Sistema tedesco benefico per l’economia italiana?

La riforma della legge elettorale sul modello tedesco potrà finalmente invertire la rotta della decadenza politica italiana, riportando in auge partiti con idee e programmi, in modo da affrontare i nodi dell'economia italiana?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La riforma della legge elettorale sul modello tedesco potrà finalmente invertire la rotta della decadenza politica italiana, riportando in auge partiti con idee e programmi, in modo da affrontare i nodi dell'economia italiana?

Tra PD, Forza Italia e Movimento 5 Stelle l’accordo sulla riforma della legge elettorale sul modello tedesco sarebbe vicino: proporzionale con sbarramento al 5% e nomi dei candidati sulla scheda. E’ stato ribattezzato il “tedeschellum”, che dovrebbe finalmente ridare all’Italia un sistema di voto non distorsivo del consenso e non legato alla contingenza. Per quanto criticabile possa essere la riforma, essa si presta a diversi giudizi positivi. In primis, dopo la triste stagione del Porcellum, avremmo una legge elettorale che trasformerebbe i voti ottenuti dalle liste in seggi con la maggiore corrispondenza possibile, evitando che partiti con appena un quarto dei consensi, come nel 2013, conquistino la maggioranza dei seggi in Parlamento, attraverso un premio squilibrato e giustamente definito incostituzionale dalla Consulta.

Lo sbarramento del 5%, per quanto doloroso possa essere per i partiti minori, evita l’eccessiva frammentazione dell’offerta politica e che siano rappresentate in Parlamento formazioni poco rappresentative. D’altronde, al Bundestag è dal 1949 che chi ottiene il 4,99% non ottiene nemmeno un deputato. (Leggi anche: Riforma elettorale, come funziona il modello tedesco: prime proiezioni)

Sarà la fine delle coalizioni-ammucchiate

Si dirà che così finiranno le coalizioni. E beh, verrebbe da rispondere. Più di un ventennio di accozzaglie politiche da una parte e dall’altra hanno esitato non un sistema politico semplificato, bensì confuso. In nessun paese al mondo due o più partiti si presentano uniti prima del voto, perché semplicemente non ha senso: se due stanno insieme, si fondo in un’unica lista, ma l’idea di correre sempre insieme restando con liste separate è tipica della stagione poco virtuosa del falso bipolarismo all’italiana.

Una legge elettorale è buona, se presenta due caratteristiche: consente di rappresentare le istanze degli elettori; consente una gestione efficiente delle istituzioni rappresentative. Quest’ultimo aspetto può essere carpito solo con la pratica e negli anni, quando sarà possibile verificare se il modello tedesco, sempre che verrà applicato mai davvero in Italia, darà origine finalmente a una certa governabilità. (Leggi anche: Mattarella si appella ai partiti, che vogliono fregare gli italiani)

Modello tedesco farà bene all’economia italiana?

A sua volta, la stabilità non è un bene in sé, ma funzionale a rispondere alle attese dei cittadini. L’Italia ha un’urgenza drammatica di far tornare a crescere la propria economia, in modo da creare nuova occupazione, specie tra le giovani generazioni, un aumento del benessere delle famiglie e da sfoltire il peso dell’immenso debito pubblico. (Leggi anche: Elezioni anticipate? Prima serve una legge elettorale o sarà caos)

Per giungere a tali obiettivi, serve una riformulazione dell’offerta politica, basata più sui contenuti e un po’ meno sulle leadership eccentriche e spesso rivelatesi scatole vuote, oltre che fonte di contrapposizione a prescindere, come accaduto negli anni del berlusconismo, quando alcune delle riforme economiche oggi da tutti invocati furono avversate dalla stragrande maggioranza delle opposizioni e dal sindacato di allora per il solo fatto che a volerle varare fosse un tale Silvio Berlusconi.

Modello tedesco risalta i programmi

Come non ricordare la riforma delle pensioni nel 1994, quella del lavoro nel 2003 e ancora lo “scalone” per le pensioni di anzianità del 2004 e mai entrato in vigore, così come il tentativo mai decollato di tagliare sia la spesa pubblica che le tasse. Potrà una legge proporzionale alla tedesca spingere le istituzioni italiane a concentrarsi più sui temi e meno sui personalismi? Impossibile dirlo a priori. Come dicono gli inglesi, la prova che un budino sia buona sta nel mangiarlo. Possiamo supporre, però, cosa accadrebbe con partiti meno leaderistici e più programmatici: riduzione della frammentazione e maggiore risalto delle proposte.

La tanto vituperata Prima Repubblica con il proporzionale puro presentava un’offerta politica meno variegata di quella di oggi, seppure più nitida: DC, PCI e PSI si dividevano il grosso della torta dei consensi, mentre PRI, PLI, PSDI e MSI le percentuali minori. Sarà un caso, ma quando il calo dei consensi per la DC rese necessario il pentapartito per governare, il debito pubblico esplose e la qualità della gestione dell’economia precipitò, lasciandoci in eredità un paese sull’orlo del default e mai ripresosi del tutto da allora.

Con la Seconda Repubblica esploso il trasformismo

Forse sarebbe bastato uno sbarramento minimo per impedire che negli anni Ottanta i governi fossero sostenuti da maggioranze sempre meno eterogenee. La certezza è che il maggioritario all’italiana non ha sortito i risultati sperati, moltiplicando, anziché ridurre, il numero delle liste e facendo esplodere un fenomeno pressoché ignoto nei decenni precedenti, ovvero quello del trasformismo, la transumanza di truppe di parlamentari da uno schieramento all’altro, nonché il potere di veto e di ricatto dei partiti marginali di ogni maggioranza, i cosiddetti “cespugli”.

Pensare che basti una legge elettorale per eliminare alcuni mali storici dell’Italia è da ottimisti, ma ambire a una razionalizzazione dell’offerta politica e a un miglioramento qualitativo del dibattito parlamentare non è velleitario. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nella sua relazione finale oggi ha invitato la politica a uno “sforzo eccezionale” per abbattere il debito pubblico e realizzare le riforme. Un appello ormai quasi stancante, se si considera che ne parliamo senza alcuno sbocco concreto da almeno venti anni. (Leggi anche: Paura sui mercati torna sul rischio Italia)

Può essere (anzi, così è) che PD e Forza Italia si siano votati al modello tedesco per pura convenienza, ovvero per limitare i danni di una sconfitta altrimenti molto probabile e governare insieme dal giorno dopo del voto. Nel breve termine, il modello tedesco potrebbe non esitare alcun reale beneficio, in termini di durata e solidità dei governi e della qualità del dibattito. Ma le leggi elettorali non devono essere mai adottate o respinte sulla base della contingenza. Ciò che manca in Italia sono partiti rispondenti a ideologie (proprio così) e piattaforme programmatiche chiare, come accade nel resto d’Europa, per quanto la confusione abbia ormai attecchito quasi ovunque in un’era di cambiamenti epocali come l’attuale. Se il modello tedesco ci servirà a restituirceli lo vedremo. Per adesso, siamo certi dell’inadeguatezza dell’offerta presente.

 

 

 

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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