Movimento 5 Stelle fermo alla ‘decrescita felice’ e l’Italia vira sempre più verso la Lega di Salvini

Luigi Di Maio ha un problema con la gestione del consenso: il Movimento 5 Stelle è rimasto agli esordi anti-sistema, sebbene abbia ricevuto un mandato diverso con l'ampio successo di un anno fa.

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Luigi Di Maio ha un problema con la gestione del consenso: il Movimento 5 Stelle è rimasto agli esordi anti-sistema, sebbene abbia ricevuto un mandato diverso con l'ampio successo di un anno fa.

Le elezioni regionali in Abruzzo hanno confermato quanto da mesi vadano segnalando i sondaggi politici, cioè che il Movimento 5 Stelle arretra nei consensi, pur attestandosi su livelli relativamente alti e in seconda posizione, surclassato dalla Lega di Matteo Salvini. Non è su questi presupposti che era nato il governo “giallo-verde” di Giuseppe Conte. Quando l’1 giugno scorso i ministri e il premier giuravano nelle mani del capo dello stato, i rapporti di forza all’interno della maggioranza risultavano ribaltati in favore dei grillini.

In molti sostenevano che il Carroccio rischiasse di finire marginalizzato sul piano della capacità mediatico-politica di reggere alla brillante comunicazione di un Luigi Di Maio, che da vituperato steward al San Paolo di Napoli era riuscito in pochi anni a portarsi al centro del dibattito nazionale, fino a sfiorare l’ingresso a Palazzo Chigi. E’ andata all’esatto contrario.

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La Lega oggi è il principale partito italiano, accreditata di una media del 33% dei consensi. Un elettore su tre, insomma, la voterebbe. E la cavalcata rampante di Salvini, che solo nel 2013 ereditava un partito ridotto al 4%, appare ancora più sconvolgente, se si considera che il Carroccio è nato su istanze nordiste e persino secessioniste, tali da limitarne il consenso sopra il Po. Eppure, domenica il 27,5% degli abruzzesi, che proprio settentrionali non sono, hanno messo la croce sul simbolo di Alberto da Giussano. I grillini sono rimasti sotto il 20%, il PD ha appena superato l’11% e Forza Italia non è arrivata alla doppia cifra.

Per il rispetto che si deve agli elettori di ciascuna realtà, mai bisogna sovrapporre la lettura del voto locale all’andamento nazionale. Tuttavia, l’Abruzzo non è un caso isolato, anche perché arriva dopo altre tornate amministrative, in cui la musica è stata sempre la stessa: la Lega avanza anche nel profondo sud, l’M5S arretra ovunque. Non ci sarebbe nulla di anomalo, se non fosse che entrambi governino insieme da 8 mesi. E allora, perché da una parte la galvanizzazione e dall’altra la delusione degli elettori? Se il governo Conte facesse bene o male, dovrebbero essere contenti o arrabbiati sia i leghisti che i grillini.

Le distanze tra Lega e 5 Stelle

La realtà è più complicata. Questo governo nasce non su basi ideologiche, quanto sull’avversione comune dei due partiti al sistema partitico della Seconda Repubblica. Le istanze sono assai diverse. Salvini interpreta i sentimenti di quel nord laborioso, della piccola impresa, delle partite IVA, Di Maio la rabbia di un Meridione abbandonato a sé stesso da decenni, deserto industriale, affollato da disoccupati e inoccupati e bisognoso di assistenza. Il primo chiede meno tasse, più sostegno all’impresa, uno stato meno oppressivo, per quanto si faccia al contempo carico anche della richiesta della classe media di istituzioni più interventiste in economia, che sappiano alzare la voce con i partner europei sull’ingresso delle merci straniere e che diano una vergata al quel cattivo sistema bancario che ha dissipato parecchi miliardi dei risparmiatori italiani.

Di Maio invoca i sussidi per chi non ha un lavoro, pretende di tornare all’era dello stato-imprenditore con la nazionalizzazione del cuore del sistema industriale, vuole colpire l’economia sommersa con controlli serrati sulle imprese e vede nella spesa pubblica un mezzo per stimolare la crescita economica. Guardate, storicamente sono idee di sinistra e sulle quali ci sarebbe poco da ironizzare. Semmai, è la sinistra italiana che, avendo smarrito sé stessa, non riesce nemmeno a vedersi riflessa nelle azioni e nelle parole dei grillini. Che questo pensiero sia destinato a rimanere tale, sia per un nullo raggio di manovra sui nostri conti pubblici che per l’assenza di una classe dirigente (non solo politica) all’altezza del compito, è un’altra questione.

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La confusione dei grillini sul mandato ricevuto

Ad ogni modo, l’Italia è entrata in recessione e se fossimo tutti dotati di onestà intellettuale, dovremmo ammettere che il governo Conte non c’entri assolutamente nulla con il ritorno alla flessione del pil.

Certo, forse questo si sarebbe contratto dello 0,1%, anziché dello 0,2% nel trimestre scorso rispetto al precedente, nel caso di minori tensioni finanziarie e conseguente crescita dei timori tra le imprese e le famiglie per lo stato di salute della nostra economia, ma non sarebbe cambiato nulla sul piano sostanziale. L’Italia era e rimane in balia della congiuntura internazionale. E se crescevamo dell’1% quando il resto dell’Eurozona superava il 2%, adesso che persino la Germania si aspetta di crescere l’1% o anche meno, non possiamo che attenderci un andamento stagnante o negativo.

