Mutui, tassi e spread: ecco i segnali che arrivano dalle banche

Il boom dello spread mostra i suoi primi effetti su tassi e mutui bancari, anche se i dati che arrivano dal mercato del credito appaiono contrastanti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il boom dello spread mostra i suoi primi effetti su tassi e mutui bancari, anche se i dati che arrivano dal mercato del credito appaiono contrastanti.

Il saliscendi dello spread attorno ai 300 punti base scatena ansie e preoccupazioni tra famiglie, imprese e banche, come ha evidenziato il flop della 14-esima emissione del BTp Italia. Nonostante il bond retail quadriennale offrisse una cedola minima garantita mai così alta da 4 anni e per un rendimento potenziale simile a quello di un titolo di durata doppia, dagli ordini del canale retail sono arrivati spiccioli, 863 milioni di euro, quando ci si aspettava qualcosa nell’ordine tra i 5 e gli 8 miliardi. Nemmeno gli investitori istituzionali si sono buttati a capofitto nell’affare, richiedendo 1,3 miliardi. Le banche, in particolare, temono una lievitazione dei costi per la raccolta, nel caso in cui i rendimenti si stabilizzassero ai livelli attuali. Perché?

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Mettiamoci nei panni di un risparmiatore, che debba decidere se lasciare su un conto corrente/deposito i suoi 100.000 euro o se impiegarli altrove. Fino a quando i titoli di stato offrivano una miseria di rendimento, parcheggiare la liquidità in banca sembrava la soluzione quasi ovvia, mentre adesso le cose sembrano essere cambiate. Un conto deposito mediamente offre un tasso prossimo allo zero per vincoli anche pluriennali, mentre un BTp a 2 anni garantisce un rendimento netto anche superiore all’1% all’anno, a seconda della seduta. Naturale che ci si faccia un pensierino. Di questo passo, se le banche non vorranno perdere clienti, dovranno remunerare meglio i conti deposito, ma questo significa per loro un aumento dei costi, che inevitabilmente sarebbe scaricato sulle imprese e sulle famiglie che chiedono denaro in prestito.

Il legame tra spread e mutui

Come vi abbiamo più volte spiegato, esiste un indicatore per valutare quando serio sia il rischio per il mercato del credito: lo spread tra titoli a lunga e titoli a breve scadenza. Prendendo come riferimento i BTp a 10 anni per i primi e quelli a 2 anni per i secondi, ieri abbiamo registrato variazioni significative e che vanno nella direzione da tutti auspicata. Il differenziale di rendimento tra decennali e biennali è salito, infatti, sopra i 240 punti base (2,4%). I BTp a 10 anni rendevano in chiusura il 3,44%, quelli a 2 anni l’1,03%. Per le banche, un’ottima notizia. Esse sono solite prendere denaro a prestito dalla clientela a breve e prestarlo a loro volta a lungo termine. Quando la curva delle scadenze si appiattisce, o ancora peggio, s’inverte, per gli istituti equivale a subire un aggravio di costi e una riduzione dei margini, per cui aumenteranno i tassi applicati sui prestiti erogati e al contempo presteranno sempre meno denaro, contraendo la massa dei mutui concessi alle famiglie e dei prestiti alle imprese. Risultato: tonfo del mercato immobiliare (le famiglie non liquide saranno costrette a rinviare l’acquisto di una casa) e degli investimenti delle imprese. A pagare pegno sarebbe l’insieme dell’economia italiana, per via di una minore crescita e di un peggioramento dell’occupazione, della produzione futura e dei consumi.

E quali sono i segnali inviati dal mercato? Diremmo, misti. Lo spread tra decennali e biennali ci spiega che la curva delle scadenze in Italia sia ancora abbastanza ripida, certamente molto di più che in Germania, dove si attesta a meno dell’1%, così come della stessa Spagna, in cui viaggia su valori quasi dimezzati, in area 180 bp. Per non parlare degli USA, in cui il Treasury a 2 anni rende da mesi ormai la media dello 0,2% in meno di quello a 10 anni.

