Neutralità della rete addio, ma è davvero la fine di internet?

Fine della neutralità della rete. L'amministrazione Trump avvia una rivoluzione su internet, che molti temono, anche se gli effetti non appaiono scontati in alcuna direzione.

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Fine della neutralità della rete. L'amministrazione Trump avvia una rivoluzione su internet, che molti temono, anche se gli effetti non appaiono scontati in alcuna direzione.

In rete è stata decretata la morte di internet, almeno di come l’abbiamo conosciuta adesso. Ieri, la Federal Communication Commission (FCC) ha votato a maggioranza (3 repubblicani contro 2 democratici) la fine dell’obbligo della cosiddetta “net neutrality”, la neutralità della rete, che era stato introdotto nel 2015 dalla precedente amministrazione Obama. Il cambio di rotta è avvenuto con la nomina a capo dell’ente di Ajit Pai, ex legale del colosso delle telecomunicazioni Verizon, che dalla decisione di ieri ne uscirebbe, almeno in teoria, rafforzato. Ma cos’è questa neutralità della rete di cui tutti parlano e che quasi tutti ritengono indispensabile, nonché pericoloso abolirla. (Leggi anche: Connessione internet lenta? Si può cambiare gestore senza penali)

Si tratta del principio, per cui tutti i contenuti devono essere trattati allo stesso modo su internet. Un service provider, insomma, non avrebbe la possibilità di restringere l’accesso a determinati siti e app per l’utente, né di consentirgli di visualizzare alcuni contenuti più velocemente di altri, magari dietro pagamento. Con l’abrogazione di tale divieto, la musica cambierebbe. I nostri fornitori di banda larga, che in Italia sono TIM, Vodafone, Fastweb, per citare le compagnie maggiori, avrebbero il diritto di presentare in via preferenziale alcuni contenuti al posto di altri, nonché di bloccarne alcuni e/o richiedere il pagamento per la loro visualizzazione.

Attenzione, la modifica riguarda gli USA, per cui in Italia resta tutto com’è. Ciò nondimeno, trattandosi della prima economia mondiale, quando qualcosa accade in essa, prima o poi tende almeno ad aprirsi un dibattito anche nel resto del mondo. E molti utenti e piccole società temono che l’amministrazione Trump abbia “ucciso” internet per come lo conosciamo, trasformandolo da rete democratica a un puro mercato. Senza pretendere di offrire spunti esaustivi, cerchiamo di capirne di più.

Conseguenze per Silicon Valley

I giganti dei contenuti della Silicon Valley, come Google, Facebook, Amazon, etc., si mostrano formalmente contrari alla fine della “net neutrality”, anche se negli ultimi tempi hanno ammorbidito la loro posizione. In teoria, essi sarebbero al contempo vincitori e sconfitti dal nuovo passaggio. Colossi della telecomunicazione americana, come AT&T, Verizon e Comcast, potrebbero iniziare ad applicare loro tariffe per mantenere i livelli di traffico attuale o per incrementarlo. Ad esempio, AT&T, a cui un utente americano è abbonato, potrebbe spiegare a Mark Zuckerberg che se vuole che il proprio social venga visualizzato sulle connessioni da essa fornite, dovrà mettere mano al portafoglio. In teoria, potrebbe o bloccarne del tutto l’accesso o ridurne la velocità di collegamento. Forse non a caso AT&T ha guadagnato in borsa l’11,6% nell’ultimo mese, Verizon più del 19% e Comcast il 5,2%, contro una media del mercato azionario USA del +3,4%. Al contrario, Alphabet, società-madre di Google, ha messo a segno una performance inferiore a quella media del mercato con un pallido +2% e Facebook di appena lo 0,2%, ad esempio. (Leggi anche: Davvero Facebook e i giganti della Silicon Valley pagheranno le tasse in Italia?)

Dunque, la Silicon Valley potrebbe essere presto chiamata a pagare per continuare a godere in rete della posizione dominante. In sé, non sarebbe un male, trattandosi di società con centinaia di miliardi di liquidità “dormiente”, che verrebbe immessa in circolazione, fluendo in favore di altre società del mercato (i providers, appunto), le quali potrebbero impiegarla per aumentare gli investimenti o anche solo per remunerare meglio gli azionisti. Non a caso, Pai ha lamentato un calo degli investimenti su questo mercato negli USA dopo l’obbligo di rispettare la neutralità della rete.

Pro e contro, bilancio non scontato

Tuttavia, il bilancio non è detto che sia negativo per la Silicon Valley, dato che a farne le spese di questo cambio di paradigma sarebbero anche e, soprattutto, le piccole aziende, quelle che non avrebbero sufficiente denaro da pagare per non essere discriminati in rete dai providers o per trasferire il costo sull’utente. Più difficile così che nascano alternative ai colossi attuali. Se tutto ciò è verosimile, prima di strapparci i capelli, dobbiamo tenere in considerazione che la FCC ha appena ritirato una sua decisione di appena due anni fa, mentre internet si è diffusa già un ventennio or sono e fino al 2015 la neutralità della rete era stata garantita dallo stesso mercato, senza il bisogno di regolamentazione pubblica.

Va detto, inoltre, che la concorrenza in sé dovrebbe stanare sul nascere tentativi di eccessivo abuso da parte dei providers contro i fornitori di contenuti. Esempio: se AT&T bloccasse l’accesso degli utenti a Facebook, questi potrebbero spostarsi su Verizon e a quel punto il maggiore incasso che la prima spererebbe di ottenere dai pagamenti imposti al social verrebbero meno e potenzialmente essere più che superati dalle perdite. Certo, se vi fosse un accordo implicito o meno tra i fornitori della banda larga per monetizzare dall’assenza di regolamentazione, è evidente che il problema sarebbe il cartello in sé, ma contro questi tentativi di restrizione della concorrenza gli USA sono dotati dal 1890 di un sistema antitrust evoluto, rigoroso e piuttosto moderno.

Del resto, se è vero che i fornitori di banda larga avrebbero così in pugno i fornitori di contenuti, risulta altrettanto vero il contrario: dove vanno i primi senza i secondi? E’ immaginabile che una compagnia telefonica si spinga fino al punto da fare uscire dal mercato società, che portano loro traffico e business? Certo, le società marginali rischiano di subire un qualche danno, anche se nemmeno in questo caso l’esito sarebbe in sé scontato. Gli utenti meno abbienti potrebbero accontentarsi di spostarsi su siti non a pagamento o più lenti, non avendo la possibilità economica di permettersi altro. In sostanza, il mercato potrebbe variegarsi, segmentarsi, ma non venire decimato dalla fine della neutralità della rete. E che i grandi fornitori di contenuti una volta tanto paghino, considerando che spesso il loro successo sia arrivato a discapito di diffuse e anche grandi realtà storiche off-line, male non sarebbe. (Leggi anche: Facebook, notizie non più gratis: piccoli giornali temono crollo)

 

 

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