Il problema dei 5 Stelle è un altro: non hanno ricette per la crescita, bensì quasi solo per la redistribuzione di una ricchezza che si assottiglia sempre più. Anzi, essi muovono da logiche perfettamente legittime, ma che fanno a pugni con la domanda degli italiani di porre in essere azioni di superamento della crisi. Si battono contro la TAV per puro pregiudizio, sono contro le trivellazioni, l’apertura dei grandi cantieri e persino dell’ampliamento dello scalo aeroportuale fiorentino. E’ l’Italia dei “no”, quella che un tempo fu tipicamente rifondarola, ambientalista, progressista, pure del PD. Tuttavia, queste furono le istanze dei grillini duri e puri degli esordi. Già nel 2013, quando l’M5S ottenne oltre un quarto dei consensi, l’elettorato aveva compiuto un salto e il mandato assegnato al movimento fu non tanto all’insegna della “decrescita felice”, quanto del cambiamento, anzi dell’annientamento dell’esistente.

Lo scorso 4 marzo, quel mandato divenne ancora più chiaramente “sviluppista” e se i consensi al sud sfiorarono il 50% fu solamente perché ancora sotto il Po la Lega non esibiva le medesime percentuali del nord. Invece, i parlamentari grillini sono rimasti ostaggio della piattaforma Rousseau, dei clic della base ristretta e più ideologizzata, che spesso poco hanno a che fare con le reali ragioni del successo dei 5 Stelle di 11 mesi fa. Gli elettori grillini chiedono spesso le stesse cose degli alleati leghisti, ossia meno tasse, più lavoro, uno stato più efficiente, occasioni di crescita, oltre che una politica più efficace e più onesta.

Senonché, a queste istanze maggioritarie nel Paese e forse persino tra i grillini stessi sta rispondendo Salvini e non Di Maio, quest’ultimo già percepito dai suoi uomini come sportosi fin troppo sul versante destro del movimento.

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Lega e M5S separati in casa

La reazione alla crisi del consenso rischia di accentuarla. Il “no” alla TAP è diventato ancora più categorico, coperto formalmente da una discutibile analisi benefici-costi, il blocco delle altre opere pure. La speranza di Di Maio si chiama reddito di cittadinanza, che decollando ad aprile finirebbe per fornire una prima risposta concreta a qualche milione di famiglie. E, però, la crescita non c’è e non sembra che il governo si stia attrezzando per sostenerla in un qualche modo. Salvini lo ha capito e ha iniziato a smarcarsi anche in politica estera, sentendosi al telefono con Juan Guaido, l’auto-proclamatosi presidente del Venezuela, tendendo la mano alla Francia di Macron, polemizzando meno con i commissari europei, nonché evitando inutili isterismi su Bankitalia. Obiettivo? Confermarsi punto di riferimento di quell’ampio ceto medio e annesse rappresentanze, smarriti per la cultura sui generis di un movimento apparentemente insensibile alla richiesta di una scossa positiva per l’economia tramite investimenti e non spesa assistenziale.

L’M5S vorrebbe rinsaldare il consenso tornando alle origini, ma compiendo un errore grossolano di aritmetica: il 33% lo ha preso non con dissertazioni intellettuali sulla decrescita felice, bensì promettendo una svolta, ancorché ambigua, per l’economia e la politica italiana. La preclusione ideologica alle opere pubbliche non espanderà la base elettorale grillina, semmai aumenterà la delusione tra quella esistente, quando e se la crisi dovesse iniziare a mordere. La Lega non potrà assecondare più le ricette propinate da Di Maio e che cozzano con le leggi dell’economia, anche perché la sua base non firma assegni in bianco. Per questo, Salvini nega che il voto in Abruzzo e, più in generale lo spread crescente nei consensi con il collega allo Sviluppo, abbiano ripercussioni sul governo, volendosi mostrare fedele alla parola data e prendendo tempo, nella speranza che entro le elezioni europee Forza Italia collassi del tutto ed egli abbia così modo di tornare alle urne con un partito-coalizione capace di vincere senza appoggi “imbarazzanti”.

Pensare di durare ancora anche un solo anno esclusivamente in funzione anti-sistema appare inconcepibile. Già oggi, gli elettori dei due partiti della maggioranza convivono da separati in casa; non si amano, ma nemmeno si pestano i piedi tra di loro, avendo il comune denominatore della lotta al sistema. Un clima che si regge sull’inazione del governo e che ha superato le montagne russe della legge di Stabilità sull’obiettivo condiviso di portare a casa misure minime care ad entrambi, ossia quota 100 da un lato e reddito di cittadinanza dall’altro. Ma prima o poi dovranno compiersi delle scelte e se l’M5S puntasse a ringalluzzire il nucleo grillino più ideologizzato della prima ora, la risposta di Salvini non potrà che consistere nello staccare la spina all’esecutivo. Perché la decrescita non ha mai reso felice nessuno e anzi è stata la condizione primaria del successo dei grillini di questi anni, nel senso che gli italiani hanno cacciato quelli di prima per l’incompetenza mostrata nel ravvivare l’economia, non hanno di certo chiesto a Di Maio di proseguire sulla strada della recessione.

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