Modello Vietnam per Kim Jong-Un ad Hanoi per incontrare Trump, che promette il boom economico

Kim Jong-Un incontra oggi nel Vietnam il presidente americano Donald Trump per la seconda volta e proprio Hanoi funge da modello economico per la Corea del Nord.

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Kim Jong-Un incontra oggi nel Vietnam il presidente americano Donald Trump per la seconda volta e proprio Hanoi funge da modello economico per la Corea del Nord.

“Il Vietnam sta fiorendo come pochi posti al mondo. La Corea del Nord farebbe lo stesso, e molto velocemente, se denuclearizzasse. Il potenziale è straordinario, una grande opportunità, come quasi nessun altro nella storia per il mio amico Kim Jong-Un. Lo sapremo presto – Davvero interessante!” Con questo tweet, il presidente Donald Trump ha voluto segnalare al leader nordcoreano la disponibilità dell’America di andare incontro a Pyongyang sul piano economico, consentendo allo stato eremita di superare la sua proverbiale arretratezza, frutto dell’isolamento totale in cui vive dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La promessa del boom economico sarebbe lo zuccherino con cui la Casa Bianca intende allettare Kim Jong-Un a poche ore dal loro secondo incontro, che si tiene oggi ad Hanoi, la capitale del Vietnam.

Kim Jong-Un e Donald Trump, stretta di mano storica

Lo scorso giugno, dopo mesi di fortissime tensioni tra USA e Corea del Nord, i due leader s’incontrarono a Singapore e posero le basi per una normalizzazione dei rapporti bilaterali. Prima ancora, i presidenti delle due Coree si erano incontrati e da allora Kim Jong-Un si è recato più volte in Cina per rafforzarsi i suoi legami anche con Pechino, storico e unico suo vero alleato. Adesso, si tratta per l’America di passare al vero incasso, cioè di ottenere la firma della pace, che porrebbe formalmente fine alle tensioni nella penisola coreana, in cambio della denuclearizzazione di Pyongyang. Questo passo non sembra ancora scontato. Se da un lato la Corea del Nord ha cessato di potenziare il suo programma nucleare, rispettando i termini dell’accordo di un anno fa, dall’altro non sarebbe disposta a smantellare del tutto il suo arsenale, guardando a quest’ultimo come una polizza di assicurazione contro possibili incursioni straniere ai danni della dinastia dei Kim.

Secondo Morgan Stanley, se la pace fosse davvero firmata oggi, la Corea del Nord riuscirebbe ad attirare fino a 9 miliardi di dollari all’anno di capitali stranieri e genererebbe 2 miliardi in più di consumi.

Sembrano numeri insignificanti, ma tenete conto che lo stato da 25 milioni di abitanti avrebbe ancora un pil sui 32 miliardi di dollari, stando alla Banca di Corea. Il pil pro-capite resta nei pressi dei 1.200 dollari, sostanzialmente uguale a quello degli anni Ottanta. Il giovane leader, che ha ereditato il potere dal padre scomparso improvvisamente a fine 2011, vorrebbe migliorare proprio le condizioni economiche dei nordcoreani, ma teme al contempo la destabilizzazione del suo potere, anche perché all’estero non gode del sostegno praticamente di nessuna potenza, con la stessa Cina tra l’imbarazzata e l’infastidita per le prove muscolari militari esibite negli anni da Pyongyang.

Il modello Vietnam per la Corea del Nord

Il terzo Kim della dinastia comunista sta da tempo tollerando una maggiore libertà imprenditoriale, pur solo informalmente. Piccoli negozi sorgono da anni nella capitale, ma trattasi di una realtà eccezionale nel panorama desolante a cui si assisterebbe nel resto del paese. Il modello economico a cui ambirebbe il leader sarebbe proprio quello vietnamita, caratterizzato da riforme graduali da un lato e mantenimento del sistema comunista monopartitico dall’altro. A differenza di Pyongyang, però, Hanoi ha una leadership molto meno monocratica.

