Obbligazioni MPS, salvataggio pubblico con tanti dubbi: le domande al governo

Il salvataggio di MPS è molto meno chiaro di quanto appaia e a rischiare di più restano gli obbligazionisti subordinati, ma non solo. I senior non dormano sonni troppo tranquilli.

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Il salvataggio di MPS è molto meno chiaro di quanto appaia e a rischiare di più restano gli obbligazionisti subordinati, ma non solo. I senior non dormano sonni troppo tranquilli.

Dopo il fallimento dell’aumento di capitale sul mercato da 5 miliardi di MPS, il governo Gentiloni ha approvato un decreto “salva risparmio”, con il quale la scorsa settimana si sono poste le condizioni per un salvataggio pubblico fino a 20 miliardi di euro, esteso a tutte le banche italiane che rischiano il crac. Tra le maggiori novità, sappiamo che il Tesoro convertirà obbligatoriamente tutte le obbligazioni subordinate di MPS in azioni, al tasso di 75 per i bond Tier I, quelli maggiormente nelle mani degli investitori istituzionali, a 100 per quelli Tier II, più che altro posseduti dal canale retail (famiglie). Al fine di evitare un contenzioso, i bond MPS 15 maggio 2018, del tipo Upper Tier II, acquistati in fase di emissione da 40.000 piccoli investitori, saranno oggetto di un’offerta della stessa banca.

Le obbligazioni subordinate in mano al canale retail saranno convertite in azioni, come appena scritto, insieme a tutte le altre, ma potranno godere di una tutela particolare, in quanto i possessori saranno in grado di rivendere al Tesoro le azioni oggetto della conversione e di trasformarle in obbligazioni senior, più garantite delle subordinate. (Leggi anche: MPS salvata dallo stato, ecco cosa devono sapere gli obbligazionisti)

La linea di Bruxelles

Per questa via, gli obbligazionisti subordinati sarebbero trasformati in senior, ovvero passerebbero dalla condizione di creditori a rischio a quella di creditori più o meno sicuri. Fin qui, tutto bene. Ma è davvero così?

Subito dopo il varo del decreto, il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha twittato parole molto meno tranquillizzanti: l’intervento pubblico in Italia resta possibile, ma dopo che azionisti e obbligazionisti avranno contribuito a coprire le perdite, secondo il principio del “burden sharing”, posto alla base del bail-in europeo. (Leggi anche: Burden sharing scenario più probabile)

 

 

 

I dubbi sull’operazione del Tesoro

Come si metteranno d’accordo Roma e Bruxelles? Per prima cosa, s’ipotizza un cosiddetto bail-in “morbido”, in base al quale sarebbero colpiti solo gli obbligazionisti subordinati istituzionali. Facile a dirsi, più complicato nell’attuarsi. Anzitutto, perché formalmente non esiste alcuna norma che avallerebbe un simile trattamento discriminatorio e, a meno che i diretti interessati non siano d’accordo, il rischio è che si arrivi alle carte bollate, specie da parte degli investitori stranieri.

Discriminare tra istituzionali e retail sarebbe, poi, un precedente pericoloso per l’Italia, perché potrebbe allontanare i capitali dei primi dal nostro mercato e che la fanno da padroni per le obbligazioni bancarie. E ancora: gli obbligazionisti retail potranno rivendere i titoli azionari frutto della conversione al Tesoro e scambiarli con obbligazioni senior di nuova emissione. Tre domande: chi? quando? E a quale prezzo? (Leggi anche: Banche, nazionalizzazione e bail-in light: ecco lo scenario inquietante)

Rischio di perdite superiori alle attese

Le obbligazioni senior saranno probabilmente emesse nel corso dell’intero 2017, durante il quale scadranno bond MPS per un controvalore di 12 miliardi. Dunque, gli obbligazionisti subordinati convertiti dovranno attendere fino a un anno per tornare creditori? E se nel frattempo il corso delle azioni precipita? A quale prezzo sarà fissata dal Tesoro la conversione? E potranno godere di tale trattamento privilegiato tutti i subordinati o solo coloro che hanno acquistato i titoli in fase di emissione? Cosa accadrà a quanti avessero acquistato anche solo il giorno dopo?

Infine, altro aspetto non da sottovalutare: l’aumento da 5 miliardi era legato alla cessione di crediti deteriorati lordi per 27,7 miliardi, operazione sospesa. Tale vendita era stimata a un terzo del valore originario, fruttando un incasso atteso di 9,2 miliardi. Ciò implica che governo e banca abbiano messo in conto un esito migliore di quello che mediamente è avvenuto quest’anno con la cessione da parte delle banche italiane degli Npl, avvenuta fino a un minimo del 16% del valore originario di tali crediti. (Leggi anche: Crisi banche italiane, servono troppi soldi per salvarle)

 

 

 

Bond senior MPS a rischio?

Cosa accadrebbe, se a fronte dei 27,7 miliardi lordi in vendita, MPS incassi meno dei 9,2 miliardi, magari intorno al 20-25% del valore, ovvero 5,5-7 miliardi? Si aprirebbe un ulteriore buco da 2-3,5 miliardi, che andrebbe a intaccare persino i bond senior. Già, i senior. Se passa la linea europea, saranno più a rischio di quanto si creda. Il bail-in presuppone che i privati – nell’ordine, azionisti, obbligazionisti subordinati, senior e, in estrema ratio, i titolari di conti correnti sopra i 100.000 euro e solo per la cifra eccedente tale soglia – sopportino almeno l’8% delle passività totali, prima che la banca possa chiedere aiuto al governo.

Sarà pure una coincidenza, ma l’8% delle passività di MPS corrisponde a 13 miliardi di euro, una cifra coincidente con il valore di tutte le obbligazioni (senior e subordinate) emesse dalla banca. Il precedente del Portogallo di un anno fa parla chiaro. Riflettette, gente. (Leggi anche: Bail-in e banche in crisi, ora anche i bond senior sono a rischio)

 

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