Modello Trump per l’Italia in eterna crisi: ecco cosa ci serve per uscire dalla stagnazione secolare

L'economia italiana è in recessione, ma ieri sono arrivati due segnali timidamente incoraggianti. Ecco cosa serve per non sprecarli.

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L'economia italiana è in recessione, ma ieri sono arrivati due segnali timidamente incoraggianti. Ecco cosa serve per non sprecarli.

Due piccoli segnali inaspettatamente positivi per l’economia italiana sono arrivati ieri. Il primo dall’Istat, che ha rivisto al rialzo il pil nell’ultimo trimestre del 2018, confermando la recessione tecnica, ma con una contrazione congiunturale dello 0,1%, anziché dello 0,2% inizialmente stimato. E l’indice Pmi dei servizi a febbraio è risalito sopra la soglia dei 50 punti, segnalando il ritorno timido all’espansione con 50,4 punti, dai 49,7 di gennaio. Il quadro clinico resta, insomma, negativo, ma un po’ meno grave di quanto avessimo ipotizzato. Per il governo Conte, una piccola speranza che non proprio tutto sarebbe stato perduto per quest’anno. Certo, appare quasi impossibile che l’economia cresca dello 0,9% previsto dall’esecutivo, ma almeno si potrebbe ancora impedire che rasenti lo zero.

Taglio delle tasse: prima aliquota Irpef al 20%?

Quali carte giocarsi per tendere all’obiettivo? Reddito di cittadinanza e quota 100 decolleranno finalmente dal prossimo mese, ma non contribuiranno, se non marginalmente, alla ripresa del pil. I consumi delle famiglie sono trainati dalle aspettative, oltre che dai redditi in sé, per cui serve agire per ripristinare un minimo di fiducia tra lavoratori e imprese. E l’assistenza, se da un lato allevia le sofferenze dei ceti più deboli, dall’altro non spinge all’ottimismo tra chi deve programmare i consumi e gli investimenti. Anzi, se fosse percepita quale unico strumento utilizzato dal governo per contrastare la crisi, finirebbe per condurre alla rassegnazione.

Modello Trump su tasse e deregulation

In economia, chi fa meglio funge da “benchmark” per tutti gli altri. E’ così per le imprese, per i titoli finanziari e persino per gli stati. In questa fase, l’unica economia ricca ad andare bene e persino meglio delle attese è quella americana.

Nel quarto trimestre dello scorso anno, risulterebbe cresciuta del 2,6% tendenziale, mentre nell’intero 2018 del 2,9%. Un altro calcolo punta al 3,1%. Ad ogni modo, parliamo di percentuali nettamente superiori a quelle di economie come Germania, Francia, Giappone, per non parlare dell’Italia. E non è un caso che l’accelerazione sia avvenuta proprio in America, quando nel resto del mondo avanzato si è verificato l’opposto. Lo scorso anno, l’amministrazione Trump ha tagliato le tasse per 1.400 miliardi di dollari. La “corporate tax” è stata abbattuta dal 35% al 21%, così come anche la tassazione sui redditi delle persone fisiche è stata ridotta.

Contrariamente ai soloni, che paventano il rischio di un buco nell’acqua, i consumi delle famiglie sono aumentati e incidendo per oltre i due terzi del pil USA, si sono rivelati determinanti per sostenere la crescita. Ma non è stata solo la politica fiscale ad avere agito positivamente. Crea imbarazzo in Europa il fatto che avrebbe sortito effetti benefici sull’economia anche la “deregulation” finanziaria e non. In pratica, l’amministrazione Trump ha tagliato 20 norme federali per ognuna nuova introdotta. E così, ha abbattuto la legislazione che grava su banche, finanza e imprese, in controtendenza rispetto all’era Obama, quando la Casa Bianca aveva approfittato della rabbia popolare contro i disastri combinati da Wall Street per stringere le maglie della regolamentazione, appesantendola in maniera impressionante e con norme minuziose, limitative della libertà d’impresa.

