Nell’Argentina del “corralito” si comprano azioni e bond per sfuggire ai pesos

A nono default ufficialmente scattato, milioni di argentini cercano una via di fuga dai pesos e dalle stesse banche e corrono al mercato nero a comprare dollari.

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A nono default ufficialmente scattato, milioni di argentini cercano una via di fuga dai pesos e dalle stesse banche e corrono al mercato nero a comprare dollari.

L’Argentina è tecnicamente in default dal 23 maggio scorso, ovvero da quando non ha onorato una scadenza in dollari da 500 milioni, essendosi esaurito il periodo di grazia dei 30 giorni in data 22 maggio. Il governo centrale continua a trattare con i creditori internazionali e la sensazione è che sui 66 miliardi di dollari di debito da rinegoziare si troverà un accordo. Ma concentrarsi solo sulle trattative serve a capire ben poco della drammatica realtà in cui vive la popolazione. Tutti hanno paura dei pesos, la cui implosione dei tassi di cambio è sotto gli occhi del mondo. Il cambio ufficiale contro il dollaro si aggira a circa 70; stava intorno a 9 alla fine del 2015, quando l’allora neo-eletto presidente Mauricio Macri liberalizzava il mercato valutario.

In Argentina è scattato il default tecnico, ma governo e creditori trattano sui bond

Ma l’aspetto più preoccupante è l’andamento del mercato nero, che riflette nella sostanza il reale valore della valuta. A metà maggio, un dollaro lo si è arrivato a comprare per 138 pesos, quasi il doppio del cambio ufficiale, controllato dalla banca centrale, la quale eppure smentisce che sia sopravvalutato e che gli esportatori se ne lamentino. Mai nella pur travagliata storia argentina si era registrato un simile divario. Si pensi che agli inizi dell’agosto scorso, prima che le elezioni primarie segnalassero l’imminente ritorno dei peronisti a Casa Rosada, lo “spread” tra i due cambi risultava quasi nullo.

Adesso, nessuno vuole tenersi i pesos, anche perché il loro potere di acquisto tende a ridursi al ritmo del 50% all’anno. Nemmeno tenerli in banca sembra una buona idea, perché qui nessuno ha dimenticato i tempi del “corralito”, come venne definita nel 2001 l’imposizione dei controlli sui capitali.

Per il momento, nessuno può acquistare più di 200 dollari al mese e per farlo deve pagare un’imposta del 30%, anche se ciò non ha impedito durante il mese al 20 maggio scorso un calo dei depositi in valuta americana per 1,6 miliardi, malgrado la banca centrale abbia venduto nel frattempo 1,3 miliardi di dollari per frenare il collasso dei pesos.

Fame di dollari in quarantena

Tutti cercano disperatamente dollari, percepiti più sicuri di una banca per conservare valore nel tempo e non “bruciare” i risparmi. A Buenos Aires, ad esempio, c’è un via vai di ragazzi in moto, ufficialmente dipendenti di società di cibo da asporto come Glovo, ma il cui obiettivo reale consiste nel trasportare dollari per consegnarli a chi li richiede. Martedì, un biglietto verde veniva scambiato contro 126 pesos, in leggero calo rispetto ai massimi del mese, anche perché sono state adottate misure per contrastare il contrabbando di valuta. La Comision Nacional de Valores, ad esempio, ha imposto un periodo minimo di detenzione di 5 giorni per azioni e obbligazioni in valute straniere.

La difficile lezione dell’Argentina, vicina al nono default della sua travagliata storia

L’obiettivo esplicito di questa misura consiste nello scoraggiare gli investimenti che abbiano quale motivazione prevalente di accedere alla valuta estera per sfuggire al deprezzamento dei pesos. In questo modo, ci si espone ai rischi di fluttuazione dei prezzi, rendendo la scommessa molto meno sicura. Difficile che si possa frenare così la caduta del cambio. Le riserve valutarie sono scese a 39 miliardi di dollari, meno dei 50 a cui si trovavano prima che il Fondo Monetario Internazionale s’imbarcasse due anni fa nel varo del più grande piano di aiuti per un paese della sua storia, destinando all’Argentina ben 57 miliardi, di cui solo 44 effettivamente erogati.

La distanza siderale tra cambio al mercato nero e quello ufficiale fa venire in mente il Venezuela, dove si arrivò all’iperinflazione nel 2017 proprio per una carenza diffusa di dollari con cui effettuare importazioni di beni e servizi, con la conseguenza che l’offerta domestica precipitò, facendo impennare i prezzi.

E da quando l’Argentina ha avviato il suo “lockdown” a marzo, il cosiddetto “dolar blue” ha guadagnato più di $40, segnalando come persino rinchiusi in casa e con le saracinesche dei negozi perlopiù abbassate gli argentini si siano preparati all’ennesimo default comprando dollari. E chissà quanti fattorini e “riders” li abbiano consegnati a domicilio, nascosti in un cartone per le pizze o in una scatola per il sushi!

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