Il Messico se la prende con Trump, ma il NAFTA non gli ha portato bene

L'economia messicana non ha compiuti reali passi in avanti sotto il NAFTA, l'accordo commerciale che ora il presidente Trump sta rinegoziando. Ecco le cifre che smentiscono l'entusiasmo.

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L'economia messicana non ha compiuti reali passi in avanti sotto il NAFTA, l'accordo commerciale che ora il presidente Trump sta rinegoziando. Ecco le cifre che smentiscono l'entusiasmo.

Se c’è un uomo odiato nel Messico, questo si chiama Donald Trump, non fosse altro perché l’attuale presidente americano ha impostato un’intera campagna elettorale contro il NAFTA, l’accordo di libero scambio che lega gli USA al Canada e il partner latino-americano, nonché contro la Cina. Appena insediatosi alla Casa Bianca, Trump ha fatto recapitare una lettera ai governi di Ottawa e Città del Messico, nella quale li si informa della rinegoziazione del NAFTA, scatenando le ire del presidente Pena Nieto, in carica dalla fine del 2012 e il cui mandato scade tra un anno. Poco fa, il suo ministro delle Finanze, Jose Antonio Meade, ha annunciato le dimissioni dalla carica per correre per le presidenziali del 2018. Esponente centrista del Partito Repubblicano Istituzionale, dovrà vedersela con il sindaco della capitale, Andres Manuel Lopez Abrador, politico di sinistra e in testa nei sondaggi. (Leggi anche: Rinegoziazione NAFTA, perché Trump può alzare la voce con il Messico)

Sul NAFTA non sembrano esservi grosse differenze tra gli schieramenti nel paese. Tutti concordano sulla necessità di difendere con le unghie e con i denti un accordo commerciale, che consente alle imprese messicane di esportare ogni anno oltre 300 miliardi di dollari nei soli USA, qualcosa come il 30% del pil. E la bilancia commerciale tra Messico e USA è attiva per il primo di circa 60 miliardi all’anno, segno che uccidere il NAFTA sarebbe privare l’economia latino-americana di ossigeno vitale.

Il solo NAFTA al Messico non è bastato

Tuttavia, proprio l’accordo di libero scambio si presta a una doppia lettura. Anzitutto, esso non è riuscito a garantire al Messico esportazioni nette verso il resto del mondo. Al contrario, i messicani comprano complessivamente dall’estero più di quanto non vendano, dato che il forte attivo commerciale vantato con gli USA viene dissipato nei confronti di altre economie. E cosa non meno preoccupante è che ben l’80% delle esportazioni si hanno solo verso il partner del nord, quello governato oggi da Trump, che punta a strappare concessioni in favore degli americani dalla rinegoziazione del NAFTA.

Spesso Trump cita i dati pre- e post-1994 sul commercio americano per dimostrare come gli USA dall’accordo, entrato in vigore quell’anno, vi avrebbero perso, esportando di meno e accusando un ampliamento del deficit. Opinabile che siano tali cifre, bisogna prendere atto, però, che non sembra che il Messico ne abbia approfittato granché. Negli ultimi 22 anni al 2016, il tasso di crescita medio della sua economia risulta essere stato di circa il 2,8% all’anno, praticamente uguale a quello di USA e Canada, i due partners del NAFTA, ma che a differenza sua erano già prima dell’accordo economie mature.

A titolo di confronto, la Corea del Sud, che oggi vanta un pil pro-capite tre volte superiore a quello messicano, è cresciuta mediamente di 2 punti percentuali in più nello stesso arco di tempo. E in termini pro-capite, la crescita reale annua del pil messicano scenderebbe ad appena il 2%, considerando che dal 1994 ad oggi la popolazione residente sia aumentata di quasi il 40%. E dal 2006, i salari reali messicani sono persino diminuiti di circa l’1% all’anno, quando in Cina sono cresciuti di oltre l’8% e in Corea del Sud dell’1,7-1,8% (dati ILO). (Leggi anche: Messico, rimesse record da immigrati negli USA)

Distanze USA-Messico inalterate con NAFTA

Queste cifre spiegherebbero i flussi migratori costanti da Messico a USA. Il pil pro-capite messicano è ancora di appena un settimo di quello del vicino al nord delle sue frontiere. Nel 1994, il rapporto era di nemmeno 5:1, ovvero le distanze tra le due economie si sono ampliate e chiaramente in favore degli USA. Naturale che ancora più di prima milioni di immigrati cerchino di attraversare il confine anche clandestinamente. Vero è, però, che tenendo conto del potere di acquisto nei due paesi, ovvero calcolando il pil con la cosiddetta PPP, si trova che con l’entrata in vigore del NAFTA, la ricchezza media annualmente prodotta in Messico sia rimasta inalterata a un terzo rispetto a quella americana. In ogni caso, la prova che le distanze non si sarebbero accorciate e che il vero problema dei messicani non sarebbe la rinegoziazione chiesta da Trump, bensì l’avere puntato tutte le speranze di uscire dalla povertà su un accordo, che si è rivelato un’arma a doppio taglio.

Il peso messicano ha guadagnato quest’anno più del 15% contro il dollaro, dopo avere toccato i minimi di sempre all’atto dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Resta il fatto che abbia perso il 45% in un decennio e che nonostante ciò, la competitività delle imprese messicane non si è mostrata sufficiente a sostenerne le esportazioni al di fuori degli USA. E così, l’OCSE può certificare che il paese sarebbe il più iniquo nella distribuzione del reddito tra tutte le economie avanzate da essa monitorate con un coefficiente di Gini pari a 0,4 (0,35 negli USA), mentre il tasso di povertà relativa è ancora agli stessi livelli dell’era pre-NAFTA. Certo, senza accordo le cose andrebbero forse pure peggio, ma almeno il dibattito innescato da Trump su import-export e immigrazione clandestina potrebbe far puntare l’attenzione pubblica sul fallimento di quasi un quarto di secolo di progressi carenti per l’economia nazionale. (Leggi anche: Peso messicano a +10% dall’insediamento di Trump, ma il rialzo ha senso?)

 

 

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