MPS: Pizzetti lanciato verso la presidenza della Fondazione

Nominata la nuova deputazione generale di Palazzo Sansedoni. Finisce l'era Mancini, ma resta forte il legame tra banca e PD. Pizzetti è un uomo di Prodi, benché autorevole.

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Nominata la nuova deputazione generale di Palazzo Sansedoni. Finisce l'era Mancini, ma resta forte il legame tra banca e PD. Pizzetti è un uomo di Prodi, benché autorevole.
Nominata ieri la nuova deputazione generale della Fondazione MpS, l’organo di indirizzo composto da 14 persone, di cui sette di diretta nomina politica: 4 sono stati indicati dal sindaco di Siena, due dal presidente della Provincia e uno dalla Regione Toscana. I restanti sette nomi sono stati indicati dalla Camera di Commercio di Siena, dall’Arcidiocesi, dall’Ateneo, dall’Università per stranieri, dalla Consulta per il volontariato, dal Cnr e dal Consiglio superiore dei beni culturali.
 
 

Presidenza Fondazione MpS

L’organo si riunirà entro la prossima settimana, quando molto probabilmente sarà nominato il cda, per la cui presidenza sembra in pole position Francesco Maria Pizzetti, 66 anni, giurista di fama internazionale, uomo autorevole, presidente dell’Autorità garante per la privacy fino al 2012, docente di diritto costituzionale alla Luiss e consigliere costituzionale dell’ex premier Romano Prodi tra il 1996 e il 1998.
La scelta di Pizzetti, dunque, rappresenta in sé una svolta nella direzione di una personalità prestigiosa, benché nel solco dei legami tra la banca senese e gli ambienti politici vicini al PD. Nei giorni scorsi, anzi, si era parlato dell’ipotesi di nominare proprio Romano Prodi alla presidenza, sfumata per il rifiuto dell’interessato.
 
 

MpS e le quote della Fondazione

La Fondazione si trova a gestire un dopo-Mancini affatto semplice. Troppo forte la dipendenza dalla politica sino ad oggi mostrata, mentre la quota in MpS si è ridotta in un paio di anni dal 54% al 33,5%, fatto impensabile fino a poco tempo fa. E con un debito residuo di ancora 350 milioni di euro, è probabile che Palazzo Sansedoni si veda costretto a cedere un altro 15%, scendendo così al 20%. E senza contare che una futura ricapitalizzazione dell’istituto potrebbe portare l’Ente sotto la soglia del 10%.
 
Non è casuale che una delle misure volute dal presidente di MpS, Alessandro Profumo, sia stata l’eliminazione del tetto del 4% per l’esercizio del diritto di voto in assemblea. Solo la Fondazione godeva del privilegio di contare esattamente per la sua quota, ma la rimozione di tale tutela dello status quo è solo l’annuncio della perdita di controllo da parte dell’Ente, con l’ingresso di un qualche socio industriale.
 
 

Scontro Roma-Bruxelles per i bond del Monte

Per il resto, i problemi di Siena restano tutti sul tappeto, ad iniziare dallo scontro tra Roma e Bruxelles sulla valutazione dei 3,9 miliardi di Monti-bond sottoscritti dal Tesoro a febbraio. Per l’Europa, senza un adeguato piano industriale, essi si configurerebbero quali aiuti di stato, mentre il governo italiano li giudica un finanziamento statale a titolo oneroso, visto che su di essi grava una cedola del 9% annuo per il primo biennio, fino a salire a un massimo del 15%.
A dire il vero, è difficile che la banca in questa fase trovi un investitore disponibile a rischiare, dati i guai giudiziari e l’assenza di certezze per il futuro in cui questa versa. Se dall’anno prossimo non sarà in grado di ripagare la cedola in forma cash, l’istituto vedrà l’ingresso dello stato nel capitale. Una forma più o meno mascherata di nazionalizzazione, con il Tesoro potenziale primo socio.

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