Moneta fiscale, cosa sono i “minibot” proposti da Borghi e quali rischi comportano

La moneta fiscale propugnata dal presidente Borghi, Commissione Bilancio alla Camera, presenta più rischi e dubbi che vantaggi reali. Vediamoli.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La moneta fiscale propugnata dal presidente Borghi, Commissione Bilancio alla Camera, presenta più rischi e dubbi che vantaggi reali. Vediamoli.

“Faremo come Draghi”. Questa frase è stata pronunciata una settimana fa dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in audizione alla Commissione Bilancio della Camera, rispondendo alle domande dei deputati delle opposizioni, che lo sollecitavano a esprimersi su cosa farebbe il governo nel caso in cui lo spread schizzasse a 400 o 500 punti. Un brivido lungo la schiena ha attraversato i più addentrati in materia economica, perché con quel “faremo come Draghi” verrebbe da pensare che l’Italia torni a stampare moneta, ossia usciremmo dall’euro. Ammesso che davvero il capo del Tesoro volesse dire questo – e vi abbiamo spiegato nel nostro articolo a commento sulla vicenda che molto probabilmente si sarà trattato di un malinteso – davvero il governo giallo-verde arriverebbe a coniare nuovamente le vecchie lire? Chi firmerebbe le emissioni di moneta, se il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, si rifiutasse di acconsentire al ritorno alla lira?

La fanta-economia di Borghi tra minibot e rottamazione del debito

In realtà, l’uscita dall’euro “sic et simpliciter” appare oggi uno scenario estremo pur in tempi di euro-scettici al governo. Invece, da mesi a spingere verso l’istituzione di una sorta di moneta parallela è l’economista della Lega, Claudio Borghi, che non forse a caso ricopre il ruolo di presidente della Commissione Bilancio alla Camera, quella in cui è stata pronunciata da Tria la frase ambigua, prestatasi a ricostruzioni probabilmente fantasiose.

Minibot come compensazione fiscale

Borghi propone da tempo il lancio dei “minibot”, quella cosiddetta moneta fiscale, che inietterebbe nell’immediato liquidità sul mercato senza tradursi in debito pubblico. Di cosa si tratta nello specifico? Lo stato è esposto verso le imprese per una sessantina di miliardi di debiti di natura commerciale. Il fenomeno è vecchio e negli ultimi anni si è aggravato, a causa delle ristrettezze dei bilanci pubblici. Cosa accade è noto: la Pubblica Amministrazione commissiona beni e servizi ed emette fattura mediamente dopo diversi mesi. In media, la Cgia di Mestre stima in 104 giorni la data del pagamento rispetto a quella in cui è avvenuta la consegna del bene o la prestazione del servizio. Secondo la UE, esso dovrebbe avvenire entro 30 giorni.

La stessa idea di compensare crediti con debiti non è mai decollata davvero sul piano pratico, a causa della farraginosità della procedura. Se vanto 10.000 euro verso il Comune di Busto Arsizio e al contempo devo versare allo stato 7.000 euro di Irpef, poiché il soggetto creditore (il Tesoro) e quello debitore (il Comune) divergono, la compensazione in sé non regge, perché di fatto priverei lo stato nazionale di 7.000 euro, che andrebbero decurtati dai trasferimenti in favore dell’ente di Busto Arsizio. In effetti, dopo anni di interventi legislativi in materia e di chiacchiere al vento, la mole dei crediti verso la P.A. è rimasta pressappoco intatta. E qui sovviene in aiuto l’idea di Borghi: lo stato paghi i suoi debiti emettendo Certificati di Credito Fiscale.

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Come funzionerebbero i minibot

Come funzionano? L’impresa riceve il certificato, nello specifico denominato “minibot” (un richiamo nemmeno mascherato ai titoli di stato), con cui pagare a sua volta i debiti verso il Fisco. In teoria, potrebbe usarli per pagamenti verso altri soggetti privati, ma non sussisterebbe alcun obbligo legale di accettarli, per cui questi certificati si distinguerebbero dalla moneta legale a corso forzoso. In pratica, nessuno in Italia può rifiutarsi di accettare euro come pagamento, mentre potrebbe farlo con i minibot.

