Niente di nuovo sotto il sole della globalizzazione

Commento sulla globalizzazione a cura di Lucy O’Carrol, Chief Economist di Aberdeen Standard Investments

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Commento sulla globalizzazione a cura di Lucy O’Carrol, Chief Economist di Aberdeen Standard Investments

I rischi geopolitici che stiamo affrontando in questo momento affondano verosimilmente le loro radici nella seconda ondata di globalizzazione, dovuta in parte al crollo dei costi delle comunicazioni e all’innovazione digitale. La caduta del muro di Berlino e l’ascesa della Cina hanno avuto parte in tutto questo, con la progressiva liberalizzazione del sistema commerciale globale. Tali sviluppi hanno aperto i mercati del lavoro e dei beni di consumo. Hanno anche ridotto drasticamente il costo per la diffusione e la condivisione delle informazioni, creando la possibilità di delocalizzare le attività e di gestire catene di distribuzione lunghe e complesse.

Il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, ha sottolineato che questo processo ha raddoppiato la forza lavoro attiva su scala globale, mentre oltre un miliardo di persone è stato sottratto alla povertà e gli standard di vita mondiali sono cresciuti moltissimo. I vantaggi del libero scambio sono stati però ripartiti in modo iniquo tra individui e regioni nel corso del tempo. Le nuove tecnologie hanno inciso sul reddito nazionale e globale e reso più evidenti le disparità in termini di ricchezza, alimentando l’immigrazione, il protezionismo e il populismo.

Nonostante tali sviluppi, i mercati finanziari hanno continuato a essere piuttosto ottimisti negli ultimi anni. Un fenomeno non insolito: a partire dalla Seconda guerra mondiale gli eventi critici che si sono verificati, dalla crisi dei missili cubani fino al conflitto di Crimea del 2014, hanno provocato mediamente una contrazione del 3,5% dell’indice S&P 500, che in genere si è riportato sui livelli precedenti alla crisi entro una media di cinque giorni. Forse gli operatori del mercato guardano semplicemente oltre gli eventi a breve termine, concentrandosi piuttosto sui fondamentali economici e sul contesto istituzionale.

Per ora tutto bene, ma le condizioni economiche non resteranno favorevoli per sempre. Le banche centrali hanno meno armi a loro disposizione, se non altro tra quelle già testate, in vista della prossima crisi. Le istituzioni internazionali (G7, G20, WTO, Nato) sono in difficoltà. Le crisi energetiche forse non si trasmettono con la stessa pericolosità degli anni ’70 e ’80, dato che oggi il mondo dipende in misura minore dal petrolio. Tuttavia, sono subentrati altri meccanismi di trasmissione, quali l’interruzione delle rotte commerciali o delle catene di distribuzione e l’economia digitale.

Questi nuovi trend geopolitici non sono solo un’invenzione della crisi finanziaria globale, pertanto non scompariranno tanto presto. Ci si può aspettare di assistere a un continuo spostamento del focus economico verso la Cina, e l’Asia in generale; a un crescente protezionismo e a un allentamento fiscale causati delle pressioni populiste; a un aumento della “visibilità” globale grazie agli sviluppi dell’economia digitale; a un riesame dei collegamenti tra economia e sicurezza nazionale che porterà ad accorciare le catene di distribuzione, in particolare quella tecnologica.

La maggiore complessità e la visibilità digitale richiedono una ricerca scrupolosa e solide conoscenze e partnership locali. La comprensione della realtà locale abbinata a competenze globali riduce i rischi derivanti da catene di distribuzione troppo lunghe e contiene i danni normativi e reputazionali. Tali rischi creano anche delle opportunità che gli investitori attivi, con forti conoscenze regionali, sono in grado di sfruttare.

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