Monetizzazione debito pubblico, ecco perché la richiesta di Tria alla BCE è sbagliata

Il ministro Tria chiede che la BCE monetizzi i debiti sovrani dell'Eurozona, finanziando direttamente i deficit per gli investimenti. Ha torto, salvo su un punto.

di , pubblicato il
Il ministro Tria chiede che la BCE monetizzi i debiti sovrani dell'Eurozona, finanziando direttamente i deficit per gli investimenti. Ha torto, salvo su un punto.

Intervenendo a un evento organizzato dalla Luiss, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha invitato a infrangere il tabù della monetizzazione del debito pubblico, sostenendo che la BCE potrebbe finanziare direttamente i deficit per realizzare investimenti, così da abbattere i costi di emissione e da lasciare alle future generazioni più strumenti a disposizione. Lo stesso Tria ha riconosciuto, però, che allo stato attuale ciò significherebbe rivedere lo statuto della BCE.

Ad ogni modo, ha spiegato, la questione degli interessi non può essere risolta solo su base nazionale, ma va affrontata a livello europeo. Infine, ha lamentato l’esistenza di un “sovranismo nordico”, che paralizzerebbe l’assetto decisionale in Europa.

Perché la ristrutturazione del debito tramite la BCE resta l’unica soluzione per l’Italia 

L’idea di monetizzare il debito pubblico nasce con i governi e ha sempre portato a esiti disastrosi. Vedasi la Repubblica di Weimar, quando nel 1923 incorse in una spaventosa iperinflazione, che incenerì l’economia tedesca. Senza voler andare lontano nel tempo, basti pensare al Venezuela di oggi di Nicolas Maduro o allo Zimbabwe di Robert Mugabe di 10 anni fa. Se la banca centrale si mette a finanziare direttamente il deficit fiscale, emette più moneta di quanta il mercato ne richiede e scatena l’esplosione dei prezzi. Fu per questo che nel 1981, quando l’inflazione in Italia galoppava al 20%, Banca d’Italia e Tesoro concordarono il famoso “divorzio”, per cui la prima non fu più costretta a coprire le aste eventualmente andate scoperte del secondo, se non nella misura massima del 14%.

Le parole di Tria sono sbagliate, perché segnalano, anche non volendolo, che l’Italia sarebbe alla ricerca disperata di escamotage per abbattere il suo rapporto debito/pil. Se i mercati cogliessero questa interpretazione, ci dovremmo aspettare una reazione molto negativa sui mercati, ossia il netto ulteriore rialzo dei rendimenti richiesti per acquistare i nostri BTp. Un anno fa, più o meno di questi giorni, non dimentichiamo che fu la pubblicazione di uno stralcio dell’intesa tra Movimento 5 Stelle e Lega ad avere fatto riesplodere lo spread.

Esso segnalava l’intenzione dei due partiti di richiedere alla BCE la cancellazione dei 250 miliardi di euro detenuti dall’istituto a seguito degli acquisti di bond realizzati con il “quantitative easing”.

Tria ha ragione solo su un punto

E’ stato un intervento sbagliato, anche perché non porterà a nulla, se non a indispettire ulteriormente i partner del nord, cristallizzando i loro pregiudizi verso la gestione fiscale “allegra” dell’Italia, nonché verso la nostra idea naif di politica monetaria. Il rischio è di depotenziare il governo di Roma nelle trattative affatto semplici per trovare il successore di Mario Draghi come governatore della BCE. Fatto salvo che all’Italia non spetterà la nomina, almeno dovremmo confidare nella capacità di co-decisione, vale a dire nella scelta del meno peggiore per i nostri interessi nazionali.

Il debito pubblico italiano terrorizza la Germania e alla BCE serve un Draghi dopo Draghi

Su un punto Tria ha detto una cosa giusta, benché l’ottusità del dibattito politico non gliene renderà merito: la questione della spesa per interessi non è nazionale, ma di tutta l’area. L’Italia paga oggi troppo i creditori per vendere loro il suo debito, pur essendo uno stato a rischio sostanzialmente nullo di default. Anzi, abbiamo speso fior di miliardi per salvare Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro e banche spagnole, salvo oggi vederci guardati dall’alto in basso da tutti, quando non abbiamo mai chiesto un euro ad alcuna istituzione sovranazionale e non avendo mai rischiato seriamente la perdita di accesso ai mercati finanziari.

Per non parlare del fatto che dal 1992 registriamo avanzi primari costanti, un caso unico nell’area. Dunque, l’austerità l’abbiamo fatta, ma non cresciamo e questo tiene alto il debito, sfiduciando i creditori sulla nostra capacità futura di onorare le scadenze e di rimanere nell’Eurozona. Indubbio che la carenza di riforme economiche realizzate abbia concorso a questa sfiducia, ma è innegabile che l’alta spesa per interessi abbia deteriorato i conti pubblici ben oltre il dovuto, alimentando una spirale recessiva dalla quale fatichiamo a uscire.

Una banca centrale ha il dovere di rassicurare sulla solvenza di uno stato; se la BCE non lo fa, è solo per l’opposizione della Bundesbank, che teme che il debito pubblico italiano venga prima o poi addossato ai restanti 18 partner dell’area. E’ vero il contrario: se la Germania non capisce che bisogna creare le condizioni, affinché l’Italia abbatta lo spread e paghi poco più di essa per rifinanziarsi sui mercati, sarà allora che dovrà scegliere tra default ordinato e a carico del fondo europeo permanente (ESM) o l’uscita del nostro Paese dall’euro.

[email protected] 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , ,