Nuovo attacco alla Nutella per ‘sfruttamento minorile’, ma la Ferrero non c’entra

Ferrero sotto attacco in Australia dopo un servizio della Bbc su presunti casi di sfruttamento del lavoro minorile in Turchia e legati alla produzione della Nutella, rispetto ai quali l'azienda italiana risulterebbe estranea.

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Ferrero sotto attacco in Australia dopo un servizio della Bbc su presunti casi di sfruttamento del lavoro minorile in Turchia e legati alla produzione della Nutella, rispetto ai quali l'azienda italiana risulterebbe estranea.

Sarà che all’estero non si capacitino di come un gruppo alimentare italiano riscuota questo immenso successo nel mondo, sarà anche che nessuno sia ad oggi riuscito ad imitarne la crema spalmabile per gusto e consistenza, sarà anche che quando c’è da prendere di mira l’Italia, ogni scusa diventa buona, ma non passa periodo che la Ferrero non sia sotto attacco all’estero per una qualche accusa grave. Qualche anno fa, ci aveva provato la Francia con la campagna contro l’olio di palma utilizzato per la produzione della Nutella, mentre adesso è stata la volta della Bbc, la TV pubblica di Sua Maestà Elisabetta II, secondo cui il gruppo di Alba (Cuneo) si renderebbe responsabile niente di meno che di sfruttamento minorile.

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E alcune catene di supermercati in Australia hanno subito preteso chiarimenti dalla società italiana, segnalando di aderire ai protocolli etici, che vietano la vendita di prodotti nei propri scaffali che derivino tra l’altro dallo sfruttamento di minori. Trattasi di Woolworth, Coles e IGA, tutte “anime pie” scese in campo per chiedere spiegazioni alla Ferrero, ma che in realtà strizzano l’occhio a facili campagne mediatiche molto popolari nell’era dei social, con l’obiettivo di attirare clienti. Quasi una beffa per una realtà nota per essere tra le aziende al mondo in cui i lavoratori si mostrano più soddisfatti. Di pochi giorni fa, ad esempio, la notizia di un premio di produttività mediamente pari a oltre 2.000 euro per ciascun dipendente.

Che cos’è successo? Secondo Bbc, che ha raccolto le testimonianze di due ragazzi curdi di nome Mustafa e Mohammed, molti minorenni in Turchia verrebbero pagati 65 lire al giorno per raccogliere nocciole, le quali verranno successivamente vendute alla Ferrero per produrre cioccolata.

Qualcosa come 10 euro al giorno e al lordo delle commissioni per gli agenti (caporalato), pochi anche per le leggi locali, che impongono una retribuzione minima giornaliera di 95 lire, circa 15 euro. Alba si difende, sostenendo di non avere alcunché a che vedere con questi casi, ma assicura che approfondirà la vicenda per ottenere la piena tracciabilità della provenienza dei raccolti, ad oggi al 39%.

Ferrero estranea allo sfruttamento minorile in Turchia

Ferrero fattura 11 miliardi di euro all’anno e impiega nel mondo oltre 35.000 dipendenti. Poiché la produzione di nocciole in Italia risulta insufficiente, si trova costretta ad importarle dall’estero, specie dalla Turchia, dove acquista circa un terzo dei raccolti. Questi vengono realizzati da 400.000 aziende familiari in piena autonomia per essere successivamente venduti a intermediari, i quali a loro volta rivendono alla Ferrero per rendere possibile la produzione della preziosa Nutella.

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Dunque, Ferrero con i presunti minori sfruttati non c’entra un fico secco. Anche perché la Turchia è attraversata da gravi problemi sociali interni, tra cui il lavoro nero e la presenza della minoranza curda, spesso in condizioni di semi-clandestinità. Raccolti così diffusi sono impossibili da controllare in maniera esaustiva, volendo essere sinceri. E non sussiste alcun rapporto di dipendenza o diretto tra la società e le aziende che impiegherebbero minori per poche lire, è proprio il caso di dirlo. Forse il gioielliere sotto casa sa da dove provenga l’oro della collanina che vi vende, se sia stato estratto dalle mani di bambini africani in condizioni psicofisiche spaventose?

Lo sfruttamento minorile nel mondo continua a rappresentare una piaga e riguarda un po’ tutti i settori dell’economia, specie quello primario, dove i prezzi dei prodotti sono notoriamente bassi e la manodopera necessaria si rivela abbondante. La stessa Italia ha conosciuto questo male fino a non molti decenni fa e lo vive tutt’oggi con gli immigrati nei campi, spesso ritrovati cadaveri sui cigli delle strade dopo essere stati abbandonati da caporali senza scrupoli e che vogliono evitare guai con la giustizia.

Un attacco al Made in Italy

Non prendiamoci in giro, perché l’attacco alla Ferrero ha poco a che vedere con il sacrosanto desiderio di tutela dei minori, riguardando interessi industriali di paesi concorrenti, soliti ad architettare campagne rumorose a livello internazionale contro alcuni gioielli del Bel Paese. Sono gli stessi media, che tempo fa hanno avuto l’impudenza di sostenere che la cucina mediterranea farebbe male alla salute, che a Bruxelles cercano di convincere burocrati compiacenti che la pizza cotta nei forni a legna sarebbe cancerogena e magari di tanto in tanto lanciano servizi per veicolare messaggi terrorizzanti sulla Xylella in Puglia o il pomodoro di Pachino.

Infine, una grave ipocrisia affligge gli stessi consumatori, rappresentati da associazioni pronte a dire la loro su qualsiasi vicenda dai risvolti “etici” e che scendono sul piede di guerra quando l’osservanza di tali valori tanto sbandierati comporta la lievitazione dei costi e, quindi, dei prezzi sugli scaffali. Perché a chiacchiere tutti siamo rispettosi dell’ambiente, tutti siamo contrari allo sfruttamento del lavoro, al lavoro minorile e all’uso dello strapotere delle multinazionali nelle aree più povere del pianeta.

Peccato che nessuno di noi (o quasi) si mostri concretamente disposto a rinunciare ai vantaggi ottenuti tramite tali dis-valori, perché tutti pretendiamo che i prezzi siano i più bassi possibili e siamo pronti a cestinare la tanto sbandierata etica, mettendo nel carrello quanto di più conveniente troviamo per le nostre tasche. Perché gli unici valori con cui si fanno i conti alla cassa sono quelli degli euro.

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