Niente pioggia di miliardi in borsa, i sauditi cestinano l’affare del secolo

Niente affare del secolo per il mercato petrolifero mondiale. L'IPO di Aramco rinviata alle calende greche, stando a fonti vicine al regno saudita.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Niente affare del secolo per il mercato petrolifero mondiale. L'IPO di Aramco rinviata alle calende greche, stando a fonti vicine al regno saudita.

L’affare del secolo, com’era stato ribattezzato al suo annuncio nel 2016, probabilmente non ci sarà mai o almeno non in un futuro prossimo. A rivelarlo sono state fonti vicine alla monarchia saudita, secondo cui la quotazione in borsa di Aramco, la compagnia petrolifera statale, non si terrà, contrariamente alle indicazioni di Riad anche più recenti. Tali fonti, che hanno chiesto di rimanere anonime, hanno rivelato che a bilancio della compagnia fino al giugno scorso vi erano i costi per pagare gli advisor in relazione all’IPO, ma che non sono stati rinnovati dal mese successivo, prova che l’operazione sarebbe in stand-by e che tra un rinvio e l’altro, tra non molto ne verrà comunicata la sospensione. Al contrario, la compagnia vorrebbe acquisire SABIC, la società petrolchimica, che si occupa tra l’altro di raffinazione del greggio e che sarebbe in grado di generare valore per Aramco. Il 70% di SABIC è oggi in mano al fondo sovrano Public Investment Fund (PIF), per cui l’operazione equivarrebbe a una partita di giro sul piano contabile per lo stato, ma consentirebbe al PIF di monetizzare dalla detenzione dell’asset.

L’Arabia Saudita annuncia il possibile affare del secolo da migliaia di miliardi

Era la primavera del 2016, quando il neo-principe ereditario Mohammed bin Salman annunciava al mondo che l’Arabia Saudita avrebbe privatizzato parte della sua compagnia petrolifera. Nelle sue intenzioni, una IPO per il 5% del capitale avrebbe dovuto introitare nelle casse del regno qualcosa come 100 miliardi di dollari, valorizzando l’intero asset a 2.000 miliardi. Gli analisti non hanno mai concordato con queste stime, considerate eccessive, sebbene nella media delle valutazioni si parla di almeno 1.000 miliardi.

L’IPO, qualora ancora si tenesse, avverrebbe sul Tawadul, il listino saudita, così come anche in 1-2 borse straniere. In corsa vi sono Wall Street – il presidente Donald Trump ha twittato di recente per chiedere al regno di scegliere il Nyse per la quotazione – e la City di Londra, ma non si esclude nemmeno Hong Kong per attirare capitali asiatici. Il ministro dell’Energia, Khalid al-Falih, ha smentito stamattina che vi sia in progetto di sospendere o annullare la quotazione, anche se tutti i segnali farebbero pensare che così è.

IPO come risposta alla crisi del petrolio

L’IPO fu annunciata a sorpresa in piena crisi delle quotazioni petrolifere. L’Arabia Saudita è il secondo produttore al mondo di greggio con estrazioni giornaliere attorno ai 10 milioni di barili, nonché primo esportatore con la media di 7,5 milioni di barili. Quando le quotazioni internazionali iniziarono a crollare verso la fine del 2014, il regno si è trovato a gestire una grave crisi fiscale, attutita grazie al ricorso alle risorse del fondo sovrano accumulate negli anni precedenti e pari a oltre 740 miliardi di dollari, ben oltre lo stesso pil. L’anno più difficile per il bilancio statale fu il 2015, quando il disavanzo arrivò a sfiorare il 15%. Lo scorso anno, grazie alla ripresa dei prezzi, risultava sceso all’8,9% e per il 2018 è atteso al 6,3%. A differenza della Russia, che ha fatto fluttuare liberamente il rublo sui mercati valutari, il rial è legato al dollaro attraverso un “peg” fissato nel 1985. Ciò non consente al regno di beneficiare del deprezzamento del cambio nelle fasi avverse per il petrolio, cosa che incrementerebbe le entrate in valuta locale e compenserebbe i minori ricavi in dollari.

