Obbligazioni MPS, così la banca è passata alle minacce: il bail-in è già adesso

L'offerta di MPS agli obbligazionisti subordinati suona come una minaccia, un vero e proprio bail-in non ufficiale. Vediamo le ragioni per cui gli investitori sono con le spalle al muro.

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L'offerta di MPS agli obbligazionisti subordinati suona come una minaccia, un vero e proprio bail-in non ufficiale. Vediamo le ragioni per cui gli investitori sono con le spalle al muro.

Se non fossimo ormai abituati a tutto, dovrebbe destare scandalo il contenuto intimidatorio della lettera inviata dall’ad di MPS, Marco Morelli, ai 40.000 obbligazionisti subordinati, in possesso di bond per un controvalore nominale complessivo di quasi 5 miliardi. Nella missiva, l’amministratore delegato, fresco di nomina, invita gli investitori ad aderire alla conversione “facoltativa” dei titoli in azioni al tasso dell’85% per i Tier 1, quelli più rischiosi, del 100% per i Tier II, quelli meno rischiosi.

Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole, senonché a corredo dell’invito, la banca senese ha pensato bene di avvertire i destinatari, che nel caso in cui l’adesione all’offerta non fosse adeguatamente alta, l’operazione di ricapitalizzazione rischierebbe di non andare in porto e la conseguenza di questo insuccesso porterebbe dritti al rischio “bail-in”.

In pratica, MPS starebbe mettendo gli investitori con le spalle al muro, dicendo loro: o aderite alla proposta di conversione dei bond subordinati in azioni, oppure rischiate di perdere tutto o quanto meno più di quanto non perdereste con la nostra offerta. (Leggi anche: Crisi MPS, rischio bail-in con flop aumento)

Anche l’Europa percepisce rischio bail-in per MPS

E nelle scorse ore, a conferma che le “minacce” fatte recapitare agli obbligazionisti siano tutt’altro che campate in aria, il responsabile del Single resolution board (Srb), Elke Koenig, ovvero l’autorità che presidia le circa 130 banche europee più importanti, ha espresso preoccupazione sul buon esito dell’operazione di salvataggio di MPS, sostenendo che servirebbero adesioni da parte degli obbligazionisti per non meno di 1-1,5 miliardi di euro, oltre che il materializzarsi finalmente di un “anchor investor”, ossia di un nababbo, che decida di metterci a Siena qualche miliardo. Se ciò non accadesse, ha spiegato, il rischio bail-in sarebbe concreto.

Cos’è il bail-in? Lo abbiamo spiegato numerose volte, ma è bene ripeterlo. Quando una banca è sull’orlo del fallimento, le nuove regole, in vigore da quest’anno, impongono che fino ad almeno l’8% delle passività, siano chiamati a coprire le perdite (nell’ordine) gli azionisti, gli obbligazionisti subordinati, gli obbligazionisti senior e, infine, i titolari di conti correnti, ma solo per le somme eccedenti i 100.000 euro.

(Leggi anche: Crisi MPS, perché il bail-in si avvicina)

 

 

 

La proposta di MPS è già un bail-in … mascherato

Ora, per gli obbligazionisti subordinati saremmo già in presenza di un bail-in mascherato, perché la proposta della banca appare tutt’altro che una facoltà, traducendosi in un male minore, che gli investitori sarebbero sostanzialmente costretti a scegliere. D’altronde, mettiamoci nei panni di un titolare del bond maggio 2018, quello maggiormente al centro delle polemiche, perché risulta comprato da decine di migliaia di risparmiatori privati. Oggi quota intorno a 65, se chi lo possiede aderisse all’offerta, si porterebbe a casa l’85% del valore nominale in azioni, a metà strada tra quotazioni attuali e il prezzo di rimborso previsto alla scadenza (100), che appare, però, ormai un miraggio. (Leggi anche: Crisi MPS, bail-in mascherato)

In teoria, potrebbe tirare un sospiro di sollievo chi è in possesso di bond Tier II, che si vedrebbe offerte azioni per un valore del 100% il prezzo del titolo. Già, ma quando all’obbligazionista verranno consegnate azioni MPS, dovrà sperare che queste conservino il loro valore fino alla data in cui potrà cederle sul mercato, in quanto è molto probabile che la banca, vista la mole di titoli convertiti e l’impatto che avrebbe sulle quotazioni azionarie, fissi un periodo di “lock-up”, durante il quale non sarà possibile rivenderli.

Dunque, se possiedo un bond subordinato MPS, a seconda del tipo, mi verrà convertito in azioni dal valore pari all’85% o al 100%. Se, poi, il prezzo delle azioni dovesse salire, tanto meglio se avrò aderito all’offerta, ma se dovesse scendere, mi ritroverò in mano titoli dal valore ancora più basso. Metteteci anche che il futuro della banca dipenderà in buona parte anche dall’esito del referendum del 4 dicembre prossimo (gli investitori, non a caso, sinora sono rimasti alla finestra) e capirete perché stiamo parlando di una proposta indecente, che spinge gli obbligazionisti a diventare soci di una banca dal capitale quasi azzerato.

Se non è bail-in questo!

 

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