Merkel e Macron ci dicono che l’europeismo in Italia è malato, ecco perché

Perché ieri sera il Trattato franco-tedesco firmato da Angela Merkel ed Emmanuel Macron ha sconfessato decenni di malinteso senso europeista in Italia, lasciandoci con un vuoto difficile da colmare.

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Perché ieri sera il Trattato franco-tedesco firmato da Angela Merkel ed Emmanuel Macron ha sconfessato decenni di malinteso senso europeista in Italia, lasciandoci con un vuoto difficile da colmare.

Martedì pomeriggio, in quel di Aquisgrana è morta forse l’Unione Europea, ma prima di tutto l’europeismo italiano. La firma apposta da Angela Merkel ed Emmanuel Macron al Trattato di amicizia franco-tedesco, ribattezzato “carolingio” per l’alto valore simbolico del luogo in cui si è tenuto l’evento, segna certamente la fine di un’ipocrisia e al contempo di un’ingenuità tutta italiana, vale a dire quella di concepire la UE come un’istituzione realmente super partes e non, invece, il frutto delle tessiture nei decenni di una tela sovranazionale da parte degli stati membri politicamente più forti e, soprattutto, più avveduti. Francia e Germania hanno appena gettato la maschera, mostrandosi per quello che sappiamo essere sempre stati: due paesi egemoni nella costruzione europea, che legittimamente hanno utilizzato il loro peso politico per dare vita a istituzioni a loro uso e consumo.

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Lo stesso euro è nato non già per spirito di solidarietà di qualche buon samaritano di passaggio, quanto sull’accordo tra Parigi e Berlino dopo la caduta del Muro, per cui la Francia accettava suo malgrado la riunificazione tra le due Germanie, ma pretendeva e otteneva che i tedeschi mettessero in comune il loro marco con le altre monete nazionali europee, così da evitare il ripetersi del rischio storico di una superpotenza nel cuore del Vecchio Continente, che nel tempo fosse capace di strabordare, attentando a decenni di pace sudata. In cambio, Berlino pretese che le fondamenta dell’unione monetaria fossero del tutto simili a quelle create dalla Bundesbank nei 70 anni precedenti con il conio del nuovo marco post-iperinflazione. Non a caso, una germanofoba come Margaret Thatcher non accettò di fare parte del club della moneta unica, pronunciando in Parlamento i tre famosi “no” in risposta alla proposta dell’allora presidente della Commissione, Jacques Delors, di far delle istituzioni europee organi di rappresentanza al di sopra degli stati.

L’euro nacque da interessi franco-tedeschi e puntò sin da subito a porre un freno alle svalutazioni competitive, che nei due decenni precedenti alla sua nascita avevano creato instabilità e alimentato tassi d’inflazione notevoli in economie come l’Italia. Tuttavia, lo scopo non fu certo di spingere i governi più spendaccioni e inefficienti a mettersi in riga, quanto di imbrigliarli in una costruzione senza via d’uscita, con la conseguenza che il Sud Europa avrebbe dovuto accettare o un destino di declino economico o una forte perdita di ricchezza per parecchi anni, al fine di recuperare la competitività perduta, non potendo più giovarsi del riequilibrio attraverso i tassi di cambio. Nel frattempo, i forti sarebbero diventati ancora più forti, accrescendo il loro potere e l’influenza nell’area.

Da lassisti a europeisti

Come mai l’Italia accettò di fare parte dell’Eurozona senza contrapporre le proprie regole?  La marcia verso l’unione monetaria coincise con lo sgretolamento della Prima Repubblica, per cui i governi a Roma in quegli anni si mostrarono politicamente deboli, screditati sul piano internazionale e senza alcun mandato elettorale chiaro. Fu una corsa al “si salvi chi può”. Nel 1992, anno in cui veniva ratificato il Trattato di Maastricht, il quale conteneva le regole per adottare l’euro, l’Italia era alle prese con le stragi di mafia, il crollo dei partiti di governo della Prima Repubblica (DC e PSI, in particolare), l’esplosione del fenomeno “tangentopoli”, la crisi economica e la tempesta finanziaria che colpì la lira, provocandone l’uscita dallo SME (Sistema Monetario Europeo). L’unica cosa che i politici di allora fecero fu alzare le mani e firmare senza fiatare ogni carta che passasse loro sotto il naso, pur di evitare una crisi economico-finanziaria ancora più grave.

