Terrorismo, Brexit, banche: tempesta perfetta, l’Italia rischia la recessione

Economia italiana seriamente a rischio recessione. Sono diversi i fattori negativi, che incombono sull'Europa. E pensare che ci sarebbero le condizioni migliori per crescere.

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Economia italiana seriamente a rischio recessione. Sono diversi i fattori negativi, che incombono sull'Europa. E pensare che ci sarebbero le condizioni migliori per crescere.

Venerdì scorso, la Banca d’Italia ha aggiornato le stime sulla crescita dell’economia italiana per il biennio 2016-2017 e le novità non sono state positive. Per quest’anno, Via Nazionale prevede un pil in aumento per meno dell’1% e intorno all’1% per l’anno prossimo.

Dati, in perfetta sintonia con quelli del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che erano stati diramati solo qualche giorno prima. Ancora più pessimista si era mostrata Confindustria, che stima una crescita di appena lo 0,8% quest’anno, seguita da un +0,6% nel 2017.

Queste cifre incorporano lo scenario della Brexit, per quanto non sia ancora comprensibile del tutto come questa si tradurrà da un punto di vista dei rapporti economici e finanziari tra il Regno Unito e la UE. Ad oggi, infatti, il negoziato non è nemmeno iniziato e certamente, dal suo avvio, potrebbe durare mesi o anche un paio di anni, secondo le previsioni di diversi analisti e politici.

Economia mondiale viaggia tra varie incertezze

L’incertezza non aiuta la crescita, sebbene non tutti concordino. Il Premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, ha spiegato, ad esempio, che a suo avviso essa potrebbe persino generare maggiori investimenti delle imprese, le quali per mettersi al sicuro di fronte a scenari non facilmente scrutabili, reagirebbero puntando sull’innovazione.

Un’opinione abbastanza isolata, per quanto spereremmo che fosse vera. Le incognite che gravano sull’economia globale e, nello specifico, su quella europea e, ancora più in particolare, su quella italiana, sono tante e tutte potenzialmente molto destabilizzanti.

 

 

 

Allarme terrorismo è rischio per turismo

L’attacco terroristico a Nizza, Francia, di giovedì scorso, 14 luglio, non è stato il primo in Europa, bensì il quarto in appena 18 mesi, volendo escludere la Turchia, di cui tre in territorio transalpino. La drammatica sequenza di attentati ci spingerebbe cinicamente a ipotizzare che consumatori e imprese in Europa siano ormai abituati a convivere con il fenomeno del terrorismo, ma considerando il crescendo di panico degli ultimi mesi, ci permettiamo di dissentire.

Chi crede che gli effetti di un attentato terroristico siano limitati nel tempo dovrebbe recarsi in Tunisia, dove dopo il massacro al Museo del Bardo, le presenze turistiche sono precipitate; oppure a Sharm el-Sheikh, dove di tedeschi o italiani non vi è più l’ombra; o ancora a Istanbul, dove già a maggio i turisti stranieri erano crollati del 35%, ma con l’attentato all’aeroporto di fine giugno non esistono praticamente più.

Area Schengen a rischio

Il turismo è una componente fondamentale dell’economia di gran parte dell’Europa, specie di paesi come Francia, Spagna, Italia e Grecia. Vero è che il boom di stranieri nelle isole elleniche segnalerebbe un vantaggio potenziale del rischio terrorismo anche per l’Italia, dato che milioni di viaggiatori potrebbero riversarsi o restare sulla penisola, anziché scegliere mete esotiche considerate più pericolose, ma considerando l’effetto impercettibile del Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco sul turismo nella Capitale, sembra proprio che il saldo sia destinato ad essere negativo per il nostro paese, nonostante per fortuna sia stato ad oggi risparmiato dai drammi francesi e di Bruxelles.

Più in generale, la richiesta di maggiore sicurezza, specie in un anno pre-elettorale come questo (si vota nel 2017 in Olanda, Francia e Germania, forse anche in Italia), molto probabilmente spingerà i governi a ripristinare maggiori controlli alle frontiere, ponendo di fatto fine, anche se non formalmente, all’area Schengen, che pure tanti risparmi e benefici ha portato negli ultimi decenni a imprese, consumatori e semplici viaggiatori.

 

 

 

Crisi banche italiane altro rischio

Mentre s’innalzeranno muri più o meno fisici tra gli stati europei, l’Italia ha l’impellenza nel breve di mettere in sicurezza le proprie banche. Lo farà e con soldi pubblici. L’Europa acconsentirà per evitare l’esplosione di una nuova crisi finanziaria fatale per l’euro, ma il mancato rispetto delle regole sul bail-in, riguardanti il sostenimento delle perdite anche dei privati (obbligazionisti) aprirà un serio confronto a Bruxelles sulla condivisione dei rischi finanziari e politici, di cui la Germania non vuole e non può permettersi di sentire parlare, specie a un anno dal rinnovo del Bundestag.

Senza contare la possibile apertura di una crisi politica a Roma in autunno, se e quando il governo Renzi perdesse sul referendum costituzionale. Sono gli ingredienti – e nemmeno tutti – se non di una recessione europea, certamente di un rallentamento economico anche più pronunciato di quanto le stime non dicano. Per l’Italia, che cresce già a rilento, il passo tra la stagnazione e la recessione sarebbe breve. Né dobbiamo stracciarci le vesti dinnanzi a questo scenario, perché tra crescere dello zero virgola e arretrare di qualche decimale non esiste una differenza reale in termini sia di vita reale, sia di macroeconomia.

Condizioni non potranno che peggiorare

L’unica vera differenza la farebbe un’eventuale accelerazione del tasso di crescita a ben sopra dell’1%, un evento che nemmeno i più ottimisti starebbero intravedendo realmente. Se l’Europa rallenta, l’Italia non accelera di certo. Il problema peggiore è che tutto ciò starebbe avvenendo in presenza delle condizioni formalmente migliori: bassi tassi, basso prezzo del petrolio e cambio debole. Questo mix “magico” non durerà in eterno ed è allora che saranno dolori per un’economia italiana, che ancora non si è nemmeno ripresa dalla crisi degli anni passati, restando ben al di sotto dei livelli di ricchezza raggiunti nel 2007.

 

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