Nord Corea: Kim Jong-Un è tutt’altro che pazzo, per Trump scelta impossibile

Scelta impossibile per il presidente Trump sulla Corea del Nord, mentre Kim Jong-Un usa i missili e la bomba atomica per un preciso obiettivo razionale. E tra i due litiganti, a godere è la Cina.

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Scelta impossibile per il presidente Trump sulla Corea del Nord, mentre Kim Jong-Un usa i missili e la bomba atomica per un preciso obiettivo razionale. E tra i due litiganti, a godere è la Cina.

“Rocket man” l’ha fatto ancora. Dopo 6 test nucleari dal 2003 e 20 missili nel solo 2017,  martedì sera, Kim Jong-Un ha lanciato un missile Hwasong-15 a lungo raggio, che secondo gli esperti americani sarebbe in grado di colpire città come New York e Washington.

In un comunicato ufficiale, la Corea del Nord ha fatto sapere di essere diventata “una potenza nucleare”. In realtà, non lo sarebbe ancora, ma pare che Pyongyang sia a un passo dalla bomba atomica. In ogni caso, c’è parecchia preoccupazione negli USA sul fronte della sicurezza nazionale. E il presidente Donald Trump sarebbe adesso in una condizione a dir poco impossibile, certamente la più difficile dal Secondo Dopoguerra per la Casa Bianca: accettare che il regime comunista eremita diventi una potenza nucleare, oppure attaccarlo. (Leggi anche: Corea del Nord tra rischio carestia e piani nucleari: ma cosa vuole Kim Jong-Un?)

E’ evidente come gli americani non possano permettersi né l’una, né l’altra opzione. Sul piano geopolitico, la prima ipotesi segnerebbe la fine dell’influenza USA nell’area dell’Est Pacifico, con Corea del Sud e Giappone, in particolare, a cercare altre vie per mettersi al riparo dai rischi di un attacco di Pyongyang. La seconda ipotesi, invece, preluderebbe a uno scenario catastrofico, perché se non vi è dubbio che l’America riuscirebbe a “distruggere completamente” la Corea del Nord, per usare le parole di ieri dell’ambasciatore USA all’ONU, Nikki Haley, prima che ciò accada, il regime di Kim Jong-Un avrà distrutto la capitale sudcoreana, Seul, che dista da quella nordcoreana meno di 80 km e dal confine con lo stato del nord di una trentina di km. Le vittime potenzialmente sarebbero centinaia di migliaia.

E da questa scelta impossibile per Trump si capisce come il giovane dittatore sia tutt’altro che quel pazzo squilibrato dipinto dai media di quasi tutto il pianeta. Anzi, potrebbe persino essere il più razionale di tutti i capi di stato, per quanto temerario e pericolosissimo. La sua campagna missilistico-nucleare non sarebbe frutto della follia, bensì un’assicurazione per la propria vita e per la sopravvivenza del suo regime.

I dittatori di mezzo mondo temono, infatti, di fare la fine di Saddam Hussein e di Muhammar Gheddafi, eliminati dagli USA dopo decenni di potere gestito in maniera assoluta e apparentemente non scalfibile. Ciò è stato possibile per un solo motivo: non avevano l’atomica.

Perché Kim Jong-Un lancia missili

La bomba atomica funge da deterrente contro attacchi esterni. E’ su questo equilibrio, ad esempio, che pur nei periodi più bui della Guerra Fredda, USA e Urss non si scontrarono mai direttamente sul piano militare. Entrambi erano dotati di un arsenale nucleare e ciascuno era consapevole che attaccando, avrebbe rischiato la distruzione propria e del pianeta. Kim Jong-Un sa che con l’atomica non potrebbe più essere a rischio attacco esterno, per cui questa garantirebbe lunga vita a sé stesso e al suo regime.

