Nel Golfo è guerra sul prezzo del petrolio. Che c’è sotto e cosa accade se scende ancora?

A fronte di una domanda debole, il prezzo del petrolio continua a scendere, mentre la produzione non accenna a diminuire. L'Arabia Saudita ha tagliato i prezzi di listino e segnalerebbe l'intenzione di scatenare una vera guerra del petrolio.

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Le quotazioni del greggio sono in caduta e quel che maggiormente sorprende è che la produzione dei paesi Opec, nonostante gli annunci del segretario Abdallah El Badri, non accenna a diminuire, mentre l’Arabia Saudita ha spiazzato tutti, aggiornando i prezzi di listino al ribasso.   APPROFONDISCI – L’Opec taglierà la produzione di petrolio. Consumi a picco ad agosto in Italia   Il Brent è ormai vicino alla soglia dei 90 dollari al barile. Riad ha annunciato, però, uno sconto di un dollaro al barile per il greggio destinato all’Asia. E anche l’Iran ha tagliato il prezzo a un premio di soli 18 centesimi rispetto ai listini di Oman e Dubai, contro i 3,96 dollari di gennaio, il livello più basso dal novembre 2010. Lo stesso ha fatto l’Iraq, che ora vende a sconto rispetto agli altri paesi di 2,50 dollari al barile. Insomma, non esiste alcuna volontà di coordinamento dei livelli di produzione, come sempre accade tra i paesi produttori, quando si verifica un calo delle quotazioni del greggio, in questo caso dovuto a più fattori. Perché? Diversi analisti ritengono che l’Arabia Saudita voglia difendere la sua quota di mercato a tutti i costi, come quando nel 1986 fece scendere il prezzo del petrolio sotto i 10 dollari al barile (cosiddetto “oil crash”), pur di non arretrare rispetto alle dirette concorrenti. Lo stesso starebbe accadendo anche oggi. D’altronde, Riad ha già tagliato la sua produzione in agosto, portandola in agosto a 9,6 milioni di barili al giorno, effettuando il taglio maggiore degli ultimi 20 mesi. E già nel 2008, dopo lo scoppio della crisi finanziaria mondiale, che trascinò verso il basso l’economia globale e i consumi, i sauditi avevano fatto la loro parte per impedire il crollo totale delle quotazioni, tagliando la produzione di ben 5 milioni di barili al giorno. Insomma, lo stato del Golfo non sarebbe intenzionato a fare di più. In primis, perché vorrebbe segnalare ai concorrenti che non è disposta a cedere e che se vogliono una battaglia sui prezzi, l’avranno. E i sauditi hanno un peso tale sul mercato del petrolio, da potersi permettere un ulteriore tracollo delle quotazioni. Secondariamente, l’aggiornamento dei listini potrebbe rappresentare una strategia di Riad per impedire che gli USA si affermino ancora di più sul mercato estero. Ad oggi, l’America esporta 400 mila barili di greggio al giorno, ma entro la metà del 2015 potrebbe arrivare a 1 milione di barili, grazie agli enormi successi registrati con lo “shale gas”, che sta trasformando gli USA da economia affamata di petrolio a paese esportatore, allentando la loro dipendenza dal Medio Oriente.   APPROFONDISCI – Obama autorizza l’export di petrolio USA dopo 40 anni, ecco cosa cambia  

Conseguenze nel mondo

  Una terza ipotesi è che il taglio dei prezzi del greggio potrebbe essere frutto di un accordo tra sauditi e americani per mandare a gambe per aria la Russia, che dipende dalle esportazioni di greggio e che ricava la metà delle sue entrate fiscali dai beni energetici.

  APPROFONDISCI – La Russia rischia la recessione con il prezzo del petrolio sotto i $100 al barile   Tra le cause del tonfo, non possiamo non citare il rafforzamento del dollaro sui mercati valutari, in previsione di un rialzo dei tassi USA. Poiché il greggio viene quotato proprio in dollari, man mano che il valore del biglietto verde sale, le quotazioni scendono. Un periodo prolungato di quotazioni tra i 60 e i 70 dollari al barile potrebbe causare un contraccolpo durissimo sulla sopravvivenza finanziaria di Mosca. Ma anche il Venezuela di Nicolas Maduro, già prossimo al default e a una violenta crisi valutaria, potrebbe saltare per aria. In realtà, le stesse compagnie americane potrebbero entrare in crisi, mentre la produzione di “shale gas” negli USA potrebbe diventare non conveniente a prezzi così bassi. Le ripercussioni di un tonfo nelle quotazioni del greggio si avrebbero anche in Europa, dove l’Area Euro potrebbe passare dalla bassa inflazione alla vera e propria deflazione. Di certo, però, proprio la debolezza economica dell’Eurozona e la maggiore autonomia degli USA stanno comportando un riequilibrio sul mercato del greggio, con l’Opec che perde palesemente peso, a favore dell’America.
Il potere di ricatto del cartello in Medio Oriente è oggi meno forte. Almeno per i prossimi mesi assisteremo a prezzi del petrolio ancora più bassi.

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