OPEC a pezzi, petrolio giù sotto 60 dollari. E quell’incontro misterioso tra USA e sauditi

L'Arabia Saudita non avalla un taglio deciso della produzione di petrolio e le quotazioni crollano sotto i 60 dollari a vertice OPEC ancora in corso. L'America di Trump invia un suo emissario a Vienna e si apre il giallo sull'incontro con il ministro al-Falih.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Arabia Saudita non avalla un taglio deciso della produzione di petrolio e le quotazioni crollano sotto i 60 dollari a vertice OPEC ancora in corso. L'America di Trump invia un suo emissario a Vienna e si apre il giallo sull'incontro con il ministro al-Falih.

C’è una notizia sconvolgente per il mercato del petrolio: l’America ha registrato nell’ultima settimana di novembre esportazioni nette, tra greggio e raffinato, pari a 211.000 barili al giorno. Non accadeva da 75 anni, quando ancora alla presidenza degli USA vi era Harry Truman. Il dato risente del boom delle esportazioni, pari a 3,2 milioni di barili al giorno. Dunque, la superpotenza mondiale sarebbe diventata formalmente indipendente sul piano energetico. In realtà, i dati sono molto volatili di settimana in settimana e la media del 2018 resta ancora negativa per circa 3 milioni di barili al giorno. Tuttavia, si consideri che la tendenza a importare petrolio dall’estero si mostra costantemente calante sin dal 2005, anno di apice delle importazioni con una media superiore ai 12 milioni di barili al giorno e fino a un massimo superiore ai 14 milioni. Da allora, lo “shale” ha fatto miracoli. L’America oggi estrae 11,7 milioni di barili ogni giorno dal sottosuolo, superando sia Russia che Arabia Saudita.

L’America spiazza sauditi e russi sul petrolio

L’indipendenza energetica resta il cruccio dell’amministrazione Trump, ma prima di festeggiare bisogna tenere conto che le raffinerie americane continuano a importare petrolio per 7 milioni di barili al giorno netti. Dunque, non è ancora arrivato il tempo di brindare, anche se sta di fatto che persino l’OPEC si trovi ormai costretta a fare i conti con Washington. E i 15 ministri dell’Energia degli stati membri sono riuniti da ieri a Vienna per cercare un accordo sul taglio della produzione, al fine di sostenere le quotazioni internazionali, crollate del 30% rispetto agli inizi di agosto e scese pericolosamente sotto i 60 dollari al barile. Se alla vigilia del meeting si era parlato di un’intesa per ridurre di 1-1,4 milioni di barili al giorno la produzione complessiva del cartello, ieri è arrivata la doccia fredda da parte del potente ministro saudita, Khalid al-Falih, secondo cui sarebbe sufficiente tagliare solo 1 milione di barili al giorno, confermando la disponibilità del regno a fare la sua parte, a condizione che i tagli siano sostenuti dai partner del cartello e anche dalla Russia, che non ne fa parte.

Immediata la reazione del mercato, con le quotazioni che sono arrivate a perdere oltre il 5%. Non solo l’offerta verrà verosimilmente ridotta al minimo del range stimato, ma il taglio sembra dipendere dall’assenso dei russi, che non si mostrano affatto convinti della necessità di bissare l’intesa di due anni fa. Nel frattempo, l’Iran ha chiesto di essere esentato dall’onere, dovendo già subire gli effetti dell’embargo USA sulle sue esportazioni. La tensione dentro l’OPEC è così alta, che è saltata la conferenza stampa prevista al termine della prima giornata dei lavori. E qui si apre un giallo. Il governo americano ha confermato le voci su un incontro a Vienna tra il proprio inviato Brian Hook, titolare del dossier Iran, e il ministro saudita. Riad, invece, ha smentito categoricamente che questo faccia a faccia sia avvenuto e per allontanare le insinuazioni dei partner, secondo cui starebbe agendo sotto dettatura del presidente Donald Trump, al-Falih ha commentato che “non abbiamo bisogno del consenso americano per tagliare la produzione di petrolio, gli americani non sono in condizioni di imporci nulla”.

Lo spettro di Trump al vertice OPEC

Sarà, ma il regno deve stare attento a non indispettire proprio la Casa Bianca, rimastagli a fianco sul caso Khashoggi. Se Trump dovesse rimanere inalberato dall’esito del vertice OPEC, potrebbe punire il principe Mohammed bin Salman, erede al trono saudita e vero detentore del potere nella monarchia assoluta, facendo aprire le indagini sul giornalista ucciso e indebolendolo sul piano internazionale, quando già in patria la sua posizione verrebbe messa in dubbio da ampi settori della Famiglia Reale. Per questo, i sauditi all’OPEC stanno cercando di dare un contentino a tutti, nel tentativo di evitare nuove fuoriuscite dal cartello dopo quella clamorosa annunciata a inizio settimana dal Qatar, altro nemico di Riad negli ultimi tempi, a causa dell’embargo da questi subito per le accuse di sostegno al terrorismo internazionale e di eccessiva vicinanza all’Iran.

Perché il Qatar abbandona l’OPEC e cosa significa per il mercato mondiale del petrolio

L’America di Trump irrompe al vertice OPEC come mai prima in termini così espliciti. Nonostante la battuta del ministro iraniano Bijan Zanganeh – “se gli USA vogliono far parte dell’OPEC, la loro richiesta dovrà essere esaminata” – la questione è quanto mai seria: il boom dello “shale” ha reso la prima economia mondiale anche la prima produttrice e di questo passo non trascorrerà molto tempo per il suo raggiungimento dell’indipendenza energetica. Se sino a pochi anni fa gli americani erano percepiti come una fonte certa e crescente di domanda di petrolio, adesso sono diventati i principali concorrenti del cartello nella produzione e iniziano a prendere piede in mercati ad alto potenziale, come la Cina dopo la fine dell’auto-embargo dopo 70 anni, decisa 3 anni e mezzo fa dall’amministrazione Obama.

Nei primi 10 mesi dell’anno, Pechino ha importato dagli USA oltre 78 milioni di barili, l’Italia più di 43, rispettivamente la media del 2% e del 6% delle importazioni complessive. E quel che è peggio per l’organizzazione, Washington ha una forte capacità di leva sui leader sauditi, intercorrendo tra le due parti interessi geopolitici che vanno anche oltre lo stesso mercato del petrolio. Certo, nessuno potrà chiedere a Riad di danneggiare la propria economia, ma tra quote di mercato che rischiano di andare perdute nella promettente Asia per effetto dei tagli alla produzione e riserve valutarie ancora prossime ai 500 miliardi (oltre il 70% del pil), i sauditi possono aspettare che le sole forze della domanda e dell’offerta facciano da sé, senza inimicarsi (inutilmente) il prezioso alleato americano, che in cambio di un atto di fede, avrebbe già rassicurato sulla sua volontà di azzerare le esportazioni iraniane.

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Argomenti: Crisi materie prime, Petrolio, quotazioni petrolio