Del resto, elevato fu il senso di colpa delle classi dirigenti per avere lasciato in eredità uno stato iper-indebitato, inefficiente, con un’inflazione più alta dei livelli conosciuti presso le altre principali economie avanzate e con una lira divenuta carta straccia. Gli stessi che avevano distrutto l’economia nazionale a colpi di deficit, inflazione, scala mobile, svalutazioni competitive e governicchi balneari si convertirono in fretta al dogma dell’euro. Parliamo di personalità, che ancora oggi nell’Italia giallo-verde ricoprono cariche istituzionali non indifferenti. Dunque, dal lassismo all’europeismo il passo fu breve. Da allora, ogni dibattito su benefici e costi di qualsivoglia politica propinata da Bruxelles è stato sopito e chi ha osato nei decenni metterne in dubbio l’efficacia o la stessa bontà è stato tacciato di estremismo, di sprovvedutezza, di ignoranza e relegato ai margini degli ambienti accademici, politici, istituzionali e culturali italiani.

Il vincolo esterno del “ce lo chiede l’Europa” avrebbe dovuto, nelle intenzioni degli ex lassisti scopertisi austeri europeisti dogmatici, superare tutte le difficoltà a cui i partiti della Prima Repubblica erano andati incontro nei tentativi falliti di contenere la spesa pubblica da un lato e l’inflazione dall’altro. E si è fatto sempre più solido il convincimento che l’Italia avesse bisogno non già di politici a tutto tondo, ossia di rappresentanti delle istanze elettorali, quanto di tecnici esperti e ovviamente di provata fede europeista e non rispondenti agli italiani, a cui per la gran parte del tempo trascorso dal 1994 ad oggi è stato assegnato il compito di presiedere il ministero del Tesoro, così da blindarlo dalle mire delle maggioranze di turno. In pratica, siamo stati l’unico paese ad avere concepito l’europeismo come una visione sovranazionale e disinteressata dei problemi, quando tutti gli altri lo hanno identificato con i propri interessi nazionali. Senonché, non si è mai visto il responsabile di un problema esserne la soluzione. E, in effetti, l’Italia è andata di male in peggio.

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L’assenza di auto-critica degli europeisti

L’Unione Europea, specie a sinistra, è diventato un Moloch, una divinità che non si poteva mettere in discussione, in quanto al di sopra di ogni sospetto e di per sé infallibile. Insomma, l’europeismo è stato per un quarto di secolo la vera religione laica imposta agli italiani; fino al 4 marzo dello scorso anno, quando a urne chiuse abbiamo scoperto stupefatti, chi più e chi molto meno, che la maggioranza assoluta degli elettori avesse votato per partiti euro-scettici, ponendo fine a una narrazione grottesca, che aveva ignorato la realtà, caratterizzata da un nucleo di stati UE forti a imporre la linea al resto dell’area, trincerandosi dietro a regole scritte e interpretate a uso e consumo solo loro. E’ stato così nella gestione scriteriata del fenomeno migratorio, della crisi bancaria con annesso “bail-in”, di quella fiscale e nella difesa dei prodotti dalla concorrenza sleale cinese e di altre economie emergenti.

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Nell’ultimo anno, anziché affievolirsi, le ragioni degli euro-scettici italiani non hanno fatto che crescere, come dimostrano le tensioni tra Italia e Commissione europea su immigrazione e deficit, con la Francia autorizzata a chiudere le frontiere alpine ai migranti e persino a condurre blitz incursori sul territorio italiano, nonché ad alzare il suo disavanzo fiscale in violazione aperta del Patto di stabilità, mentre Roma è stata tacciata di razzismo e irresponsabilità fiscale per avere osato respingere come tutti gli altri stati i barconi e per avere alzato di qualche decimale il proprio deficit-obiettivo. Se pensate, però, che gli europeisti abbiano abbandonato il dogma, vi sbagliate di grosso. Sarà per dare un senso al proprio passato recente, sarà anche per lo stato di pigrizia mentale di un’Italia che politicamente e culturalmente va ormai a rimorchio di ogni moda passeggera estera, ma euro e UE continuano a non poter essere messi in dubbio agli occhi di quella minoranza elettorale, che ancora resiste tra i media e nelle istituzioni, perpetuando una retorica stanca, vuota e priva di collegamento con la realtà, anzi quotidianamente smentita dagli accadimenti a Bruxelles e presso le altre capitali europee.

Ma non si facciano illusioni nemmeno gli elettori “sovranisti”, perché i loro beniamini politici non posseggono alcun piano concreto tra le mani, anzi sono passati in poco tempo dal minacciare l’uscita dall’euro (il famoso e fumoso Piano B del ministro Savona) al professare la propria fede in esso in pochissimi mesi. Non sono preparati per un compito epocale e, soprattutto, l’Italia non si trova nelle condizioni di dettare legge a nessuno, in balia dei mercati per rifinanziare il suo immenso debito pubblico, priva di crescita da un quarto di secolo, con una struttura industriale indebolita da una crisi infinita e con una classe politica ormai cronicamente improvvisata, impossibilitata di ragionare per il lungo periodo, dovendo fare i conti con una durata media dei governi che non supera il paio d’anni. Venuto meno il dogma dell’Europa e caduta la maschera dei suoi principali attori, siamo rimasti senza fede e senza speranza.

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