Nazionalizzare la Banca d’Italia per aiutare le Pmi

La proposta «Bankoro» di Quadrio Curzio e Coltorti: attuare la Legge 262/2005 che prevede di nazionalizzare la Banca d’Italia, trasferire le riserve auree di Palazzo Koch a una società controllata dal Tesoro e obbligare gli (ex) azionisti privati di Via Nazionale a finanziare un fondo italiano di investimento per le Piccole e Medie Imprese.

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La proposta «Bankoro» di Quadrio Curzio e Coltorti: attuare la Legge 262/2005 che prevede di nazionalizzare la Banca d’Italia, trasferire le riserve auree di Palazzo Koch a una società controllata dal Tesoro e obbligare gli (ex) azionisti privati di Via Nazionale a finanziare un fondo italiano di investimento per le Piccole e Medie Imprese.

È poco noto che le riserve auree di Banca d’Italia siano tra le più ingenti al mondo, terze dopo Stati Uniti e Germania (o quarte se includiamo in questa speciale classifica anche il Fondo Monetario Internazionale). Non deve pertanto sorprendere che nel corso dell’ultimo biennio un crescente numero di economisti ed addetti ai lavori abbiano ipotizzato di mettere l’oro a servizio del Paese in funzione di riduzione del debito pubblico (e dei costi di rifinanziamento) oppure come mezzo per riavviare la crescita. Proprio in quest’ultima direzione si muove la proposta avanzata da Alberto Quadrio Curzio e Fulvio Coltorti in due articoli pubblicati da Il Sole 24 Ore in data 16 aprile e 5 settembre 2013.

Duplice è l’obiettivo del piano Bankoro elaborato dai due economisti: colmare un gap normativo riguardante l’assetto proprietario di Banca d’Italia e contestualmente reperire 13-14 miliardi di euro da destinare al Paese sotto forma di credito alle imprese.

 

La Legge n. 262 2005 che avrebbe dovuto ripubblicizzare la Banca d’Italia

La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico con un capitale sociale di 156 mila euro diviso in 300 mila quote con un valore unitario pari a 52 centesimi cadauna. Una serie di privatizzazioni e acquisizioni nel panorama bancario italiano ha però fatto sì che il 94,33% del capitale della Banca centrale sia ora in possesso di enti non pubblici.

Per risolvere questa anomalia e quindi provvedere alla ripubblicizzazione delle quote detenute dai soggetti privati, il 28 dicembre 2005 il Parlamento ha approvato la Legge n. 262 (Art. 19) in base a cui entro il 31 dicembre 2008 si sarebbe dovuto ridefinire, mediante un apposito regolamento, l’assetto proprietario di Palazzo Koch.

 

I profitti e il capitale della Banca (Privata) d’Italia

A distanza quasi di cinque anni dalla scadenza del 31 dicembre 2008 sulla questione della nazionalizzazione Banca d’Italia è calato il silenzio.

Tutto questo mentre la Banca d’Italia ha dichiarato utili per 7.915 milioni di euro nel periodo 1999-2012 e a fronte di una situazione patrimoniale che molti addetti ai lavori ritengono “eccessiva” se confrontata a quella delle principali banche centrali dell’Eurosistema.

Secondo quanto riportano Alberto Quadrio Curzio e Fulvio Coltorti su Il Sole 24 Ore del 5 settembre «la Banca d’Italia, con una circolazione monetaria pari a fine 2012 a 150 miliardi di euro, si presenta con un patrimonio netto di 23,5 miliardi; la Banque de France gestisce una circolazione non molto superiore (170 miliardi), ma esibisce un patrimonio poco sopra i 9 miliardi, mentre la Deutsche Bundesbank, con la sua massa di biglietti di 227 miliardi, dispone di capitale e riserve per appena 5,7 miliardi. Tra gli altri, il Banco de España dispone di mezzi propri per 3,8 miliardi di euro su una circolazione di 100 miliardi, mentre la Bank of England al febbraio scorso esibiva anch’essa 3,8 miliardi di euro di patrimonio con 67 miliardi di circolazione. I dati citati dimostrano che la Banca d’Italia è “un’impresa” con un patrimonio molto elevato».

 

L’oro di Palazzo Koch come mezzo per nazionalizzare la Banca d’Italia e finanziare il tessuto produttivo italiano

Il mezzo per far rientrare sotto la giurisdizione dello Stato le dotazioni patrimoniali (e i profitti) della Banca centrale sarebbe quello di mobilitare, senza però dismettere, le riserve auree ufficiali di Via Nazionale. L’operazione, valutata 22,2 miliardi di euro, prevede il riassorbimento del 94,33% del capitale di Banca d’Italia, ossia delle 283.000 quote attualmente detenute da soggetti privati, attraverso il “buyback diretto” del 5% delle partecipazioni (valutate 1,2 miliardi) e il trasferimento del rimanente 89,33% alla Bankoro S.p.A., una società finanziaria pubblica appositamente costituita dal Tesoro (operazione di “buyback nazionale”).

Nel caso il Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) approvasse il piano e l’oro di Banca d’Italia venisse conseguentemente trasferito a un soggetto istituzionale, talune riserve auree sarebbero soggette all’imposta IRES con un’aliquota del 27,5%.

«Valutando prudenzialmente il prezzo di mercato dell’oro avendo per riferimento la media dell’ultimo triennio – osservano Alberto Quadrio Curzio e Fulvio Coltorti – l’imposta da versare ammonterebbe a circa 20 miliardi di euro, addebitabile contabilmente alla riserva aurea di cui assorbirebbe, comprendendo il buyback diretto, meno del 30%». I 20 miliardi di gettito erariale potrebbero essere usati dal Ministero delle Finanze per disporre un aumento di capitale nella Bankoro S.p.A. dotandola così dei mezzi per rilevare l’89,33% del capitale della Banca d’Italia.

Secondo gli autori dell’operazione Bankoro, a fronte delle plusvalenze realizzate sulla cessione delle quote Banca d’Italia, le banche beneficiarie potrebbero impegnarsi, tramite un accordo vincolante con le autorità di vigilanza, a finanziare la costituzione di un fondo italiano di investimento per le Piccole e Medie Imprese.

 

 

Dello stesso autore è disponibile il saggio “Idee per l’Italia: abbattere il debito pubblico per restituire allo Stato la sovranità in politica economica”. Per maggiori informazioni si prega visitare: http://www.amazon.it/dp/1291426280/ref=tsm_1_fb_lk

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