Nel 2018 ripresa economica italiana alla prova della svolta

Il 2018 sarà l'anno del consolidamento della ripresa economica in Italia o del passo indietro? Ecco le variabili a cui guardare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il 2018 sarà l'anno del consolidamento della ripresa economica in Italia o del passo indietro? Ecco le variabili a cui guardare.

Se il 2017 è stato l’anno del decollo della ripresa economica italiana, in scia all’accelerazione della crescita in tutta l’Eurozona e presso le altre economie avanzate, cosa dovremmo attenderci dal 2018 alle porte? Secondo la BCE, un consolidamento della crescita, pur in leggera frenata al +2,3% dal 2,4%, ma con un’inflazione ancora bassa e attesa all’1,4%, ovvero in decerelazione marcata dal +1,7% di quest’anno. E’ la “goldilocks economy”, che se da un lato frustra le aspettative delle banche centrali principali, dall’altro rappresenterebbe l’optimum per i residenti nelle suddette economie, i quali possono avvantaggiarsi contemporaneamente della ripresa e di prezzi fermi. Pur a rimorchio, l’Italia sta risalendo la china, anche se per tendere ai livelli di ricchezza massimi toccati nel 2007 dovrà verosimilmente aspettare che arrivi il 2020, se non il 2021. (Leggi anche: Stagnazione secolare: crisi dell’Italia non per l’euro)

Ma la ripresa italiana non è scontata e il 2018 ci fornirà forse dettagli assai interessanti sul punto. La BCE cesserà di acquistare assets, ovvero essenzialmente titoli di stato dell’Eurozona, entro il 30 settembre prossimo, dimezzando le dimensioni del “quantitative easing” già da gennaio. Allo stato attuale, per quanto vi sarebbero le giustificazioni sul piano teorico (bassa inflazione), sembra poco verosimile che il governatore Mario Draghi proroghi per l’ennesima volta tali acquisti oltre la scadenza fissata, anche perché significherebbe trascorrere l’ultimo anno a Francoforte in un clima burrascoso contro la Bundesbank e i suoi numerosi alleati della Mitteleuropa, così come del nord e dell’est.

E allora, il 2018 sarà l’anno della preparazione alla svolta monetaria, anche se il rialzo dei tassi dovrebbe arrivare solo nel 2019. Ad oggi, la politica di Draghi ha tenuto nell’Eurozona bassissimi i tassi e indebolito il cambio. I primi sono rimasti quasi invariati quest’anno, mentre il cambio euro-dollaro, proxy utilizzabile per valutare la forza relativa della moneta unica, ha segnato un +13,4%, chiudendo il 2017 a poco meno di 1,20. Nel frattempo, la terza gamba della crescita, il petrolio a basso costo o “minibarile”, ha incrementato le quotazioni di quasi il 17,5%. Tenendo conto che il greggio si compra in dollari, per quanto appena scritto, l’impatto del surriscaldamento delle quotazioni sui consumatori e gli automobilisti dell’Eurozona è stato quasi nullo, pari a un risibile +4%.

Petrolio, tassi e cambio

Nel 2018, la musica potrebbe cambiare, qualora le quotazioni del Brent salissero più rapidamente del cambio euro-dollaro. Immaginando che da qui alla fine dell’anno prossimo, un euro potrebbe venire scambiato contro 1,25 dollari, basterebbe un rialzo del barile superiore al 2-3% per pesare negativamente sui conti di famiglie e imprese. Tuttavia, se è vero che il greggio potrebbe salire per effetto dell’accordo OPEC sul taglio della produzione, le speculazioni sul dopo incideranno sul sentiment del mercato e molto probabilmente il 2018 sarà chiuso a livelli non granché dissimili da quelli odierni. Dunque, non dovremmo preoccuparci ancora di petrolio, anche grazie al boom dello “shale” USA.

Tuttavia, tassi e cambio saranno variabili abbastanza incisive sulla crescita, specie per quelle economie ancora deboli, il cui miglioramento, come dicevamo, resta legato alla buona congiuntura internazionale. Nemmeno su questi due versanti dovremmo attenderci grosse variazioni, perché la BCE si muoverebbe con dichiarazioni tali da segnalare l’intenzione di non tollerare grossi guadagni per l’euro, né una rapida risalita del costo del denaro sui mercati. (Leggi anche: Ripresa italiana si rafforza, purché Draghi non alzi i tassi)

L’incognita politica

Tutto bene, dunque? Non proprio. Ci sono altre variabili sfuggenti al controllo di Francoforte e che in una fase di svolta monetaria ne amplificherebbero l’impatto negativo sull’economia. La Germania è senza un nuovo governo da tre mesi e dovrebbe averne uno solo tra non meno di due mesi. E non è nemmeno detto che riesca a vararlo, date le diffidenze tra i possibili partners della Grosse KoalitionL’ipotesi di un addio anticipato di Angela Merkel alla cancelleria diventa sempre più probabile con il trascorrere infruttuoso delle settimane. L’Italia, invece, vota il 4 marzo prossimo e lo scenario più probabile appare al momento uno: vittoria del centro-destra, ma senza maggioranza assoluta dei seggi. E dopo? Si va dall’ipotesi larghe intese a quella di nuove elezioni. Remoti gli scenari di una maggioranza euro-scettica (M5S + Lega) o anti-austerity (M5S + LeU), perché non vi sarebbero i numeri.

Come reagiranno i mercati a queste tensioni pre-elettorali e ai risultati delle urne? Ad oggi, qualsiasi evento politico scioccante è stato assorbito piuttosto rapidamente, grazie al QE, che nei fatti tiene alta la domanda di titoli di stato e sposta liquidità in favore del mercato azionario. Ora, però, che il valore di questi acquisti sarà dimezzato e che i mercati si preparano alla loro fine, succederà lo stesso? Quando a seggi chiusi, scopriranno che i grillini pro-referendum sull’euro saranno la prima forza politica e che il PD avrà verosimilmente perso le elezioni e forse non farà nemmeno più parte (per i numeri o per calcolo) della nuova maggioranza, prenderanno tali esiti a cuor leggero? La risposta dovrà tenere conto di un ultimo dato: entro aprile-maggio, la Commissione europea fornirà a Roma il suo giudizio definitivo sulla legge di Stabilità 2018, chiedendo aggiustamenti in corsa, ovvero non meno di 3 miliardi di minori spese e/o di maggiori entrate. Roba di scarsa entità, ma con un governo paralizzato dal clima post-elettorale e potenzialmente in balia dell’instabilità, il mancato adempimento immediato dell’Italia potrebbe venire letto come la conferma di un ampliamento delle distanze tra il nostro Paese e il resto dell’area. (Leggi anche: Confindustria torna a fare politica e sulla ripresa avverte: votate bene)

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Argomenti: Bce, bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica italiana, quantitative easing, rendimenti bond, rendimenti negativi, Spread, tassi negativi, tassi overnight