Il taglio delle tasse di Trump offre diversi spunti anche per l’Italia

La deregulation, se ha fatto bene in America, in Italia farebbe qualche miracolo. Siamo oberati da una burocrazia come raramente si vede in un altro stato occidentale, facendo restare alla finestra gli investimenti e alimentando semmai il sommerso, privando di risorse lo stato e accrescendo il peso della tassazione sull’economia formale. Taglio delle tasse e delle leggi sarebbe un mix letale contro la crisi. C’è un problema: se l’abbattimento della burocrazia è una misura a costo zero, quello della pressione fiscale costa.

Se dovessimo abbassarla ai livelli medi dell’area OCSE, ci servirebbero 140 miliardi, l’8% del pil. Nessuno pretende realisticamente che si possa fare così tanto e in poco tempo. Tuttavia, se solo volessimo portarci alla media europea del 39%, dovremmo reperire sui 60 miliardi.

Il nodo delle risorse

A differenza dell’America, non potremmo permetterci di tagliare le tasse in deficit. L’Italia non possiede una moneta di riserva mondiale che limita i tassi d’interesse e consente a cittadini e imprese di vivere anche sopra le proprie possibilità, sovraindebitandosi. Il taglio delle tasse da noi potrà avvenire solo riducendo la spesa pubblica. E sono dolori al solo pensiero per qualsiasi governo, pseudo-austero o “populista” che si definisca. Cosa tagliare? Le pensioni hanno già dato e il loro peso elevato sul pil riflette perlopiù scelte scellerate del passato, degli anni in cui “i politici rubavano, ma erano gente seria”; la sanità pubblica obiettivamente assorbe minori risorse che altrove e gli sprechi che pure vi sono in essa dovrebbero essere eliminati per migliorare la qualità del servizio; il capitolo dedicato alla scuola è ridotto all’osso, mentre gli stessi 3 milioni di dipendenti pubblici, per quanto eccessivi, in rapporto alla popolazione non si mostrano affatto un’anomalia italiana. Basta leggeri i numeri del resto d’Europa e persino degli USA.

Dunque, cosa tagliare? L’unica voce di spesa, pensioni a parte, davvero anomala è quella legata al pagamento degli interessi sul debito pubblico, conseguenza sia dell’alto livello di quest’ultimo rispetto al pil, sia della scarsa fiducia che i nostri conti pubblici riscuotono sul mercato. Se pagassimo la stessa percentuale della Francia, ad esempio, ricaveremmo almeno 1,5 punti di pil da destinare a capitoli più produttivi, come gli investimenti pubblici, o al taglio delle tasse o semplicemente al risanamento fiscale. In ogni caso, smuoveremmo in positivo l’economia italiana. E, però, la fiducia non la si acquista al supermercato o a colpi di leggi e decreti.

E’ un bene che si guadagna con i decenni, difficile da conquistare e facile da perdere. Noi lo abbiamo perso con lo scoppio della crisi nel 2008 e lo avevamo faticosamente acciuffato con l’ingresso nell’euro.

La difficoltà nello scovare singoli capitoli pesanti su cui incidere per recuperare risorse da destinare al taglio delle tasse non significa, però, che sia un’operazione impossibile. Trovare 60 miliardi nell’arco di una legislatura su quasi 800 miliardi di spesa pubblica, al netto degli interessi, è più che possibile, seppure politicamente gravoso. Significherebbe fare le pulci a tutta la macchina della Pubblica Amministrazione, tagliando i rami secchi e centellinando ogni euro. Si dovrebbe sacrificare anche l’assistenza, che così com’è congegnata in Italia si rivela costosa e persino spesso inutile, visto che finisce per beneficiare pochi e poco bisognosi. Ma tra l’abbassamento delle aliquote fiscali e l’abbattimento della burocrazia, il sommerso salirebbe poco a poco a galla e incrementerebbe le entrate, favorendo un’accelerazione del taglio delle tasse, innescando un circolo virtuoso tra consumi, produzione e investimenti in crescita da un lato e aumento del gettito dall’altro. Il difficile è partire, tant’è che ne parliamo a vanvera da 25 anni. Il suo più strenuo sostenitore, un tale Silvio Berlusconi, si è limitato per decenni ad argomentarne in maniera convincente nei salotti televisivi con tanto di contratti firmati con gli italiani e grafici, salvo farne carta straccia, una volta fatto rientro a Palazzo Chigi.

La recessione in Italia c’è già, serve solo il taglio delle tasse. Ma Di Maio imita il “Renzusconi”

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