Non solo quantitative easing: ecco perché i rendimenti dei bond sono così bassi

Non solo il quantitative easing sarebbe la causa del calo sostenuto dei rendimenti sovrani. I titoli "core" sono spinti anche da altri fattori, vediamo quali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Non solo il quantitative easing sarebbe la causa del calo sostenuto dei rendimenti sovrani. I titoli

A metà seduta, lo spread tra i nostri BTp e i Bund tedeschi è salito a 93,50 punti per la scadenza a 10 anni con i nostri rendimenti in ascesa all’1,22%. La scorsa settimana, i decennali italiani erano scivolati fino all’1%. I titoli tedeschi a 10 anni rendono oggi intorno allo 0,28%, una decina di punti base in più rispetto al minimo record toccato la settimana scorsa. Dunque, il mercato si sta prendendo una pausa, dopo gli acquisti sostenuti delle sedute precedenti, preferendo realizzare i guadagni, come sta accadendo oggi anche in borsa? La spiegazione potrebbe essere parziale. Ieri, vi avevamo documentato come dai dati ufficiali della BCE emergerebbe che l’istituto non acquisti titoli di stato dell’Eurozona sin dalla seduta del mercoledì. Nelle prime tre giornate di attuazione del piano di “quantitative easing”, infatti, sappiamo che Francoforte ha acquistato bond governativi per 9,75 miliardi, lo stesso importo ieri comunicato per l’intera settimana precedente. Se ne deduce che giovedì e venerdì non vi siano stati più acquisti, quasi certamente per evitare un’eccessiva compressione dei rendimenti sovrani, che si tradurrebbe in una riduzione del raggio di azione del QE, dati i limiti fissati per intervenire.   APPROFONDISCI – Quantitative easing, acquisti dei titoli di stato sospesi dal mercoledì scorso?  

Crollo rendimenti: perché?

Il fenomeno dei rendimenti ai minimi di sempre, vicini allo zero o sotto di esso per i titoli pubblici con scadenze più brevi, non riguarda, però, la sola Eurozona. Tutto il debito sovrano di alta qualità rende pochissimo. Parliamo dei titoli emessi da Germania, USA, Giappone, Danimarca, Svizzera, Norvegia, Singapore, Finlandia, Olanda, Svezia, Taiwan, Australia e Canada, i quali godono del rating AAA da parte delle agenzie di valutazione, sebbene gli USA abbiano perso la tripla A per Standard & Poor’s, dopo lo storico declassamento del 6 agosto del 2011. Bloomberg da una sua spiegazione del fenomeno, adducendo che sarebbero tre i fattori principali dei rendimenti ai minimi di sempre per questi bond. Il primo avrebbe a che fare con i prezzi delle azioni. I fondi bilanciano gli investimenti, puntando per un 60% sulle azioni e per il restante 40% sulle obbligazioni. Quando i corsi dei primi salgono, spostano gli acquisti sui secondi. Ne consegue che, avendo registrato l’indice S&P 500 un boom del 200% dal marzo del 2009 ad oggi, molti investitori preferirebbero adesso acquistare titoli di stato e corporate bonds.   APPROFONDISCI – Rendimenti bond Eurozona ai minimi, il Giappone si butta sui Treasuries   Una seconda motivazione è di natura più strutturale: la popolazione nata dopo la Seconda Guerra Mondiale avrebbe oggi tra i 60 e i 70 anni. Essa mostrerebbe una chiara propensione a puntare su titoli più sicuri, quindi, una minore propensione al rischio. Da qui, lo spostamento progressivo di liquidità dalle azioni alle obbligazioni. Infine, l’offerta. In rapporto alla domanda, si calcola che sarebbe inferiore di 1.000-2.000 miliardi di dollari nel mondo. In altri termini, gli stati più solidi emetterebbero meno debito di quello richiesto dal mercato. James Greiff di Bloomberg spiega che ciò sarebbe conseguenza dei mancati stimoli fiscali negli USA, che avrebbero affrontato la crisi del 2008 con iniezioni di debito molto meno cospicue delle precedenti recessioni. Fatta salva la stima dell’eccesso di domanda, addebitare la bassa offerta agli scarsi stimoli dei governi appare davvero irreale, se si pensa che il deficit USA tra il 2008 e il 2009 esplose al 10% del pil, a seguito dei salvataggi bancari, così come il disavanzo fiscale in Giappone ha toccato il record dell’11,5% nel 2014, in conseguenza della politica fiscale espansiva del governo Abe, solo parzialmente bilanciata dall’aumento dell’IVA. Parliamo delle prime economie del pianeta. Bisogna, inoltre, considerare che il rapporto tra debito e pil nelle maggiori economie mondiali è ai massimi di sempre: oltre il 125% negli USA, al 230% in Giappone, al 72% in Germania. Valori inimmaginabili solamente durante la precedente recessione del 2001.   APPROFONDISCI – Il QE ha appiattito la curva dei rendimenti tra paradossi e fregature per l’investitore  

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Argomenti: Crisi del debito sovrano