Monetizzazione del debito e prestiti diretti alle imprese, cosa significa la svolta delle banche centrali

Banche centrali in campo per sostenere le economie in piena emergenza Coronavirus. Gli interventi appaiono rivoluzionari e al contempo rischiosi per la stabilità finanziaria.

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Banche centrali in campo per sostenere le economie in piena emergenza Coronavirus. Gli interventi appaiono rivoluzionari e al contempo rischiosi per la stabilità finanziaria.

La Federal Reserve acquisterà assets senza più alcun limite. Lo ha deciso all’unanimità il board nel corso di una riunione straordinaria per contrastare le severe conseguenze economiche dell’emergenza Coronavirus. Solamente questa settimana, verranno acquistati Treasuries per 375 miliardi e bond garantiti da ipoteche (“mortgage-backed securities”) per altri 250 miliardi di dollari. In tutto, il ritmo quotidiano sale alla cifra stratosferica di 125 miliardi. Come se non bastasse, sta creando un canale di finanziamento diretto alle imprese di piccole e medie dimensioni, mentre già interverrà con il Primary Market Corporate Credit Facility per acquistare direttamente le obbligazioni emesse dalle società con rating elevati. Con il Secondary Market Corporate Credit Facility, invece, interverrà sul mercato secondario. Ed esistono ancora altri due programmi, di cui uno per l’acquisto di “commercial paper”, i titoli cambiari.

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La BCE non è stata da meno. Oltre ai 20 miliardi di euro mensili di “quantitative easing” già varati e attivati dal novembre scorso, ha reagito con un nuovo fondo da 120 miliardi da utilizzare entro l’anno e successivamente vi ha aggiunto 750 miliardi per irrobustire le iniezioni di liquidità di cui il mercato nell’Eurozona avrà bisogno nei prossimi mesi. E ci sono le aste T-Ltro, rese ancora più convenienti per erogare denaro alle banche e alle quali si aggiungono altre a più lungo termine, che si terranno in questi mesi. Infine, anche Francoforte interviene sul mercato dei “pagherò” per sostenere direttamente il credito alle imprese.

Spalmati questi interventi extra sui rimanenti 9 mesi dell’anno, abbiamo che il “super QE” della BCE sale a quasi 117 miliardi di euro al mese.

Tantissimi, se si considera che sotto Mario Draghi si fosse arrivati a un massimo di 80 miliardi. Eppure, abbiamo come la sensazione che non finirà. Se uno stato dell’unione monetaria richiedesse aiuti al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) – e l’Italia vorrebbe farlo, pur senza condizioni – scatterebbe in automatico l’attivazione dell’Outright Monetary Transactions (OMT), il famoso piano anti-spread varato nel 2012 da Draghi e sinora mai attuato. Con esso, la BCE potrebbe acquistare titoli di stato del paese richiedente in quantità illimitata.

La svolta delle banche centrali

Tutte queste misure stravolgeranno il ruolo delle banche centrali come lo avevamo conosciuto e molto più di quanto non fosse già accaduto nell’ultimo decennio. Gli istituti stanno scendendo in campo per finanziare direttamente e più o meno apertamente i governi, un passo che sinora è stato considerato (e giustamente) un tabù per via delle conseguenze nefaste che avrebbe sulla stabilità dei prezzi e finanziaria, in generale. Siamo alla monetizzazione dei debiti, persino quelli di natura privata. Lo stato fa deficit e le banca centrale compra le sue emissioni o direttamente alle aste o sul mercato secondario. E nell’Eurozona, il meccanismo si arricchisce della soluzione prospettata tramite il MES: il fondo emette debito a favore degli stati e la BCE se lo compra. Una partita di giro per mascherare il finanziamento diretto di Francoforte ai governi, pratica formalmente vietata dai Trattati.

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Saltano tutti gli schemi mentali sin qui seguiti. L’idea che il bilancio di uno stato debba essere ordinato per garantire un equilibrio finanziario intertemporale quasi diventa arcaica, così come l’idea molto popolare di “stampare moneta” per finanziare spesa pubblica senza tagliare altre voci di spesa e/o senza aumentare le entrate fiscali. Eppure, la storia ci ha sempre insegnato a più riprese che quando ciò accade, le economie vengono risucchiate nel vortice dell’iperinflazione. E’ accaduto alla Repubblica di Weimar nel 1923 e molto più di recente al Venezuela di Nicolas Maduro fino a pochi mesi fa.

Le banche centrali conoscono i rischi derivanti dall’abbandono dell’ortodossia monetaria, sono consapevoli che i prezzi potrebbero impennarsi e che i governi ne usciranno convinti che fare sacrifici per tenere i bilanci in equilibrio sia del tutto inutile. Eppure, siamo arrivati al “redde rationem”: o rivendicano fino in fondo la loro autonomia dalla sfera politica, pur a costo che diverse economie collassino nel breve periodo e che altre vadano in default, oppure si arrendono all’evidenza e corrono il rischio. Nell’Eurozona, mai avremmo immaginato fino a poche settimane fa che proprio l’austera Germania arrivasse non solo a sostenere il super QE di Christine Lagarde, ma a spendersi perché il MES eroghi aiuti all’Italia a condizioni blande, solo teoriche.

Finisce l’era della responsabilità

La sopravvivenza dell’euro è a rischio, perché se l’Italia si trova costretta a rinegoziare il suo debito, una volta che perdesse l’accesso ai mercati finanziari, la condizione essenziale per la sua permanenza nell’unione monetaria si sgretolerebbe. Dunque, il ricorso al MES servirebbe per sottrarre al bilancio statale italiano l’extra-deficit che quest’anno necessariamente si materializzerà per effetto delle misure necessarie a combattere la crisi da Coronavirus e il collasso delle entrate. Non è escluso che siano tanti i paesi che vi faranno ricorso, al fine di tenere formalmente “puliti” i rispettivi conti pubblici, nei fatti trasferendo i debiti al fondo sovranazionale. Se tutto questo porterà a una ripresa vigorosa dell’inflazione, tanto meglio per i governi, che si ritroveranno in pochi anni a smaltire il peso dei loro debiti, “sgonfiandoli” in rapporto al pil.

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Quanto sta accadendo cambierà la fisionomia non solo delle banche centrali, bensì degli stessi governi. Piaccia o meno, espressioni come “pareggio di bilancio”, “indipendenza delle banche centrali”, “responsabilità fiscale”, “coperture finanziarie”, “merito creditizio” e “stabilità dei prezzi” non rientreranno nel vocabolario della nuova fase che si aprirà sul piano politico subito dopo la fine dell’emergenza.

Stiamo compiendo un salto nel buio, con conseguenze che non riusciamo ancora del tutto a immaginare. E’ finita l’epoca della responsabilità, forse anche individuale, se è vero che da questa crisi ad uscirne beneficiati saranno anche le grandi imprese che riusciranno a farsi prestare denaro direttamente dalla BCE, saltando la fila in banca. Ma ricordiamoci: non esistono i pasti gratis. Mai. Il conto prima o poi arriverà e a pagarlo saranno con ogni probabilità i percettori di redditi fissi e i non occupati. Un bel tuffo negli anni Settanta/Ottanta.

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