Stando così le cose, non si vede come gli USA ne possano uscire. In effetti, da soli non andranno forse lontano. Avranno bisogno di un grande aiuto, quello della Cina, ammesso che sia possibile darglielo o che essa glielo voglia concedere. Pechino è un alleato, pur imbarazzato e ormai titubante, di Pyongyang, l’unica a intrattenere sostanzialmente relazioni commerciali con lo stato eremita, sebbene dalla fine del febbraio scorso abbia deciso di aderire alle sanzioni ONU, limitando le importazioni di carbone. Da due mesi, poi, ha tagliato le forniture energetiche, nel tentativo evidente di accrescere la pressione sulla dittatura nordcoreana, inducendola a più miti consigli. A sua volta, il presidente Xi Jinping subisce le pressioni da Trump sin dal suo insediamento, affinché lo aiuti a risolvere una volta per tutte il caso nordcoreano. (Leggi anche: Corea del Nord, sanzioni inefficaci: ecco il vero pericolo per Kim Jong-Un)

Il problema è che, nonostante diversi sforzi siano stati realmente compiuti, Pechino non starebbe più riuscendo a gestire l’alleato scomodo. Se fino a qualche tempo fa sembrava che l’obiettivo di Kim Jong-Un fosse di ottenere lo stop alle esercitazioni militari congiunte tra americani e sudcoreani, adesso non è così certo che egli punti a questo.

La sua campagna bellica punterebbe ben più in alto, ovvero al riconoscimento ufficiale del suo regime tra le grandi potenze nucleari internazionali, ambendo anche a un allentamento delle sanzioni internazionali contro la sua economia.

E la Cina gode tra Kim e Trump

I missili a lungo raggio e i test nucleari appaiono sempre più il tentativo di Kim Jong-Un di perseguire l’ammodernamento della società nordcoreana senza perdere il potere. Da quando è diventato capo dello stato dopo la morte del padre, avvenuta improvvisamente nel dicembre del 2011, il giovane ha cercato, pur informalmente, di migliorare le condizioni economiche della Corea del Nord, tollerando la nascita di piccole imprese e di esercizi commerciali privati, seppur non autorizzandole ufficialmente. Egli sarebbe consapevole che solo con l’introduzione di graduali dosi di liberalizzazione economica e il superamento della dottrina marxista, seguita qui in maniera ortodossa sino alla sua ascesa alla presidenza, si potrebbe aumentare il potere di acquisto dei cittadini, migliorandone le vite.

Sa anche, però, che un simile passo verrebbe percepito dai potentissimi militari come un tradimento dei cardini su cui poggia il regime comunista e rischierebbe, quindi, il golpe. Per conciliare la sua permanenza al potere con l’obiettivo di fare uscire l’economia dallo stato di miseria in cui versa si rende necessaria una campagna nucleare, che gli consenta di vendere agli stessi apparati il riconoscimento internazionale dello status di potenza militare di Pyongyang. E la diffidenza di Kim Jong-Un verso la Cina non sarebbe poca, se è vero che all’inizio dell’anno avrebbe fatto uccidere il fratellastro Kim Jong-Nam, il quale sarebbe stato contattato da Pechino negli anni passati, individuato da questi quale possibile alternativa più presentabile a quella dell’attuale dittatore.

E mentre Pyongyang gioca al suo interno e con il resto del mondo la sua partita a scacchi della vita, l’unica certezza è che ad avvantaggiarsi di questa crisi sia la Cina, il cui potere negoziale con gli USA è letteralmente impennatosi negli ultimi mesi, proprio in coincidenza con l’arrivo alla presidenza di Trump, che era stato percepito nel mondo come un politico anti-cinese per le sue politiche di chiusura commerciale verso Pechino.

Invece, dovendo fare affidamento proprio su Xi per mettere a bada Kim, la Casa Bianca sta perseguendo una linea morbida nelle trattative con i cinesi per rinegoziare le relazioni commerciali su basi meno inique (dal punto di vista USA). Volendo fare facile dietrologia, diremmo che i cinesi si sarebbero inventati ad arte un caso di crisi geopolitica per trattare con Trump su un piano di forza. (Leggi anche: Corea Nord in ginocchio senza Cina, ecco perché Pechino non rompe)

 

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