Niente accordo sulla Brexit, Theresa May “a processo” nel partito: Johnson scalda i motori

La "hard" Brexit si avvicina dopo l'ennesimo fallimento della premier Theresa May di portare a casa un accordo con i laburisti. Sempre più probabili le dimissioni dopo le elezioni europee.

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“This Is The End”, “Game Over”. E’ la fine di Theresa May come premier. L’accordo sulla Brexit con i laburisti non s’ha da fare. Glielo hanno detto ieri chiaro e tondo in faccia i membri del Partito Conservatore del cosiddetto “Comitato Tory 1922”. E dal Labour confermano che dopo un mese e mezzo di intense trattative, il negoziato sarebbe prossimo al fallimento.

Non poteva andare peggio per i due principali schieramenti britannici, quando mancano 9 giorni alle elezioni europee, che stando ai sondaggi esiteranno il tracollo verticale dei Tories e una percentuale insoddisfacente di consensi pure per i laburisti, mentre schiacciante sarebbe la vittoria del Brexit Party di Nigel Farage, accreditato di un 34%, una decina in più del Labour e tre volte tanto i conservatori, scivolati al quinto posto.

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Se queste elezioni fossero giudicate come una sorta di secondo referendum sulla Brexit, il responso delle urne sembra andare nella direzione opposta a quella sperata dagli europeisti, i quali avanzano anch’essi nettamente nei consensi – Liberaldemocratici e Verdi stanno registrando un inatteso exploit ai danni dei laburisti, scavalcando i Tories – ma divisi non sembrano andare da nessuna parte.

Johnson guida il fronte anti-May e pro-Brexit

Ieri, l’ex sindaco di Londra e già ministro degli Esteri, Boris Johnson, ha annunciato che si candiderà per la leadership dei Tories. La scorsa estate, l’esponente tra i più ferventi sostenitori della Brexit si era dimesso dal suo ruolo al governo per non continuare a metterci la faccia in trattative convulse e inconcludenti, portate avanti dalla May con la UE e il cui esito è stato bocciato per ben tre volte dal Parlamento a larga maggioranza. In teoria, il governo aveva promesso che avrebbe sottoposto l’intesa con i laburisti al vaglio dei deputati prima delle europee, ma difficile immaginare un esercizio di tale masochismo politico, visto il flop quasi certo che si prospetterebbe nel caso di votazione.

Due i punti su cui i conservatori per la gran parte hanno rigettato l’ultimo compromesso trovato dalla premier con la sinistra: l’unione doganale e il “backstop” sull’Irlanda del Nord.

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I laburisti hanno chiesto, ed evidentemente ottenuto, che nell’accordo la May s’impegnasse a tenere il Regno Unito permanentemente nell’unione doganale con la UE, così che le imprese possano esportare senza subire dazi e i consumatori britannici stessi restino liberi di comprare dall’Europa senza incorrere in tariffe. Il punto è che questa prospettiva diventa incompatibile con la richiesta della destra di far sì che Londra possa stipulare accordi commerciali con altre economie in piena autonomia. Al contrario, con il “customs union”, il Regno Unito dipenderebbe proprio da Bruxelles nel firmare eventuali altre intese con terze parti (USA, Canada, Australia, Giappone, Cina, India, etc.), altrimenti la libera circolazione di merci e servizi non sarebbe più possibile.

Dimissioni o sfiducia, governo May è finito

Inaccettabile per i Tories più duri con la UE, così come la pretesa dei commissari che fino a quando non vi sarà un accordo siglato tra Londra e Bruxelles, l’Irlanda del Nord resti commercialmente integrata nel mercato comune, al fine di evitare il ripristino dei confini (“hard border”) con la Repubblica d’Irlanda, un fatto che minaccerebbe, a loro dire, non solo l’economia dell’isola, ma anche la pace faticosamente raggiunta oltre venti anni fa tra cattolici e protestanti unionisti a Belfast. Il DUP, partito degli unionisti nord-irlandesi e i cui 10 deputati al Parlamento di Westminster sono essenziali per tenere in vita numericamente la maggioranza di governo, ha detto da sempre chiaro e tondo che fino a quando il “backstop” resterà nell’accordo, non lo voterà mai, perché ciò equivarrebbe a staccare di fatto l’Irlanda del Nord dal resto del Regno Unito.

Brexit senza accordo sempre più vicina, dopo le elezioni europee giorni contati per Theresa May

L’ennesimo fallimento della May nel portare a casa un accordo accettabile per la sua stessa maggioranza aprirà quasi certamente la crisi di governo a inizio giugno, subito dopo le elezioni europee.

Ieri, ai colleghi di partito ha promesso che renderà nota la tempistica delle sue dimissioni dopo avere assicurato l’implementazione della Brexit, ma non è bastato a rassicurarli. I Tories vogliono conoscere la data esatta di quando lascerà Downing Street e non accettano l’ipotesi che possa restarvi almeno fino ad Halloween, ultima “deadline” concessa dalla UE dopo il rinvio dell’uscita inizialmente prevista per il 29 marzo scorso e successivamente per il 12 aprile. Nel partito avanza ogni giorno di più l’idea di modificare le regole interne per sfiduciare la May, la quale ha superato una mozione a dicembre e teoricamente la sua leadership non potrebbe essere sfidata per tutto quest’anno. Ma con i sondaggi scioccanti di queste settimane e una protesta della base sempre più diffusa contro il “tradimento” delle ragioni del referendum del 2016, impossibile che la May superi l’estate; anzi, all’estate non le verrebbe consentito nemmeno di arrivarci.

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