Ora l’Iran spera in Biden, economia al collasso e $40 miliardi “congelati” all’estero

Il presidente-eletto degli USA punta a un nuovo accordo militare con Teheran, duramente colpita dalle nuove sanzioni comminate sotto la presidenza Trump.

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L'Iran confida nel nuovo corso americano

Il 2020 è iniziato malissimo per l’Iran, ma potrebbe concludersi positivamente. Agli inizi di gennaio, l’uccisione del generale Qassem Souleimani per mezzo di un raid americano all’aeroporto di Baghdad fece montare le tensioni con gli USA alle stelle. Salvo improbabili riconteggi a favore del presidente uscente Donald Trump, però, tra poco più di due mesi alla Casa Bianca s’insedierà il democratico Joe Biden, che su Teheran ha posizioni molto più morbide. L’ex vice di Barack Obama vorrebbe tornare all’accordo nucleare di inizio 2016, che consentì all’Iran dopo circa 8 anni di esportare nuovamente il petrolio all’estero.

Nel 2011, prima dell’embargo USA le esportazioni di prodotti petroliferi fruttavano a Teheran entrate per 110 miliardi di dollari. Lo scorso anno, esse risultavano crollate a circa 19 miliardi. Tuttavia, negli ultimi mesi appaiono in deciso recupero. A settembre, si stima che la Repubblica Islamica abbia esportato 1,5 milioni di barili al giorno, più degli USA e oltre il doppio dei circa 600 mila di agosto. Com’è possibile, vi chiederete, dato che chi acquista greggio iraniano finisce nel mirino delle autorità americane e viene colpito da sanzioni finanziarie?

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L’Iran è maestro nella tecnica del bluff. Nel Golfo Persico, i satelliti sono soliti ricavare immagini di carichi di petrolio “ship-to-ship”, cioè trasferiti da una nave all’altra per celarne la reale provenienza. Chi lo acquista tramite mediatori senza scrupoli formalmente non sarebbe passibile di embargo, a meno che non venisse colto con le mani nella marmellata. Ma questi espedienti non stanno frenando il collasso dell’economia iraniana, in atto dai primi mesi del 2018.

Economia iraniana collassata

L’ayatollah Khamenei ha avuto l’impudenza di dichiarare nei giorni scorsi che essa stia messa “meglio della Germania”. Il presidente Hassan Rohani, invece, sembra nemmeno volersi più occupare di economia, anche perché forse non sa cosa fare. Il cambio ufficiale di circa 42.100 rial contro un dollaro sul mercato nero crolla anche a 255.000, segno che gli iraniani stiano correndo a comprare valuta americana per proteggersi dall’inflazione, pur trovandone poca a disposizione. A ottobre, i prezzi al consumo risultavano essere saliti di oltre il 41% su base annua, accentuando i problemi di una popolazione con tassi di occupazione sotto il 45%.

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Mentre Teheran sfoggia una tranquillità solo apparente, i suoi ministri stanno girando in lungo e in largo per ricevere i pagamenti “congelati” all’estero. Il ministro degli Esteri, Javad Zarif, si è recato in Cina per riavere i 20 miliardi di dollari relative alle esportazioni, ma da Pechino si è sentito rispondere che quei pagamenti non sono possibili, in quanto oggetto di sanzioni internazionali. Poco prima, il governatore centrale Abdolsaner Hemmati avreva fatto visita in Iraq e le autorità di Baghdad gli avevano chiarito che lo sblocco dei pagamenti sarebbe possibile solo per l’acquisto di generi alimentari e di prima necessità.

Sarebbero almeno 40 i miliardi bloccati all’estero, di cui 20 in Cina, 7 in India, 6 in Corea del Sud, 2 in Iraq e 1,5 in Giappone.

Il compito non facile di Biden

E’ evidente che questo fiume di denaro consentirebbe a Teheran di tornare a respirare ancor prima che gli venisse consentito di esportare nuovamente e alla luce del sole il suo prezioso petrolio. Tuttavia, nemmeno Biden potrebbe ignorare il rapporto dell’agenzia nucleare dell’ONU, pubblicato questo mercoledì, in base al quale l’Iran deterrebbe una quantità di uranio arricchito per 12 volte i limiti consentiti e in siti in cui la presenza non sarebbe giustificata. Insomma, il sospetto che Trump avesse ragione, cioè che il regime iraniano abbia approfittato dell’accordo del 2016 per continuare a lavorare alla creazione di un’arma nucleare, è diventato ancora più forte.

Non a caso, Re Salman dell’Arabia Saudita è tornato, dopo un lungo silenzio che durava da settembre, a invocare pubblicamente una “posizione decisa” contro l’Iran, che starebbe a suo dire progettando lo sviluppo di missili balistici e nucleari. Riad è alleato degli USA nel Medio Oriente e la vicinanza tra i due stati sotto la presidenza Trump è stata persino più forte. Le posizioni del regno dovranno necessariamente essere prese in considerazione da Washington, chiunque governi. Peraltro, dall’accordo del 2016 il regime dell’ayatollah non ha fatto che creare tensioni nell’area, dalla Siria allo Yemen, passando per il Libano e provocando più o meno direttamente il nemico saudita. Difficile che pur un ben disposto Biden possa ottenere un negoziato con esiti positivi in breve tempo. Intanto, l’economia iraniana collassa e le speranze di una sua ripresa a breve sono praticamente inesistenti.

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