Quali sarebbero i benefici dell’emissione di una moneta fiscale? In circolazione verrebbe iniettata liquidità immediata aggiuntiva con cui sostenere la domanda interna. Se anche nessun privato accettasse questi titoli come pagamenti, si tratterebbe di attendere la loro scadenza (2 anni?) per essere scambiati contro moneta sonante (euro) o anche prima verrebbero utilizzati per onorare la scadenze fiscali. Fungerebbero sostanzialmente da compensazione automatica, senza bisogno di lungaggini burocratiche e incertezze sui tempi. In più, quasi certamente le banche le sconterebbero come effetti ordinari, rilasciando al titolare pronta liquidità, decurtata della percentuale di sconto applicata, a sua volta dipendente dai tempi necessari per giungere alla scadenza e dal rischio percepito (in teoria, nullo) di insolvenza dello stato.

Verrebbe da chiedersi come mai non ci abbiamo pensato prima. Diverse ragioni inducono a frenare sull’ipotesi sostenuta non solo da euro-scettici tout court, ma persino dall’ex premier Silvio Berlusconi. In primis, la pratica sarebbe in contrasto con i Trattati istitutivi dell’euro, come la stessa BCE ebbe ad avvertire l’allora ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, quando questi intendeva così nel 2015 fronteggiare le scadenze per stipendi e pensioni. Vero, la moneta fiscale sarebbe effettivamente una non moneta, non essendo introdotta a corso forzoso, ma nei fatti si tratta di uno strumento di pagamento emesso dallo stato e che rappresenta per esso una passività. E qui sta l’aspetto più temuto dei minibot: senza adeguate coperture tempestive, lo stato rischia di ritrovarsi privo di entrate sufficienti, con conseguente aggravio sui conti pubblici.

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I rischi dai minibot

Facciamo un esempio: lo stato emette minibot per il controvalore nominale di 1 miliardo in favore delle imprese, annullando pari debiti commerciali nei loro confronti. Pur avendo scadenza biennale, supponiamo che 600 milioni vengano subito impiegati per compensare debiti di natura fiscale. Lo stato si ritroverebbe con un ammanco per le entrate, appunto, di 600 milioni. In sostanza, i minibot si tradurrebbero in deficit (temporaneo?). Se, invece, si obbligassero i possessori ad attendere la scadenza prima di effettuare qualsiasi compensazione, i benefici per l’economia si ridurrebbero decisamente, visto che la maggiore liquidità teorica svanirebbe. Quand’anche altri soggetti privati (banche incluse) li accettassero in pagamento, lo farebbero applicando un discreto sconto e se non vi fosse ragionevole certezza che lo stato adempirà al loro pagamento alla scadenza (si tratta di strumenti nuovi e formalmente non titoli di stato), la decurtazione rischierebbe di essere elevata e indice del grado di sfiducia verso il Tesoro.

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In più, bisognerebbe anche considerare un aspetto psicologico non secondario, ovvero i mercati finanziari percepirebbero l’emissione di minibot quale escamotage del governo per introdurre una moneta parallela, cioè per iniziare a sganciarsi dall’euro e tornare a battere conio sovrano. E nell’ipotesi meno drammatica, vedrebbero in questi strumenti un modo per aggirare i vincoli di bilancio, cioè per accrescere l’indebitamento. I fautori alla Borghi rassicurano che il problema delle risorse non si porrebbe, perché incrementando la domanda, lo stato si ritroverebbe con entrate maggiori e, quindi, la misura si auto-pagherebbe. Attenzione, perché queste sono le stesse argomentazioni di chi invoca l’aumento del deficit, sostenendo che stimolerebbe la crescita del pil, quindi, anche le entrate fiscali. In realtà, sappiamo che le emissioni di debito non si ripagano mai da sole, come dimostra la montagna gigantesca accumulata nei decenni.

Senza voler effettuare paragoni con economie fortunatamente lontane dalla nostra, di recente nello Zimbabwe il governo ha emesso cosiddetti “bond note”, titoli denominati in dollari USA nel rapporto di 1:1, per arginare la carenza di liquidità registratasi nello stato africano, da quasi un decennio privatosi di una moneta sovrana dopo il flagello dell’iperinflazione. Questi titoli, una volta che sono entrati in circolazione, hanno iniziato ad essere scambiati a sconto crescente tra i privati e persino dimezzati rispetto al loro valore nominale, segno della forte sfiducia di cui godono tra i cittadini. Il loro prezzo viene monitorato come si trattasse di un cambio al mercato nero per valutare il disallineamento rispetto al valore facciale. Non possiamo escludere che qualcosa di simile accadrebbe in Italia, dove i mercati reagirebbero a colpi di spread all’eventuale sconto crescente applicato ai minibot da parte delle banche, come a riflettere una sorta di default dello stato verso i suoi stessi cittadini. Insomma, non saranno gli escamotage a farci uscire dalla spirale del debito.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Italia