Niente debiti, siamo tedeschi. La Germania può permetterselo, ma non spende

La Germania ha un debito in discesa sotto il 60% del pil, grazie ai surplus fiscali degli ultimi anni. Emette titoli di stato a rendimenti negativi, eppure non spende per potenziare le infrastrutture e l'economia.

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La Germania ha un debito in discesa sotto il 60% del pil, grazie ai surplus fiscali degli ultimi anni. Emette titoli di stato a rendimenti negativi, eppure non spende per potenziare le infrastrutture e l'economia.

Le ultime previsioni del governo federale puntano a una crescita dell’economia in Germania di appena lo 0,5% per quest’anno, circa un quarto delle stime iniziali e la metà di quelle già riviste al ribasso a inizio anno. La “locomotiva d’Europa” s’è fermata. Non c’è aria di recessione, ma la guerra dei dazi tra USA e Cina, la Brexit e le tensioni politiche nell’Eurozona sempre all’ordine del giorno non rassicurano Berlino. Eppure, se solo lo volesse, la cancelliera Merkel potrebbe ordinare al suo ministro delle Finanze, Olaf Scholz, di spazzare via la stagnazione per decreto. E sarebbe l’unica tra le grandi al mondo a poterselo permettere. Di cosa parliamo? La Germania ha chiuso il 2018 con un bilancio in attivo dell’1,7% del pil. Dunque, avrebbe modo di spendere di più per ravvivare l’economia e senza nemmeno fare debiti.

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Tuttavia, questa opzione è stata esclusa da Scholz poche settimane fa. L’esponente socialdemocratico, che pure quando ha rimpiazzato il conservatore Wolfgang Schaeuble dopo 8 anni a fine 2017 era stato accolto dall’opinione pubblica con il timore che potesse porre fine alla tanto amata politica dello “Schwarze Null”, non vuole bruciarsi la carriera con l’immagine di spendaccione. Né Annegret Kramp-Karrenbauer, la nuova leader dei cristiano-democratici, il partito di Frau Merkel, vuole esordire con una virata “a sinistra” in politica fiscale. La Germania non è l’Italia e i tedeschi sono trasversalmente ostili allo spandi e spendi, tendono a punire elettoralmente chiunque venga anche solo percepito propinare simili soluzioni.

Paradossalmente, la Germania non avrebbe problemi nemmeno a indebitarsi.

Emette Bund con rendimenti negativi fino ai 10 anni, per cui formalmente viene pagata dai creditori per prestarle denaro, tant’è che ormai spende meno dell’1% del pil per gli interessi, 4 volte in meno dell’Italia. Questo le consentirebbe di potenziare le sue infrastrutture, senza minacciare la stabilità fiscale e compromettere il suo obiettivo di scendere da quest’anno sotto il 60% di rapporto debito/pil. E gli investimenti pubblici sono una nota dolente per Berlino. Lo stato spende appena il 2,3% del pil per le infrastrutture, meno del 2,7% medio della UE. E i soli enti locali, che incidono per l’80% della spesa in conto capitale, stimano in 159 miliardi il “gap” da colmare. In termini di valore assoluto, lo stock di capitale netto dal 1995 al 2017 risulta cresciuto di appena il 28%, cioè al ritmo dell’1,2% all’anno, esattamente quanto in Italia (che certo non ha goduto degli stessi margini fiscali negli ultimi 30 anni) e meglio solo della Lettonia in tutta Europa.

Pochi investimenti, servirebbero alla crescita

Gli investimenti pubblici consentirebbero alla prima economia europea di crescere a ritmi superiori nel medio-lungo termine e al contempo di non intaccare il pareggio di bilancio, trattandosi di spesa “una tantum” e non corrente. Dal canto suo, il governo federale ritiene di avere già fatto la sua parte. Per quest’anno ha tagliato le tasse di 10 miliardi (meno dello 0,3% del pil), ha aumentato gli stipendi pubblici dell’8% e ha stanziato con un piano pluriennale 150 miliardi per gli investimenti. Di più, la Grosse Koalition non vuole e non può fare, divisa com’è sull’utilizzo dei surplus fiscali, che si registrano ormai sin dal 2014 e che lo scorso anno hanno fruttato 58 miliardi di eccesso di entrate.

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Berlino intende tagliare il debito ben sotto il 60%, così da disporre di margini di manovra all’arrivo della prossima crisi. Inoltre, ritiene che la spesa sociale nei prossimi decenni salirà per effetto dell’invecchiamento della popolazione, per cui si prepara da adesso a fare la formica per quando vi sarà l’inverno.

Tuttavia, proprio per via dei rendimenti negativi relativi all’emissione di nuovo debito, i tedeschi potrebbero avere sbagliato approccio, rischiando di pagare costi ben superiori per investire quando i rendimenti dei Bund saliranno in area positiva lungo l’intera curva delle scadenze.

Il fatto è che con un’occupazione che supera il 75%, una disoccupazione scesa sotto il 5% e una bilancia commerciale che continua a segnare surplus ignoti alle altre grandi economie (+232,5 miliardi, 6,9% del pil, nel 2018), la Germania non ha stimoli per fare di più. E non c’è certo alcuna pressione da parte dell’opinione pubblica per aumentare la spesa pubblica, fosse anche solo per potenziare le infrastrutture. Ciò frustra le aspettative dei partner dell’euro, che vorrebbero che la locomotiva facesse da traino per tutta l’unione monetaria, anziché lasciare indietro gli altri convogli. Lo stesso governatore della BCE, Mario Draghi, da qualche anno si appella “a chi dispone di margini fiscali”, affinché li utilizzi. Non avevano fatto i conti con la propensione al risparmio dei tedeschi, che contrariamente all’Italia, non riguarda solo la sfera privata.

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