Negozi chiusi per le feste, la proposta di Di Maio si scontra con gli interessi degli italiani

Chiudere i negozi per le feste sarebbe un bene per l'Italia? Vediamo meglio la proposta di Luigi Di Maio, M5S.

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Chiudere i negozi per le feste sarebbe un bene per l'Italia? Vediamo meglio la proposta di Luigi Di Maio, M5S.

Si avvicina il Natale e non per tutti, come ogni anno, il 25 dicembre sarà un giorno di puro relax tra parenti e amici. Il vice-presidente della Camera, Luigi Di Maio, candidato premier per il Movimento 5 Stelle, ha fatto appello a negozi e centri commerciali di chiudere battenti per le festività, invitando le altre forze politiche ad aderire alla proposta di legge dei grillini, secondo cui gli esercizi commerciali dovrebbero rimanere chiusi almeno 6 festività sulle 12 comandate nell’anno. La proposta vorrebbe che le date di apertura fossero concordate tra le associazioni di categoria e i Comuni, fatto salvo che il 25% dei negozi resterebbe comunque aperto. (Leggi anche: Orari negozi, perché il nostro Paese va avanti a stento)

Per Di Maio, i figli devono crescere più a contatto con i genitori e solo con l’unione delle famiglie l’Italia si mostrerebbe più forte. Una chiara strizzatina d’occhio alla Chiesa, che non ha mai digerito del tutto la possibilità consentita con le liberalizzazioni di Bersani-Monti ai negozi di aprire pure la domenica. In fondo, il terzo comandamento è chiaro: ricordati di santificare le feste. E difficilmente un commesso o un addetto al magazzino potrebbe andare a messa lavorando anche quando il calendario segna rosso.

Aldilà delle battute, il tema è diventato caldo. Già nell’aprile scorso, quando per Pasqua era stato indetto uno sciopero dei lavoratori di Serravalle, l’M5S aveva appoggiato l’iniziativa e aveva presentato una proposta per chiudere i negozi nei giorni di festa. Il dibattito allora non si aprì realmente, anche se sono in tanti, sigle di categoria incluse, a chiedersi se le aperture domenicali e quelle nei giorni festivi abbiano un senso economico o meno.

Negozi chiusi per le feste?

Servirebbero dati e probabilmente scopriremmo che i risultati saranno diversi a seconda della categoria merceologica e da negozio a negozio. Indubbio resta, però, che i piccoli negozi abbiano la necessità di attrezzarsi al meglio contro la concorrenza spietata dei grandi centri commerciali. In fondo, nemmeno Di Maio non propone il divieto assoluto di apertura nei giorni festivi, ma una sorta di sistema a rotazione, che sarebbe, a dir il vero, inapplicabile e potenzialmente molto iniquo. Se due negozi nello stesso Comune ritengono che avrebbe senso aprire a Natale, ma per effetto della rotazione non trovassero un accordo per restare l’uno chiuso e l’altro aperto, cosa accadrebbe? Chi dirimerebbe la disputa? Si dirà, ma chi resta chiuso a Natale potrà sempre aprire a Capodanno. Non è detto, però, che a conti fatti lo scambio risulti equo, perché se vendo Pandoro, ad esempio, è assai più probabile che farò più affari il 25 dicembre e molto meno l’1 gennaio.

Esistono due Italie sul punto ed entrambe avrebbero ragione, anche se da un recente sondaggio pubblicato da Il Messaggero emergerebbe che la maggioranza degli italiani sarebbe per il mantenimento degli orari flessibili per i negozi, che resta una grande conquista per il commercio, proprio per quello di piccole dimensioni, colpito dal boom della grande distribuzione nell’ultimo quindicennio. E’ vero, i lavoratori avrebbero anch’essi diritto a godersi le feste come i loro clienti. Il discorso, tuttavia, varrebbe per tutte le categorie. Vi immaginate cosa accadrebbe se non trovassimo più un bar, un ristorante aperto? Potremmo pensare di chiudere anche questi esercizi? In fondo, per il ragionamento alla Di Maio, si potrebbe pure fare a meno di mangiare fuori a Natale, Capodanno, Pasqua e Ferragosto, “liberando” i lavoratori dal sacrificio di restare lontani dalle famiglie.

Quanto all’impatto economico, potrebbe anche essere inferiore a quello acclarato dalle categorie coinvolte, ma esiste e non va minimizzato. Una famiglia che la sera di Natale esce a fare una passeggiata al calduccio in un centro commerciale non lontano da casa verosimilmente spende qualcosa in più rispetto allo stretto necessario, ovvero inietta in circolazione una liquidità che resterebbe nel portafogli con i negozi chiusi.

Se i nostri consumi crescessero al ritmo del 4-5% all’anno, potremmo anche prendere in considerazione di rinunciare a parte di tale abbondanza, accontentandoci di una crescita più moderata. Ma con consumi praticamente piatti da un decennio, tutto servirebbe all’economia italiana, tranne che una normativa più restrittiva sugli orari di apertura dei negozi, che finirebbe per mandare a casa (anche da lunedì al sabato) parte dei dipendenti del commercio, già insidiati dal boom dello shopping online, praticabile h24 e 7 giorni su 7 a settimana. E dietro a proposte di legge come quella di Di Maio spesso di nasconde una crociata ideologica contro il “consumismo”, senza che si offrano modelli alternativi altrettanto validi in termini di benefici economici, se non le classiche strampalate ricette sulla “decrescita felice”. (Leggi anche: Negozi dove non si compra nulla, nuova frontiera dell’e-commerce)

 

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