Nessuno si sente più Charlie Hebdo dopo la vignetta su Aylan?

Fanno discutere alcune vignette realizzate da Charlie Hebdo sull'emergenza migranti e sulla morte del piccolo Aylan. Ma Charlie Hebdo è anche questo e c'è chi ora non vi si identifica più.

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Fanno discutere alcune vignette realizzate da Charlie Hebdo sull'emergenza migranti e sulla morte del piccolo Aylan. Ma Charlie Hebdo è anche questo e c'è chi ora non vi si identifica più.

Un giorno di gennaio 2015 ci sentimmo tutti improvvisamente Charlie Hebdo, pur non sapendo cosa Charlie Hebdo veramente fosse. O meglio, alcuni lo sapevano, ma molti altri no. Solo che di fronte a una tragedia come quella avvenuta a Parigi a inizio 2015, non si poteva certo perdere tempo a discutere di cosa sia la satira e di cosa quella rivista avesse prodotto nel corso degli anni. O meglio, ripetiamo, alcuni lo sapevano, ma molti altri no. Quei molti altri che adesso s’indignano contro Charlie Hebdo per una vignetta che sta facendo discutere sulla morte del piccolo Aylan – il bambino di 3 anni con la faccia sulla sabbia la cui foto ha destato molto scalpore nei giorni precedenti. Fatto sta che Charlie Hebdo è stato messo alla berlina per quella e per altre foto che riguardano prevalentemente la tragedia dei migranti e l’emergenza profughi.  

Le vignette incriminate

Così c’è chi dice che su certi argomenti non si può scherzare, eppure è la stessa cosa che dicono i musulmani su Maometto. Altri invece capiscono perfettamente il senso dell’umorismo di Charlie Hebdo, l’irriverente provocazione di questa satira senza bandiere né peli sulla lingua, che colpisce tutti, i musulmani come i cristiani, i vivi come i morti. La vignetta incriminata, quella che ha più destato scalpore, inquadra il piccolo Aylan con il viso affossato sulla sabbia e sullo sfondo un cartellone pubblicitario in cui un clown – quel clown – pubblicizza una promozione di un noto fast-food con il seguente slogan: “Due menu bambino al prezzo di uno“. Sfogliando il giornale si casca su un’altra vignetta che ha fatto altrettanto discutere; il titolone recita: “La prova che l’Europa è cristiana” e nel disegno vediamo Gesù camminare sulle acque (“i cristiani camminano sulle acque“) e accanto un bambino annegato (“i bambini musulmani annegano“).

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E il web (smemorato) s’indigna

E così, seguendo il contraddittorio e ipocrita buon costume del pensiero perbenista, una gran parte del web ha cominciato a indignarsi e su Twitter è stato perfino creato l’hashtag #JeNeSuisPasCharlie, in cui si commenta con indignazione l’irresponsabilità del giornale e ci si chiede se irridere la morte di un bambino possa chiamarsi libertà d’espressione. Come però spiega giustamente uno dei disegnatori del giornale, Chaunu, molte persone commentano le vignette – e quelle sopra sono solo alcune di quelle contenute nell’ultimo numero sul tema – senza nessuna analisi delle stesse. Risulta infatti ovvio come in verità tutte queste vignette non rappresentino una risata sarcastica e irriverente contro i bambini migranti, né una mancanza di rispetto nei confronti delle tragedie, piuttosto una critica potente contro le religioni, uno dei cavalli di battaglia di Charlie Hebdo, contro la società occidentale e dei consumi, che prosegue indifferente – lei sì – di fronte a tragedie di questo genere.   vignetta-migranti-charlie-hebdo-2   Dunque, che senso ha inneggiare a Charlie dopo l’attentato terroristico dello scorso gennaio se non si capisce davvero cosa è Charlie Hebdo? E che senso ha rinnegare quel proposito ribelle contro le barbarie, se poi, mesi prima, lo si ostenta solo per il gusto di seguire una moda? Charlie Hebdo è così, da prendere nel bene e nel male, lo è sempre stato, non ci si può certo stupire ora: e se c’è chi pensa che dietro queste vignette ci sia solo l’intento di far ridere si sbaglia di grosso. Sono molto più potenti queste vignette che qualsiasi dichiarazione possa fare un’istituzione di fronte all’emergenza migranti, semplicemente perché parlano di più, sono decisamente più forti e fanno anche riflettere. E chi oggi non è più Charlie Hebdo, allora non lo era neppure prima. In poche parole: non ha capito un bel niente.

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