Il mistero della “goldilocks” americana ce lo svela il mese di febbraio

Ottime notizie dall'economia americana e prospettive interessanti sui tassi dai dati di febbraio. Ecco il possibile impatto sui mercati.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Ottime notizie dall'economia americana e prospettive interessanti sui tassi dai dati di febbraio. Ecco il possibile impatto sui mercati.

Numeri robusti sono arrivati dal mercato del lavoro americano, con 313.000 posti creati a febbraio, nettamente al di sopra delle attese medie di 205.000. Il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 4,1%, mentre la crescita dei salari orari è stata dello 0,1% su base mensile e del 2,6% in 12 mesi, in decelerazione dal +2,8% di gennaio, dato anch’esso rivisto al ribasso dal +2,9% della lettura preliminare. Gli analisti si aspettavano un aumento del 2,8%. Si è trattato delle migliori cifre possibili per i mercati, in quanto hanno segnalato sia un continuo miglioramento dell’economia americana, il cui stato di salute resterebbe ottimale, sia l’assenza di una spirale inflazionistica per effetto dell’ormai piena occupazione.

Un mese fa, turbolenze finanziarie erano esplose con la pubblicazione da parte del Dipartimento del Lavoro di Washington del dato sui salari orari, risultati in crescita del 2,9% annuo, il ritmo più veloce da 8 anni e mezzo, ovvero dall’uscita dalla recessione dell’economia americana. Si è temuto una brusca accelerazione dell’inflazione, con conseguente necessità per la Federal Reserve di alzare i tassi negli USA più velocemente delle attese. Sui Treasuries fu “sell-off” e i rendimenti decennali sono saliti così ai massimi da 4 anni, sfondando la soglia del 2,9%, a cui venerdì scorso si erano riportati sulla scorte dei numeri molto positivi sul mercato del lavoro domestico.

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Cosa significano i dati di febbraio

Si consideri che i nuovi occupati di febbraio sono risultati in maggiore crescita rispetto al mese precedente dall’ottobre 2015, ovvero da quasi 2 anni e mezzo. Come mai, pur con questa solidità del mercato del lavoro, i salari negli USA tendono a crescere ancora relativamente poco rispetto all’era pre-crisi? La risposta ce la fornirebbero altri due dati: il tasso di partecipazione al lavoro è salito dal 62,7% al 63%, ai massimi dal settembre scorso e il maggiore incremento mensile dal 2010, mentre le ore lavorate mediamente sono cresciute a 34,5 da 34,4 a settimana, con il dato di gennaio rivisto in aumento dalle 34,3 ore inizialmente stimate e che avevano sostenuto proprio le stime sulla crescita dei salari orari.

In pratica, se è vero che 313.000 americani in più hanno lavorato il mese scorso, la partecipazione al lavoro è salita di 785.000 unità. In altre parole, sempre più americani stanno entrando nel mondo del lavoro, per cui in tanti lo cercano sull’onda dell’ottimismo per le ottime condizioni macroeconomiche, a differenza che in passato, con la conseguenza di tenere bassi i salari orari, i quali crescono a ritmi moderati, data la disponibilità segnalata alle imprese di manodopera di riserva. Ciò spiega la stabilità del tasso di disoccupazione, anche a fronte di una crescita degli occupati. E grazie alla crescita costante della produzione, anche le ore mediamente lavorate stanno aumentando tendenzialmente, accrescendo l’offerta di lavoro, che contempera così gli effetti del crollo del tasso di disoccupazione.

Per i mercati, dicevamo, si tratta di una buona notizia. Più occupati dovrebbero sostenere i consumi interni e le importazioni, ovvero l’economia americana e mondiale allo stesso tempo. E salari in crescita di poco non finirebbero per impattare sull’inflazione, consentendo alla Fed di alzare i tassi con tutta calma, nonché alle imprese di godere di un costo del lavoro sotto controllo (e profitti elevati) e di interessi bassi sugli investimenti da sostenere e sui debiti già contratti. E lo stesso valore attuale delle azioni non potrà che beneficiare di tassi attesi bassi anche nel prossimo futuro.

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Niente reflazione ancora per anni?

Quanto a dollaro e bond, i dati di febbraio sugli occupati negli USA potrebbero portare a conseguenze apparentemente paradossali. Abbiamo spiegato nelle scorse settimane come l’indebolimento del cambio americano sarebbe riconducibile proprio alla fuga dei capitali dai Treasuries sulle attese di reflazione, i quali avrebbero preso la via dell’estero. Seguendo questo ragionamento, gli investitori avrebbero minori timori oggi di un surriscaldamento dei prezzi presso la principale economia mondiale e, pertanto, potrebbero tornare ad acquistare titoli del debito USA, sostenendo il dollaro. Il paradosso sta nel fatto che questo scenario di fonderebbe sull’attesa di tassi più bassi e su rendimenti americani anch’essi calanti, che dovrebbero teoricamente deprezzare e non rafforzare il cambio. Ma in tempi di “goldilocks”, bisogna fare i conti con i timori del mercato per i contraccolpi sui bond, in particolare, derivanti dalla reflazione.

Ad oggi, l’America continua a vivere con la moglie ubriaca e la botte piena. Fino a quando durerà? Si consideri che il tasso di occupazione negli USA è salito a febbraio solo al 60,4%, circa il 2,5-3% più basso del periodo pre-crisi e restando ai livelli di una trentina di anni fa. Se gli occupati aumentassero al ritmo di circa 250.000 al mese, servirebbero altri 2 anni per giungere ai tassi di oltre un decennio or sono e confidando che l’inflazione iniziasse ad accelerare con decisione solo da allora, l’amministrazione Trump potrebbe arrivare al termine del mandato senza subire pressioni significative sul fronte dei tassi. Chiaramente, potrebbe accadere l’esatto opposto, ovvero che l’economia americana rallenti e cessi di creare occupazione. In quel caso, l’inflazione e i tassi rimarrebbero certamente bassi, ma per la ragione sbagliata.

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Argomenti: Economia USA, Fed, Presidenza Trump, super-dollaro, tassi USA