Non solo lira turca, come capire le altre valute emergenti a rischio crisi

La tempesta finanziaria che sta travolgendo la lira turca deve farci interrogarci se altre valute emergenti siano altrettanto a rischio

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La crisi delle valute emergenti

La lira turca è stata letteralmente travolta questa settimana sui mercati valutari, anche se la sua crisi parte da lontano e negli ultimi mesi sta solamente accentuandosi. Il tasso di cambio contro il dollaro sprofonda quest’anno di oltre il 40% e le perdite nell’ultimo decennio arrivano all’85%. Al di là degli errori di politica monetaria commessi da Ankara, cerchiamo di capire se altre valute emergenti siano altrettanto a rischio.

L’indice MSCI-EM per quest’anno sembrerebbe non denotare alcuno scricchiolio. Le valute emergenti mediamente contro il dollaro risultano rafforzatesi da inizio gennaio, pur di pochissimo. D’altra parte, rispetto ai massimi toccati a giugno perdono quasi il 2%. Segnano un balzo del 20% dai minimi del decennio toccati a inizio 2016. E queste date non sono casuali. Ormai quasi sei anni fa, i loro tassi di cambio affondarono con il crollo delle quotazioni del petrolio. Adesso, sono sostenuti proprio dai forti rialzi del greggio.

Molte economie emergenti esportano materie prime, per cui le loro valute si avvantaggiano quando queste registrano rincari internazionali. E le esportazioni sono un fattore chiave per capire se una valuta emergente sia o meno a rischio. Partiamo da un dato incontrovertibile: l’andamento di un tasso di cambio dipende dal rapporto tra domanda e offerta della relativa valuta.

Quando le valute emergenti sono a rischio

In generale, le valute emergenti in buona salute dovrebbero esibire saldi commerciali positivi. Se un’economia esporta più di quanto importa, tende ad accumulare riserve valutarie e il suo tasso di cambio si rafforza. Ma non basta. Bisogna guardare anche ai flussi finanziari, per cui il dato più attendibile riguarda le partite correnti. Se sono positive, significa che un’economia esporta beni, servizi e capitali più di quanti ne importi nel complesso.

Saldi correnti attivi denotano un’economia competitiva e che certamente accumula riserve valutarie.

Neanche questo, tuttavia, si mostra sufficiente. Altro dato fondamentale è l’entità del debito estero. Si tratta delle esposizioni di stato, banche e settore privato verso l’estero. Quando un’economia ha un elevato debito estero, significa che è esposta anche ai pagamenti in valute straniere. Ecco che si rende necessario confrontare questi ultimi con i livelli delle riserve valutarie per capire se vi siano sufficienti dollari in cassa per fronteggiare le scadenze. E a tale proposito, il dato che più rileva è quello sul debito estero a breve termine, cioè con scadenze entro 12 mesi.

La Turchia ha un debito estero lordo di circa il 36% del PIL. Quello a breve termine ammontava al settembre scorso a circa il 23% del PIL, di cui per quasi i due terzi del settore privato. Il problema è che le riserve valutarie, al netto delle operazioni swaps, risultano ormai negative di 37,5 miliardi di dollari. In altre parole, esistono pochissimi dollari a fronte di altissime scadenze da onorare. L’unico modo per non fallire è consentire al cambio di indebolirsi per far affluire maggiore valuta straniera tramite le esportazioni.

Considerazioni finali

Riepilogando, le valute emergenti si mostrano a rischio quando:

  • il debito estero è elevato in rapporto alle riserve valutarie;
  • il debito estero a breve termine incide troppo sulle riserve valutarie;
  • le partite correnti esitano saldi negativi.

Aggiungiamo una quarta condizione: la posizione netta con l’estero. Se negativa, segnala che un’economia sia esposta all’umore dei mercati. In Turchia, essa risultava di -285,6 miliardi di dollari al 30 settembre scorso, qualcosa come quasi il 40% del PIL. Cosa significa? Gli investimenti dei turchi all’estero sono assai inferiori a quelli degli stranieri in Turchia. Al 31 dicembre scorso, il dato era negativo di 390,4 miliardi. Nel frattempo, molti investitori stranieri hanno liquidato le loro posizioni e quelli rimasti hanno assistito alla svalutazione dei loro asset con l’indebolimento del cambio.

Non a caso, la lira turca è precipitata.

Infine, attenzione anche ai tassi d’interesse reali. Un’economia emergente non può permettersi a lungo che siano bassi o negativi, specie se nel frattempo le principali banche centrali stiano alzandoli o prospettando che lo facciano. I flussi dei capitali si dirigono verso le economie con tassi reali più alti. Serva da lezione cosa sta accadendo in Turchia: tempesta valutaria scatenata dal taglio dei tassi, mentre ogni altra banca centrale al mondo li sta alzando o preparando il mercato a tale prospettiva.

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