Il Vietnam era una sorta di Corea del Nord di oggi negli anni Ottanta. Nemico degli USA nella rovinosa guerra tra gli anni Sessanta e Settanta, costata la vita a 3 milioni di vietnamiti e 58.000 soldati americani, dopo l’occupazione della Cambogia del 1978 aveva subito le sanzioni internazionali e si trovava tagliata fuori dal mercato dei capitali, oltre che semi-isolata politicamente. Nel 1986, il paese asiatico abbraccia le riforme di mercato con gradualità, che prendono il nome di “doi moi” nella lingua locale. Tuttavia, il vero cambio di passo arriva a metà degli anni Novanta, quando formalmente Hanoi cessa le ostilità con l’America e normalizza i rapporti. Allora, le relazioni commerciali erano sostanzialmente infime tra i due paesi, pari a poco più di 450 milioni di dollari. Nel 2017, risultavano schizzate a 54 miliardi.

Kim Jong-Un smantella i siti nucleari e l’economia in Corea del Nord si riprende

Nel dettaglio, il Vietnam ha esportato merci quell’anno verso gli USA per 45,4 miliardi, esibendo un surplus commerciale con la prima economia mondiale di ben 36,55 miliardi, a fronte di un avanzo complessivo di appena 3 miliardi, segno che il mercato americano sia diventato di importanza primaria per le sue imprese domestiche.

Negli ultimi 12 mesi, il surplus risulta raddoppiato a 6,2 miliardi, circa il 2,5% del pil. L’America vale ormai tra un quinto e un quarto delle intere esportazioni vietnamite, le quali incidono per circa il 90% del pil. In sostanza, il Vietnam è diventata un’economia di frontiera “export led” e dal 1995 ha potuto così decuplicare il pil pro-capite, pur restando questo ancora molto basso, a circa 2.500 dollari. E sul piano politico, gode di ottimi rapporti sia con gli USA che con la Cina, un fatto che attira l’attenzione di Kim Jong-Un, il quale sfrutterebbe volentieri i due canali diplomatici per portare il paese fuori dalle secche dell’arretratezza.

Il dilemma di Kim sul boom

Gli USA oggi con Trump offriranno con ogni probabilità la fine delle sanzioni, in cambio dello smantellamento nucleare. La Corea del Nord commercia sostanzialmente solo con la Cina, ma disporrebbe di un potenziale immenso, tenuto conto solo delle materie prime, tra cui le terre rare, le cui riserve varrebbero complessivamente sui 6.000 miliardi di dollari, circa 200 volte il pil attuale. Se solo fosse capace di esportare tali risorse, il boom di cui parla Trump in maniera interessata sarebbe tutt’altro che immaginario. E, però, man mano che dovesse nascere e svilupparsi una classe media interna, il rischio che milioni di cittadini inizino a reclamare diritti e un “regime change” sarebbe altissimo. Si consideri, ad esempio, che ancora la rete internet nordcoreana non è collegata a quella mondiale, essendo impedito l’accesso ai siti esteri per tenere sotto controllo l’informazione. Anzi, si rischia la vita anche solo guardando clandestinamente in casa un film straniero, specie se hollywoodiano. Può reggere un simile sistema all’eventuale boom? Per essere più franchi, può aversi mai un boom con il mantenimento di un tale isolamento dal contesto internazionale?

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A queste domande cerca di rispondere Kim, che spera di ottenere da Trump per intanto la fine dell’embargo, potendo tornare ad esportare carbone verso la Cina e a importare petrolio.

Se affluissero investimenti esteri, magari inizialmente solo sudcoreani e cinesi, l’impatto sarebbe già forte per un’economia dalle dimensioni così piccole e lo scenario migliore sarebbe proprio quello di una vietnamizzazione graduale, con multinazionali americane a delocalizzare qui parte della loro produzione, senza che ciò destabilizzi il potere nelle mani del regime, visto che questo avrebbe nel frattempo instaurato buoni rapporti anche con l’America. Una scommessa che non sembra avere alternative, se non la permanenza di 25 milioni di abitanti in un mix di miseria e mentalità imbarbarita da decenni di propaganda quotidiana, martellante e che non ha mai ammesso il minimo dubbio.

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