storici e continuano a iniettare liquidità sui mercati con programmi di acquisto di assets, il dollaro ha risentito negativamente dell’attesa reflazione, perché il mercato ritiene che essa renderà relativamente più restrittive le politiche monetarie di Europa e Giappone, in primis, rispetto a quella degli USA. E l’indebolimento del dollaro ai minimi da circa 40 mesi a questa parte sta sostenendo l’oro, quotato nella valuta americana.

Possibile risalita del dollaro

Riepilogando: il petrolio è più caro, il mercato si attende un rialzo dell’inflazione, richiede per questo rendimenti nominali più alti per i bond e il dollaro s’indebolisce, stimolando le quotazioni dell’oro. E le azioni? La reazione di ieri sembrerebbe suggerire che il mercato sia preoccupato della tanto discussa fine della festa degli ultimi anni. E’ senz’altro vero, ma solo in parte. Il Dow Jones ha guadagnato questo mese già il 6,5%, segnando uno dei suoi inizi d’anno migliori di sempre. E’ probabile che diversi operatori abbiano deciso di prendersi una pausa, approfittando del “sell off” obbligazionario, realizzando i guadagni delle settimane precedenti.

Una ripartenza di Wall Street e degli stessi Treasuries sembra probabile, sia perché il dollaro è diventato ora abbastanza economico, avendo perso quasi il 14% rispetto alla fine del 2016, sia perché i rendimenti americani risultano adesso molto appetibili in un ambiente globale ancora di bassi tassi. Il 2,7% per un titolo “sicuro” a 10 anni, quando ancora il Bund per la stessa scadenza offre 4 volte meno, appare un miraggio. E per di più, si hanno buone chances di realizzare guadagni anche giocando sul cambio. Lo spread Treasury-Bund non dovrebbe allargarsi ben oltre i 200 punti attuali. (Leggi anche: Gli effetti del dollaro debole sull’economia mondiale)

Petrolio USA sarà driver per mercati

Ecco, quindi, che l’oro nelle ultime tre sedute sta scivolando, perdendo complessivamente l’1,5%, mentre il dollaro sembra essersi stabilizzato, oscillando mediamente intorno ai livelli più bassi dall’autunno del 2014. Gli stessi rendimenti dei Treasuries a 10 anni sono scesi sotto il 2,7%, mentre il Brent si è portato sotto i 70 dollari, attestandosi intorno ai 69. E proprio il greggio sarebbe un probabile driver per il dollaro e, a cascata, per bond e oro, nelle prossime settimane. Se rincarasse ulteriormente, il dollaro continuerebbe a indebolirsi per la percepita politica monetaria più restrittiva attesa nelle principali economie all’infuori degli USA. Ciò deprimerebbe i bond americani da una parte e sosterrebbe le quotazioni auree dall’altro, anche perché il metallo ripara proprio contro la perdita del potere di acquisto. Viceversa, se le quotazioni del greggio arretrassero o si stabilizzassero, il dollaro cesserebbe di indebolirsi, i rendimenti americani non salirebbero ulteriormente e l’oro dovrebbe anch’esso ripiegare per quanto sopra spiegato.

In ogni caso, il sostegno al dollaro lo offre il relativo alto livello dei rendimenti sovrani USA, che attira capitali e rafforza il cambio americano. E sempre l’America si rivelerà importante per questi scenari finanziari, visto che l’inflazione dipenderà essenzialmente dai prezzi del greggio e questi a loro volta risentiranno dei livelli di produzione negli USA, tenendo conto che le altre principali economie produttrici (USA, Russia, Iraq, etc.) sono vincolate al rispetto di un accordo per tagliare l’eccesso di offerta fino a tutto quest’anno. E i dati mostrano una crescita costante delle estrazioni americane, poco sotto ai 10 milioni di barili al giorno, alla pari con quelle saudite e dietro solo alla Russia. Se le compagnie a stelle e strisce inondassero ancora di più il mercato di nuova offerta, il rincaro del greggio a 70 dollari non durerebbe e da lì si metterebbero in moto meccanismi di riequilibrio sui mercati finanziari con un dollaro più forte, un oro più debole e Treasuries possibilmente stabili. A proposito, dalla BCE trapela che il “quantitative easing” verrebbe tagliato gradualmente fino al dicembre prossimo, centrando le aspettative del mercato. E il cambio euro-dollaro ieri sera chiudeva a 1,2357, ai minimi da martedì scorso. (Leggi anche: Il petrolio deve fare i conti con l’America)

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Argomenti: bond sovrani, Economia USA, Fed, Inflazione, Oro, Petrolio, quotazioni petrolio, rendimenti bond, super-dollaro, tassi USA