Nemmeno Kim Jong-Un scalda l’oro, ecco perché quotazioni così basse

Quotazioni dell'oro senza sprint, nemmeno dopo le minacce della Corea del Nord agli USA. Ecco perché il metallo non si scalda.

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Quotazioni dell'oro senza sprint, nemmeno dopo le minacce della Corea del Nord agli USA. Ecco perché il metallo non si scalda.

Risalgono ai massimi dal venerdì scorso le quotazioni dell’oro, in area 1.267-8 dollari l’oncia. Nulla di eclatante, specie se si allarga l’orizzonte temporale e si nota come il metallo abbia guadagnato appena il 3,5% negli ultimi tre mesi, a fronte di un deprezzamento medio del dollaro del 6% verso le altre valute.

Oro e dollaro sono negativamente correlati: quando il primo si rafforza, il secondo diventa più caro, essendo scambiato sui mercati  nella divisa americana, indebolendone la domanda.

Nonostante ieri la Corea del Nord del dittatore Kim Jong-Un abbia minacciato esplicitamente gli USA di un attacco missilistico sul loro territorio di Guam, situato nel Pacifico, scatenando forti tensioni geo-politiche nell’area, le quotazioni dell’oro si sono di poco smosse al rialzo. Del resto, venerdì scorso dopo la pubblicazione dei dati sul lavoro USA a luglio, avevano ripiegato, scontando un miglioramento dell’economia americana e, dunque, un prossimo rialzo dei tassi USA abbastanza probabile entro l’anno. (Leggi anche: E ora la Fed non può ignorare questi numeri)

Quando l’economia mondiale migliora, i tassi dovrebbero aumentare per contrastare l’accelerazione dell’inflazione. Nell’ordine, dovrebbe verificarsi la seguente tempistica: crescita economica – inflazione – aumento tassi. Prima che le banche centrali inizino ad alzare i tassi, mentre l’inflazione tende ad accelerare, i prezzi dell’oro dovrebbero aumentare, per via della maggiore domanda da parte degli investitori per proteggersi contro la perdita di potere d’acquisto della moneta.

Crescita senza inflazione un depressivo per l’oro

Quanto sta avvenendo in questa fase per le principali economie del pianeta non ha, invece, precedenti nella storia recente. La crescita del pil sta accelerando negli USA, in Europa e in Giappone, ma senza che si materializzi ancora un reale rischio d’inflazione. E’ quanto viene definito nel linguaggio economico come “goldilocks”, ovvero crescita senza inflazione. Ciò nonostante, la Federal Reserve sta continuando ad alzare i tassi USA, mentre BCE e Bank of England dovrebbero seguire, quanto meno ponendo fine alla lunga fase di accomodamento monetario da record, portato avanti anche con misure non convenzionali.

(Leggi anche: Perché petrolio e tassi sono legati e come deprimono l’inflazione)

Dunque, l’oro si trova nella cattiva condizione di dovere scontare tassi più alti, cioè rendimenti maggiori per i titoli obbligazionari, assets concorrenti. Non solo: il miglioramento del quadro economico globale, con il diradarsi delle nubi su Eurozona e Cina, in particolare, e la resilienza mostrata dai paesi emergenti, riducono i rischi percepiti, disincentivando il ricorso al metallo a scopo di “hedging”, di copertura.

Il legame tra oro e USA

Certo, quest’anno l’oro guadagna il 10%, ma il confronto si ha con i livelli bassi a cui il metallo era sprofondato dopo l’elezione di Donald Trump, in previsione delle sue politiche pro-crescita. E l’unico vero driver, che apparentemente potrebbe guidarne i movimenti nelle prossime settimane e nei mesi resta proprio l’amministrazione Trump, attesa al varco della realizzazione dell’agenda economica promessa, a partire dal taglio delle tasse.

Un eventuale fallimento della Casa Bianca indebolirebbe ulteriormente il dollaro, offrendo sostegno all’oro e le altre materie prime in esso denominate. Viceversa, se mostrasse capacità di intesa con il Congresso e iniziasse a realizzare le promesse, il dollaro tornerebbe a rafforzarsi e ciò si ripercuoterebbe negativamente sulle quotazioni auree.  (Leggi anche: Mercati nervosi per sconfitta Trump su Obamacare, ecco cosa li spaventa)

Da notare, in ogni caso, l’equilibrio tra tassi-cambio-oro: un dollaro debole tende ad accelerare l’inflazione, rendendo necessari tassi più alti. Al contrario, un rafforzamento del cambio riduce l’inflazione e rende meno probabile una nuova stretta nel breve termine. Anche per questo, il ripiegamento del biglietto verde negli ultimi mesi non sta surriscaldando più di tanto l’oro.

 

 

 

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