Non si parla più di debito pubblico e questo è un pessimo segnale per l’Italia

Lo stock ha sfondato la soglia dei 2.600 miliardi di euro ed è destinato a salire vertiginosamente anche quest'anno.

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Debito pubblico, boom silenzioso

Secondo gli ultimi dati forniti dalla Banca d’Italia, il debito pubblico a gennaio è salito di 33,9 miliardi di euro al nuovo record di 2.603,1 miliardi. Questo, dopo che nel 2021 era aumentato di 159,3 miliardi, accelerando nettamente la sua corsa a causa delle dure conseguenze impartite dalla pandemia all’economia italiana. Per quest’anno, stando al Fondo Monetario Internazionale, il deficit fiscale del nostro Paese scenderebbe al 7,5% del PIL. Un miglioramento dal 10,9% stimato per lo scorso anno, ma che porterebbe lo stock del debito a fine 2021 nei pressi dei 2.700 miliardi.

Il boom provocato dalla più grave crisi dal Secondo Dopoguerra è eccezionale per le sue dimensioni, ma nel nostro caso segue un deterioramento dei conti pubblici che inizia sin dagli anni Settanta e che praticamente non si è interrotto, salvo brevi periodi, fino a poco prima del Covid. All’appuntamento con la crisi sanitaria globale ci siamo presentati già con un rapporto debito/PIL del 135%, malgrado decenni di austerità fiscale che eppure hanno esitato buoni risultati sul fronte dei saldi primari. Il problema è che senza crescita economica, il rischio sovrano viene scontato ugualmente su livelli relativamente elevati, ripercuotendosi negativamente sul costo delle emissioni del Tesoro e, quindi, sul disavanzo finale dello stato.

Ma in questi mesi di esplosione del debito non abbiamo avvertito alcun timore. Ad un tratto, sembra che le preoccupazioni dei governi europei per la stabilità dei bilanci siano svanite del tutto, quasi come se nei decenni precedenti ci fossimo sbagliati a cercare di tenere i conti pubblici in equilibrio e a perseguire obiettivi fiscali tesi al risanamento. In realtà, ciò risulta possibile grazie alla BCE, che avendo azzerato i tassi da una parte e accentuato gli acquisti di bond dall’altro con il PEPP, sta da un anno a questa parte monetizzando i nuovi debiti dei governi.

Nella pratica, acquista sul mercato titoli di stato in quantità pari o superiore a quelli che vengono emessi. In questo modo, la domanda complessiva cresce e i governi possono permettersi di indebitarsi senza gravare sui conti.

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Politica ubriaca di deficit spending

Questo scenario, tuttavia, prima o poi finirà. E la tempistica la determinerà la velocità con cui l’inflazione risalirà verso il target nell’Eurozona. Non a caso, appena i prezzi al consumo sono tornati a crescere a gennaio, i rendimenti sovrani nell’area si sono impennati, pur restando bassissimi, scontando tra l’altro anche una stretta monetaria più vicina di quanto previsto sino ad allora. Nessuno in Europa parla ancora di risanamento fiscale, anzi lo stesso vice-presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, nelle scorse settimane ha voluto rassicurare che il Patto di stabilità resta sospeso anche per il 2022. E ci mancherebbe, essendo ancora in lotta contro la pandemia.

In Italia, però, siamo andati un po’ oltre. Sarà che stiamo ubriacandoci del Recovery Fund – perlopiù erogazioni di prestiti da restituire negli anni futuri – sarà anche che dopo anni nei quali abbiamo dovuto stringere la cinghia vorremmo approfittare di questa parentesi di ossigeno, ma a Roma la politica si comporta come se i vincoli di bilancio non esistessero più definitivamente. Da settimane si discute di allentare le maglie del sistema previdenziale per i dipendenti pubblici, consentendo loro di andare in pensione fino a 5 anni prima dei 67. Nel frattempo, il reddito di cittadinanza è stato confermato dal governo Draghi e i contratti pubblici sono stati rinnovati con aumenti mensili medi di 107 euro.

Ci comportiamo come se fossimo in pieno boom economico, invece, il boom riguarda solo il debito e l’economia continua a collassare. Per la prima volta negli ultimi 30 anni, l’ingresso di un premier “tecnico” a Palazzo Chigi non solo non ha coinciso con una fase di inasprimento fiscale, anzi è stata la premessa per avviare politiche di spesa concordate ampiamente in Parlamento, attingendo perlopiù ai fondi che ci arriveranno dall’Europa e che, se mal gestiti, rischiano di seppellire le nostre possibilità di rilancio dopo la pandemia.

La figura di Mario Draghi serve grosso modo ad evitare che ciò accada. Ma i numeri sono numeri. Alla fine di quest’anno, avremo un debito pubblico di quasi 1.000 miliardi più alto del PIL. La spesa per interessi non preoccupa, almeno fino a quando ci penserà la BCE a tenere a bada i rendimenti. Ma nessuno sta avendo il coraggio di proiettarsi con lo sguardo a dopo la “guerra”. E questo è un grosso problema per il nostro futuro.

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