Miracolo tedesco al voto: come parte della Germania ripudia sé stessa e perde

Da malato a modello d'Europa. Così la Germania della cancelliera Merkel, che avanza verso le elezioni orgogliosa del lavoro svolto. Eppure, lo ha realizzato insieme alla sinistra, che se ne vergogna.

di , pubblicato il
Da malato a modello d'Europa. Così la Germania della cancelliera Merkel, che avanza verso le elezioni orgogliosa del lavoro svolto. Eppure, lo ha realizzato insieme alla sinistra, che se ne vergogna.

Mancano 6 giorni alle elezioni federali in Germania e forse poche volte come per questa si è saputo con quasi assoluta certezza il nome del vincitore. Salvo cataclismi da qui a domenica, la cancelliera Angela Merkel otterrà il suo quarto mandato, entrando nella storia della politica tedesca e dell’intero pianeta, confermandosi tra i leaders più longevi. Merito di quello che definiremmo il miracolo tedesco, realizzatosi nel corso dell’ultimo decennio sotto gli occhi del mondo. Quando Frau Merkel assunse per la prima volta la guida del governo nel 2005, la Germania veniva definita “il malato d’Europa”. Il suo tasso di disoccupazione era sopra l’11%, i suoi conti pubblici non riuscivano più a centrare i parametri del patto di Stabilità, tanto che nel 2003 l’allora cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder chiese e ottenne dalla UE di potere sforare temporaneamente il tetto massimo del deficit, fissato al 3% del pil.

Lo fece dietro la promessa di attuare riforme economiche. Cosa che fece con la famosa legge Hartz IV, dal nome del presidente della Commissione Lavoro del Bundestag, che tagliò i sussidi per i disoccupati e ne rese più stringenti i criteri per accedervi, spostando l’attenzione sulla necessità di lavorare per vivere e rifuggendo da decenni di assistenzialismo piuttosto generoso. (Leggi anche: Economia tedesca in gran forma, ecco come la lascia Frau Merkel)

Da malato a modello d’Europa

Frau Merkel ereditò la riforma fresca fresca e chiaramente la mantenne. Hartz IV costò il posto a Schroeder, che dovette affrontare una rivolta della base socialdemocratica, perdendo le elezioni persino nella roccaforte del Nordreno-Vestfalia. Eppure, da allora l’economia tedesca venne rilanciata e da malata è diventata oggi modello per tutti i governi del mondo.

La disoccupazione in Germania è crollata sotto al 4%, ai minimi dalla riunificazione del 1990, mentre da allora ha accumulato avanzi commerciali per ben quasi 2.100 miliardi di euro verso il resto del mondo. Considerando che nello stesso periodo, il pil tedesco risulti cresciuto di meno di 900 miliardi, troviamo che la locomotiva d’Europa avrebbe ripreso la propria corsa, trainata dalle esportazioni. E dal 2014, il governo di Berlino è l’unico a registrare avanzi di bilancio, quando il resto del continente non sa come tagliare i propri deficit fiscali.

Anziché rivendicare tale miracolo, la sinistra tedesca ne ha preso le distanze. Eppure, eccettuati i quattro anni dal 2009 al 2013, i socialdemocratici della SPD governano a Berlino ininterrottamente dal 1998, prima con un proprio cancelliere e alleati dei Verdi fino al 2005 e successivamente come partner minori dei conservatori della Merkel. Non si sa per quale strano meccanismo politico, chi sia stato al governo per 15 degli ultimi 19 anni abbia come Leitmotiv delle sue campagne elettorali la proposizione di un modello economico quasi alternativo a quello attuale.

Da qui, la crisi della sinistra tedesca, che non accetta di essere riuscita da sola e in compagnia degli avversari a rilanciare l’economia in Germania su una piattaforma liberale. L’ombra di Schroeder viene ancora oggi percepita come un macigno dai socialdemocratici, che non hanno trovato di meglio in queste ultime settimane che attaccarlo per avere accettato un posto nel cda di Rosneft, il colosso energetico russo. Eppure, egli è stato l’unico cancelliere di sinistra in Germania dal 1981 ad oggi. (Leggi anche: Frau Merkel può sorridere, mentre sinistra sprofonda)

Probabile ennesima Grosse Koalition

Da cosa derivi la “vergogna” della sinistra tedesca, che oltre un decennio fa subiva, addirittura, una scissione ad opera dell’ex segretario Oskar Lafontaine, il quale creava una formazione più marcatamente identitaria – Die Linke – lo si capisce dall’espressione “Mini-Jobs”, utilizzata dai detrattori per dipingere lo stato dell’occupazione in Germania. Miracolo sì, sostengono in molti analisti e politici in patria e all’estero, ma al costo di avere precarizzato il lavoro, consentendo forme di assunzione prima sconosciute in Germania, come lavori part-time e mal retribuiti.

Sarà, ma oggi la prima economia europea è in piena occupazione e i suoi abitanti godono di standard di vita invidiabili in gran parte del Vecchio Continente. Se si considera, poi, l’accresciuta leadership di Berlino nel contesto mondiale, davvero non si comprende la ragione per la quale chi ha co-governato con la cancelliera in 8 degli ultimi 12 anni, ne prenda le distanze sul piano culturale, come si trattasse di un’onta per la propria storia.

La Grosse Koalition, invece, resta lo scenario più probabile anche dopo il voto, in forza dei numeri, che assegnano sì all’SPD la percentuale più bassa di consenso dal 1949, ma i suoi voti sarebbero essenziali per consentire a Frau Merkel di avere una maggioranza al Bundestag. Lo scenario più gradito ai mercati, ma un po’ meno probabile, sarebbe un’alleanza con i liberali della FDP, formazione prettamente pro-mercato, ma i cui seggi non sarebbero sufficienti, se sommati a quelli della CDU-CSU, per raggiungere la maggioranza assoluta. (Leggi anche: Germania vuole evitare la Jamaica, ma rischia crisi istituzionale)

 

Argomenti: , , , ,