No IMU Day? Sì, con più tasse e 2.000 euro di debito a testa

IMU sulle prime case addio, ma crescono pressione fiscale e debito pubblico. C'è poco da festeggiare per le tasche degli italiani.

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IMU sulle prime case addio, ma crescono pressione fiscale e debito pubblico. C'è poco da festeggiare per le tasche degli italiani.

Il PD del premier Matteo Renzi ha festeggiato ieri il “No IMU Day”, quello che il capo del governo aveva definito a suo tempo “la data del funerale dell’IMU sulle prime case“. L’imposta impopolare, che con il predecessore Enrico Letta aveva assunto il nome di Tasi (Tassa sui servizi indivisibili), non è più dovuta, infatti, sulle prime abitazioni.

Merito del premier, che alla fine dello scorso anno ne aveva promesso l’eliminazione, mentre il suo partito avrebbe ben poco da celebrare, dato che l’IMU sulle prime case è stata reintrodotta dal governo Monti su spinta proprio dei democratici, essendo stata abolita nel 2008 con il ritorno al governo di Silvio Berlusconi, che ne aveva fatto un cavallo di battaglia in campagna elettorale.

Insomma, una storia travagliata quella dell’imposta immobiliare, in cui non esistono certe verità, bensì solo mezze bugie. E una l’ha appena finita di raccontare il presidente del consiglio, che parla di taglio delle tasse per gli italiani. I numeri raccontano tutta un’altra storia. La pressione fiscale, come ha evidenziato ieri il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta, era al 43,4% nel 2014, primo anno del governo Renzi, salendo al 43,7% nel 2015 e attesa al 44,2% quest’anno, ovvero al massimo storico.

Dunque, gli italiani non starebbero pagando meno tasse, ma più tasse. E’ il solito gioco (non solo di questo governo): Roma con una mano dà e con l’altra prende, spesso anche di più. Nei primi quattro mesi del 2016 – sono dati della Banca d’Italia dell’altro ieri – le entrate tributarie nel nostro paese sono state pari a 121,8 miliardi, in crescita su base annua dell’1,7%. Quelle degli Enti locali sono salite a 8 miliardi, segnando un aumento del 3,86%.

Pressione fiscale cresciuta sotto Renzi

Considerando che il pil quest’anno è atteso in crescita dell’1,2% da parte del governo e che l’inflazione dovrebbe risultare azzerata, significa che il gettito fiscale starebbe crescendo a ritmi maggiori del reddito degli italiani, per cui l’incidenza delle tasse su questi ultimi tenderà lievemente a salire.

Nel 2015, al termine del secondo anno di vita del governo Renzi, le entrate tributarie sono cresciute complessivamente del 4%, di cui +6,5% per le imposte dirette e +1,1% e le imposte indirette, per complessivi 436,4 miliardi. Prima dell’arrivo a Palazzo Chigi dell’ex sindaco fiorentino, il 2013 si era chiuso con entrate tributarie per 423,4 miliardi. Dunque, nel biennio vi è stata una crescita del 3%, 3 volte in più di quanto non sia aumentato nel frattempo il pil nominale.

 

 

Taglio tasse? No, più debito

Ad oggi, quindi, di traccia di un calo delle tasse sotto Renzi, pur tenendo conto del bonus Irpef degli 80 euro, non ve n’è. Una cosa certa, invece, è che è cresciuto a livelli record il nostro debito pubblico, ad aprile a 2.230,8 miliardi di euro. Sotto l’attuale governo, l’aumento è stato di 123,7 miliardi, pari a poco più di 2.000 euro per ciascun italiano residente, immigrati e bambini compresi.

Letti sotto questa luce, i numeri del Tesoro sulla riduzione delle tasse a carico di famiglie e imprese assumono un significato diverso. L’eliminazione della Tasi sulle prime case porterà a risparmi per 3,5 miliardi, a cui si sommano 5,6 miliardi di sgravi Irap sulle imprese e relativamente al periodo d’imposta 2015. Quasi un altro miliardo si ottiene dall’eliminazione dell’IMU sui macchinari “bullonati” e sui terreni. Aggiungendo, poi, gli 80 euro per i lavoratori dipendenti con reddito lordo tra gli 8.000 e i 26.000 euro, si arriva a un beneficio complessivo di 20 miliardi. Peccato che alle condizioni attuali, sono sufficienti 4 mesi per esitare un maggiore indebitamento pubblico di pari importo. E sottolineiamo che debito significa più tasse future.

 

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