Pur essendosi ridotta la dipendenza dal petrolio negli ultimi anni, circa il 60% delle entrate statali continuerebbe a dipendere proprio dalla materia prima. Nella sua “Saudi Vision 2030”, il principe ha indicato una serie di riforme, che dovrebbero del tutto slegare la performance dell’economia nazionale dal petrolio da qui alla fine del decennio prossimo. Utopia o meno, diverse misure sono state già varate, tra cui una maggiore libertà per le donne, che da giugno possono guidare e dallo scorso anno possono entrare negli stadi, mentre sono stati riaperti i cinema dopo un divieto lungo 35 anni. Tutti questi provvedimenti, che hanno riscosso il plauso internazionale, puntano ad aumentare la partecipazione delle donne, in particolare, al mercato del lavoro e a ridurre l’assistenza statale in un futuro sempre meno petrolio-centrico.

Nel novembre del 2016, anche per sostenere le quotazioni di Aramco in previsione dell’IPO, i sauditi hanno stretto un accordo con gli altri partner dell’OPEC, oltre che con una dozzina di produttori esterni, tra cui la Russia, per limitare la produzione di petrolio e risollevarne così i corsi. I risultati sono arrivati, se è vero che un barile di Brent costava allora intorno ai 40 dollari e qualche mese fa toccava e superava di poco gli 80 dollari, pur ripiegando adesso più o meno stabilmente tra 70 e 75 dollari. Stando alle ultime stime del Fondo Monetario Internazionale, però, il regno continuerebbe ad avere bisogno di quotazioni più alte per tenere i conti pubblici in pareggio, ossia poco sopra gli 85 dollari, vale a dire un livello superiore di almeno una decina di dollari rispetto a quello vigente sui mercati.

L’Arabia Saudita ha bisogno di petrolio a quasi 90 dollari

Tensioni sull’IPO

L’IPO di Aramco si sarebbe dovuta tenere inizialmente entro la fine del 2017, rinviata successivamente alla prima metà del 2018, e ancora alla seconda metà di quest’anno e adesso, nel migliore dei casi e prima delle novità delle ultime ore, non se ne parlerebbe prima dell’anno prossimo. Tra le cause, si vociferano divisioni tra governo e società sui valori dell’operazione e persino sulla borsa in cui realizzare la cessione di parte del capitale. I 100 miliardi attesi dalla privatizzazione, qualora entrassero nelle casse dello stato, sarebbero sufficienti a tamponare il deficit per un paio di anni, in attesa sia che le quotazioni del greggio salgano ulteriormente, sia che le riforme economiche entrino a regime, tra cui una diversificazione della tassazione. Paradossalmente, proprio il miglioramento dell’outlook sul mercato petrolifero potrebbe avere dissuaso il regno dal buttarsi in un’operazione così complessa, visto che l’equilibrio fiscale sarebbe oggi alla portata.

Da giugno, il Tawadul è stato inserito nell’MSCI, l’indice delle borse emergenti, cosa che ne ha sostenuto i corsi, saliti quest’anno del 10%. Per giungere a tale obiettivo, Riad ha aperto agli investitori stranieri, consentendo loro di acquistare fino al 49% del capitale di una società quotata e di possedere il 100% di un’attività economica. Resta il fatto che il paese registra deflussi di capitali ingenti, attesi per quest’anno intorno ai 68 miliardi di dollari, circa l’8% del pil. Lo dimostrerebbe anche la stabilità delle riserve valutarie, nonostante le esportazioni petrolifere quest’anno dovrebbero far fluire nel regno circa 55 miliardi in più del 2017. E la soppressione dell’IPO di Aramco non aiuta certo Riad ad accreditarsi tra la finanza internazionale ai ritmi desiderati dal giovane monarca, specie nel bel mezzo di forti tensioni diplomatiche con il Canada sul caso di una donna attivista saudita arrestata dalle autorità di Riad, che hanno provocato la rottura delle relazioni economiche tra i due paesi, per quanto flebili fossero.

La rivoluzione saudita punta a un paradiso finanziario futuristico

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Argomenti: Arabia Saudita, Economie Asia, Petrolio, quotazioni petrolio

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