Movimento 5 Stelle finito, Rousseau umilia Di Maio e prepara la scissione

La scissione nel Movimento 5 Stelle tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte è pronta. Il voto su Rousseau per le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria suggella la fine dei pentastellati.

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La scissione nel Movimento 5 Stelle tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte è pronta. Il voto su Rousseau per le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria suggella la fine dei pentastellati.

Il 70,6% dei 27.273 votanti sulla piattaforma Rousseau ha sconfessato la linea di Luigi Di Maio e si è espresso a favore della partecipazione del Movimento 5 Stelle alle elezioni regionali di Emilia-Romagna e Calabria. L’esito segna la fine della leadership del giovane campano, ma anche l’avvio della scissione tra i grillini.

E’ stato umiliante due volte per il portavoce ricorrere a un quesito che sostanzialmente proponeva una pausa per le urne nelle due regioni, ufficializzando che il movimento non fosse né pronto e né capace di correre per ottenere un risultato almeno dignitoso. Come se una squadra di calcio decidesse di non giocare un intero girone del campionato per paura di perdere tutte le partite. E i risultati hanno a loro volta umiliato il leader, segnalandogli che la base non accetta l’idea di auto-estinguersi per manifesta incapacità di chi lo dirige.

Quanto accaduto indebolisce il già debole Di Maio e prepara i giochi, in vista degli Stati Generali del movimento, per un ribaltone interno. Scontato che i 5 Stelle non vinceranno né in Emilia e né in Calabria, così come che non otterranno consensi anche solo accettabili. Il terrore che serpeggia tra dirigenti e parlamentari grillini è di fermarsi sotto la doppia cifra. In Romagna, ad esempio, si parla di un possibile e catastrofico 4-5%. Sarebbero numeri che certificherebbero non solo la fine della leadership, bensì pure dello stesso movimento, il quale non è mai andato davvero bene alle regionali, Sicilia a parte, ma certo non è mai crollato a cifre così infime.

Con Di Maio che si accinge a perdere la guida, la scissione tra le varie anime del movimento si avvicina. Da un lato, i filo-governativi troveranno maggiori ragioni per votarsi a Giuseppe Conte e stringersi attorno a ipotesi di alleanze più o meno stabili con il PD; dall’altro, gli avversari del governo giallo-rosso e i nostalgici dell’alleanza con la Lega di Matteo Salvini prenderanno coraggio e compiranno il passo necessario per segnalare la loro contrarietà a questa maggioranza parlamentare.

Attenzione, però, perché i contrari all’alleanza con il PD non sono solamente gli esponenti più di “destra” dei 5 Stelle, bensì pure quelli di “sinistra”, capeggiati idealmente da Alessandro Di Battista.

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Casus belli per scissione e caduta del governo

La vera domanda è, quindi, se le due anime resteranno unite, in vista dell’obiettivo comune di staccare la spina al governo Conte-bis, oppure se la scissione sarà multipla, una alla destra e una alla sinistra dei governisti. Di certo c’è che Palazzo Chigi trema ancora di più, come se non bastassero i capitoli Alitalia, ex Ilva, manovra, Fondo salva-stati, prescrizione, etc. Conte s’indebolirà come premier e si rafforzerà come leader di quel che resta dei 5 Stelle, ma il suo governo non può durare e a saperlo per primo è egli stesso. Di Maio adesso dovrà decidere se correre nelle due regioni per fare un buon risultato o se presentarsi senza gareggiare realmente.

Quale che sarà la sua decisione, l’alleanza giallo-rossa ne risulterà colpita. Dovesse l’M5S fare campagna effettiva, dovrebbe contrastare i candidati del PD, che rappresentano anche le amministrazioni uscenti, sgretolando il fronte anti-salviniano e dividendo la maggioranza di governo. Se la campagna sarà fasulla, il risultato molto negativo raccolto dai 5 Stelle farebbe alzare la voce a quanti pensano che la causa del crollo dei consensi sia da trovarsi nel governo. Nel frattempo, porte aperte della Lega a militanti e dirigenti pentastellati. Lo ha ribadito Salvini esplicitamente e contestualmente al voto su Rousseau. E stavolta le sirene del Carroccio iniziano a farsi allettanti per i topi che si ritrovano su una barca che affonda rapidamente.

Da qui alle elezioni regionali mancano due mesi, il tempo necessario per Di Maio di preparare la scissione e per la Lega di fare shopping tra i parlamentari, magari sgambettando il governo in Aula su temi dirimenti come la riforma del MES. Affinché l’Italia si esprima sul tema, è necessario che la firma la apponga il ministro degli Esteri, che guarda caso è proprio Di Maio.

E quale migliore pretesto per rimarcare le proprie distanze dal premier e intestarsi una battaglia popolare dal sapore “sovranista”, alla luce non solo delle regionali, ma anche del suo futuro post-M5S? Un’eventuale votazione trasversale, che veda opposizioni e un pezzettino della maggioranza uniti contro il parere di Palazzo Chigi, decreterebbe la fine del governo e sotto elezioni avrebbe un impatto esplosivo. Chissà se fungerebbe da tonificante per Di Maio, ma almeno il suo addio al movimento avverrebbe in maniera scoppiettante e non arrendevole.

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