Più donne e meno immigrati al lavoro: così l’Arabia Saudita guarda al futuro oltre il petrolio

L'occupazione femminile s'impenna nel regno, tra pandemia e riforme economiche volute dal Principe Mohammed bin Salman.

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Occupazione femminile in forte crescita nel regno saudita

Fino a metà del 2018, le donne in Arabia Saudita non potevano neppure guidare. Adesso, i tassi di occupazione femminile risultano impennati nel giro di breve tempo. La partecipazione al lavoro è salita dal 19% del 2016 al 33% del 2020. Stupiscono non tanto e non solo i dati assoluti, quanto la loro velocità di crescita. A cosa si deve il boom è facile capirlo. Nell’aprile del 2016, il Principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) svela la sua “Vision 2030”, un piano di centinaia di riforme, tutte con un unico obiettivo: sganciare l’economia saudita dalla dipendenza verso il petrolio.

E proprio MbS ha avuto modo di rispondere a numerose domande all’estero sulla condizione delle donne, sostenendo che rappresentino la metà del regno e che sarebbe auspicabile che fossero “una metà produttiva”. In realtà, il principe ha posto sostanzialmente fine all’era della vita gratis, sollecitando gli stessi uomini ad andare a lavorare. Fino a qualche anno fa, i sussidi generosissimi elargiti grazie ai proventi petroliferi consentivano a milioni di persone di vivere senza lavorare o di lavorare poco. Adesso, la musica sta cambiando. Il petrolio ancora frutta ancora centinaia di miliardi all’anno di ricavi e utili, ma Riad pensa già al dopo.

L’occupazione femminile e, in generale, i diritti delle donne sono diventati centrale nella strategia del regno. Non a caso, lo scorso anno è cambiata la politica dell’immigrazione. I datori di lavoro dovranno pagare una cifra mensile rilevante per garantire il permesso di soggiorno ai propri dipendenti, mentre dovranno rispettare quote minime di assunti tra i sauditi. Ed ecco che nella seconda metà del 2020, ben 350 mila posti di lavoro si sono persi tra gli stranieri.

In molti casi, le imprese li hanno sostituiti con lavoratrici donne. Il motivo è semplice: si accontentano di stipendi più bassi degli uomini sauditi, sebbene percepiscano mediamente il doppio degli immigrati.

Occupazione femminile e diritti delle donne

In Arabia Saudita, su una popolazione di 30 milioni di abitanti quasi 11 milioni sono stranieri. Sono stati ad oggi loro ad avere mantenuto il funzionamento di interi comparti dell’economia, tra cui il commercio. Adesso, le donne stanno gradualmente rimpiazzandoli. Oltre un quarto di esse risultano occupate proprio nel commercio. Il boom dell’occupazione femminile, però, è stato possibile anche grazie alla concessione di molti diritti negati fino a pochi anni fa.

Muoversi è diventato molto più semplice grazie non solo alla possibilità di guidare, ma anche ad avere un passaporto, ad uscire di casa senza essere necessariamente accompagnate da un parente maschio e all’eliminazione delle barriere tra sessi sul posto di lavoro. Prima, le imprese dovevano suddividere gli ingressi tra uomini e donne. E le donne ormai possono entrare negli stadi, pur in settori a parte, così come andare al cinema e mescolarsi agli uomini nei ristoranti. E non sono più strettamente obbligate a coprire il capo. Cambiamenti epocali, che stanno avvenendo anche nelle aree più conservatrici del regno, come il sud-est.

La conquista di nuovi diritti non ha fatto il paio con maggiori libertà politiche nel regno. Nelle alte sfere del clero e della stessa monarchia esistono forti resistenze alla politica liberale del principe. Per questo, la repressione ai danni degli oppositori si è fatta più truce. In sostanza, per fare avanzare i diritti delle donne serve schiacciare le voci contrarie. Un delicato equilibrio, che sta rendendo possibili netti e veloci progressi per l’occupazione femminile. Essere donna non ha mai portato a tante prospettive nel regno come in questa fase.

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