Stando così le cose, dovremmo aspettarci non una contrazione dei prestiti erogati, quanto un aumento dei tassi su mutui e prestiti. E’ così? Per capirlo, dobbiamo prendere gli ultimi dati disponibili e relativi al mese scorso, confrontandoli con quelli di maggio, il mese che ha preceduto la nascita del governo giallo-verde. Allora, i prestiti delle banche si attestavano a 1.769 miliardi di euro, comprensivi di quelli erogati in favore delle Amministrazioni pubbliche. A ottobre, questo dato scendeva a 1.732 miliardi, segnando un calo di 37 miliardi di euro. Tuttavia, concentrandoci sui prestiti solo a famiglie e imprese, scopriamo che si è passati da 1366 a 1.320 miliardi, ovvero la riduzione è stata ben più marcata nei confronti del solo settore privato, pari a 46 miliardi.

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Tassi ritoccati, ma niente fuga del risparmio

E i tassi? Quello medio applicato sui prestiti a ottobre era del 2,57%, inferiore al 2,63% di maggio. Sui nuovi prestiti alle imprese, si sale, però, dall’1,50% all’1,60%, mentre sui nuovi mutui dall’1,83% all’1,87%. Qualche ritocco all’insù c’è stato sui nuovi prestiti, ma la buona notizia per le banche, indirettamente pure per le famiglie, è che lo spread tra tassi attivi e tassi passivi nei mesi è rimasto sostanzialmente immutato: era dell’1,89% a maggio, quasi invariato all’1,88% a ottobre. In effetti, nonostante l’esplosione dello spread BTp-Bund e la lievitazione dei rendimenti sovrani, i risparmiatori italiani continuano a optare per lasciare il denaro parcheggiato in banca, se è vero che a maggio ne detenevano sui conti poco più di 1.728 miliardi e a ottobre la cifra risultava scesa di poco, ossia a 1.719 miliardi. Nessuna fuga, dunque, ma variazioni ordinarie. Un segnale di fiducia per le banche, che se fossero percepite realmente a rischio si vedrebbero prosciugare le giacenze al minimo rialzo dei tassi.

Del resto, proprio il flop del BTp Italia segnala che in pochissimi avrebbero voglia, in questa fase, di investire in titoli di stato, temendo se non rischi gravi, come il default o l’uscita dall’euro (altamente improbabili), la concreta probabilità di non poter disinvestire prima della scadenza senza subire perdite. E il desiderio di restare liquidi accomuna gli ultimi anni un po’ tutto il retail italiano, segno che tra le famiglie regni, non da ora, l’incertezza. E il dibattito su presunte patrimoniali in arrivo non agevola certamente il rasserenamento degli animi. In definitiva, le banche avrebbero aperto l’ombrello ancora prima di piovere, sebbene non siamo (ancora) né dinnanzi a un “credit crunch” come quello iniziato nel 2011, né a un rialzo pauroso dei tassi sui prestiti. Si consideri, infine, che indipendentemente dalle tensioni politiche di questi mesi, l’Italia avrebbe comunque registrato una simile tendenza per via dell’uscita graduale della BCE dall’accomodamento monetario.

E va detto che proprio lo scontro tra governo Conte e Commissione europea contribuisce ad allontanare sia il “tapering” che il varo della stretta vera e propria, per cui paradossalmente consentirebbe al mercato di usufruire di denaro a basso costo per un periodo più lungo, al netto chiaramente dei rincari specifici che ci auto-imponiamo con la querelle politica di questi mesi. Se lo scontro rientrasse, i rendimenti italiani sarebbero destinati a sgonfiarsi, mentre quelli nel resto dell’Eurozona dovrebbero inevitabilmente salire, essendo ancora artificiosamente bassi per via degli stimoli. In un certo senso, è come se l’Italia avesse dovuto pigiare sull’acceleratore per uscire dalla fase dei tassi zero, seminando il resto della compagnia, la quale prima o poi ci dovrà raggiungere, mentre noi dovremo rallentare o ingranare la marcia indietro per accorciare le distanze.

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Argomenti: Banche italiane, bond sovrani, Crisi delle banche, Economia Italia, Famiglie, rendimenti bond, Spread