Nuova riforma Fornero sulle pensioni, più IMU e IVA dopo le elezioni

Dopo le elezioni arriveranno cattive notizie sulle pensioni, le case e l'IVA. Il clima da camomilla di questi mesi tra governo ed Europa è solo una farsa per evitare disastri alle urne.

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Dopo le elezioni arriveranno cattive notizie sulle pensioni, le case e l'IVA. Il clima da camomilla di questi mesi tra governo ed Europa è solo una farsa per evitare disastri alle urne.

Sembrano bei momenti per l’economia italiana, la cui crescita quest’anno dovrebbe accelerare ai massimi dal 2010 a circa il +1,5%, in scia al consolidamento della ripresa in ogni angolo dell’Eurozona. In vista, non sembra esservi alcuna manovra “lacrime e sangue”, come pure ci si aspetterebbe da un governo, che deve ancora reperire circa 15,5 miliardi di euro solo per evitare che scattino le clausole di salvaguardia, quelle che farebbero schizzare le aliquote IVA rispettivamente dal 22% al 25% e dal 10% al 13%.

Ma non abbandoniamoci ai facili entusiasmi, perché dietro l’angolo sarebbe pronta per l’Italia una nuova manovra finanziaria dai tratti non dissimili di quella varata nel 2011 dal nascente governo Monti. E a dirlo non sono i “gufi”, bensì numeri e documenti ufficiali. (Leggi anche: Sanatoria sul contante per abbellire i conti pubblici)

Se negli ultimi tempi non si parla più di necessità di stretta sui conti pubblici è solo per l’avvicinarsi delle elezioni politiche, che già si preannunciano dall’esito piuttosto caotico, in assenza di un sistema di voto razionale; figuriamoci se il governo Gentiloni si presentasse agli elettori con una legge di Stabilità appena approvata con aumenti di tasse e tagli draconiani a certi capitoli di spesa, come le pensioni.

Spesa per le pensioni resta fuori controllo

Eppure, nella nota di aggiornamento al Def, per l’anno prossimo sono previsti incassi per 5,1 miliardi, lo 0,3% del pil, derivanti dalla solita lotta all’evasione fiscale. In sostanza, nuove entrate tributarie vengono contabilizzate per tagliare il deficit. La si chiami come si vuole, ma si tratta di più tasse, anche se formalmente a carico dei più furbi. La vera sorpresa negativa, tuttavia, non sarebbe nemmeno questa, bensì la previsione del Ministero dell’Economia di un aumento del rapporto tra spesa pensionistica e pil dal 15,3% attuale al 16% tra 5 anni e fino ad arrivare al picco del 18,4% nel 2040. (Leggi anche: Pensioni a 67 anni, scontro tra dirigismo e libertà)

Queste cifre ci segnalano l’insufficienza della riforma Fornero, che pure gli italiani prossimi alla pensione già considerano piuttosto severa.

Invece, l’incidenza del capitolo previdenza sul bilancio statale tende a crescere senza interruzione. Semmai, il governo Monti sarebbe stato capace di sgonfiare la curva della spesa nei decenni successivi, senza riuscire, però, ad appiattirla. Altro che dibattito sullo stop all’innalzamento di 5 mesi dell’età pensionabile dal 2019. Tra 15 mesi, volenti o nolenti, l’età ufficiale per andare in pensione salirà a 67 anni per uomini e donne, con buona pace di chi, dal Parlamento, si spende da mesi per impedire un simile scenario. Troppo costoso sarebbe per i conti pubblici evitare tale inasprimento dei requisiti, stando alla Corte dei Conti, all’Ufficio bilancio parlamentare e alla Banca d’Italia.

Attenzione, però, perché le cifre del Def sulla spesa pensionistica nei prossimi decenni contemplano già l’innalzamento dell’età pensionabile per l’adeguamento all’aumento della longevità media degli italiani, come da rilevazioni Istat. Dunque, non è mandando gli italiani in pensione a 69 anni e 9 mesi prima del 2050 che si eviterà la crescita della spesa. Servono misure supplementari, anche perché aldilà dei requisiti formali, ancora nel 2016 i lavoratori italiani sarebbero riusciti mediamente ad andare in pensione a 61 anni di età, appena 2 anni più tardi di quando ancora non era stata approvata la riforma Fornero. Ovvero, aspettiamoci una stretta sulle pensioni anticipate, quelle di reversibilità e una possibile riduzione degli assegni calcolati in parte o per intero con il metodo retributivo, notoriamente più favorevole di quello contributivo, che si applica progressivamente ai nuovi assegni.

Più IVA e IMU in vista

Non è finita. La Commissione europea ha da poco pubblicato un documento, nel quale si invitano gli stati membri dell’Eurozona a tagliare la tassazione sul lavoro, spostandola sugli immobili e i consumi, ovvero su forme impositive meno distorsive. Secondo Bruxelles, Germania, Austria, Lituania e Lettonia potrebbero permettersi di ridurre la pressione fiscale sul lavoro senza alcuna compensazione (si tratta di economie con conti pubblici solidi, se non in attivo), mentre Italia, Francia e Belgio non potrebbero finanziare tale misura in deficit, correndo altrimenti i loro bilanci “alti rischi”.

Non si tratta di una novità assoluta. Da anni, la UE esorta i governi nazionali a spostare la tassazione dai redditi ai consumi e l’Italia, in particolare, a stangare di più il suo ricco patrimonio immobiliare, nonché ad aumentare l’IVA, dato che vanta uno dei carichi fiscali più alti sul lavoro, cosa che si ritorce contro l’occupazione e la crescita. Lo stesso ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, aveva palesato nei mesi passati la volontà di tagliare per qualche miliardo il cuneo fiscale dall’anno prossimo, ma aumentando l’IVA. (Leggi anche: Aumentare l’IVA per tagliare le tasse sul lavoro, ricetta per il disastro di Padoan)

Dopo le elezioni sarà stangata

State tranquilli: non sarà per l’anno prossimo, perché si vota. Il giorno dopo le elezioni, però, mentre saremo probabilmente incollati alla TV e con lo sguardo sul telefonino per monitorare l’evoluzione politica, a Roma si metteranno in moto manovre parallele per rassicurare Bruxelles sulla tenuta dei conti pubblici italiani. In fondo, non è un mistero che il governo Renzi abbia rinviato di anno in anno l’appuntamento con il risanamento fiscale e che quello attuale abbia ottenuto per l’ennesima volta dalla UE la possibilità di spostare al 2019 la necessità di coprire gran parte delle clausole di salvaguardia, per l’esattezza incassando 10 miliardi di euro di maggiore deficit possibile nel 2018, debiti che ci sarà chiesto di pagare l’anno successivo.

Che l’aliquota IVA massima italiana sia già tra le più alte al mondo e che gli immobili siano nel nostro paese tra i più tartassati di tutta l’area OCSE, che ne dicano il governo e l’Europa, poco importa. La UE approfitterà del probabile caos post-elettorale per “regolare” i conti con l’Italia una volta per tutte, aggredendone i patrimoni, partendo dalle case, nonché pretendendo una ulteriore stangata sui consumi, dopo quella dai risultati fallimentari del 2012-2013. E le stesse pensioni torneranno nel mirino.

Ad eseguire tali manovre sarà l’ennesimo governo tecnico, retto in Parlamento dai soliti partiti “responsabili” in modo bipartisan, gli stessi che pochi mesi dopo tornerebbero a infiammare le piazze con slogan contro l’Europa cattiva. (Leggi anche: Riforma elettorale, se il caos a Roma all’Europa conviene)

 

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