Con Merkel debole, l’Europa rischia di perdere altri 4 anni

La cancelliera Merkel è più debole dopo le elezioni di domenica in Germania. Non si tratta di una buona notizia per l'Europa, che rischia altri 4 anni di stallo, potenzialmente fatali.

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La cancelliera Merkel è più debole dopo le elezioni di domenica in Germania. Non si tratta di una buona notizia per l'Europa, che rischia altri 4 anni di stallo, potenzialmente fatali.

Da domenica sera, la cancelliera Angela Merkel è un leader debole in Germania e in Europa. Le elezioni federali le hanno consegnato un quarto mandato con il risultato più basso dal 1949 per il suo partito. Cosa forse ancora peggiore per il suo futuro governo è che sarà incalzato al Bundestag da una destra euro-scettica forte (al 13% seggi) e dovrà appoggiarsi su alleati, indispensabili ai fini numerici, ma con i quali non c’è grossa condivisione degli obiettivi.

Parliamo, in particolare, dei Verdi, destinati ad entrare in maggioranza, senza che abbiano mai spartito un’esperienza rilevante sul piano nazionale con i conservatori della CDU-CSU. (Leggi anche: Europa senza la Merkel beneficio per l’Italia?)

Eppure, questo sarebbe dovuto essere il mandato che Frau Merkel avrebbe sfruttato più sul piano europeo che non ai fini interni. Assodato che è stata l’ultima candidatura alla guida del governo tedesco, la tre volte cancelliera serbava in animo di spendere l’ultima fase della sua esperienza politica nelle vesti di leader della UE e, in particolare, dell’Eurozona, puntando su riforme necessarie per evitare che in futuro si riaffaccino crisi finanziarie devastanti per la moneta unica e per offrire risposte ai cittadini di tutto il continente, che negli ultimi anni hanno voltato le spalle ai partiti tradizionali, preferendo schieramenti euro-scettici.

Se il buongiorno si vede dal mattino, nulla di tutto ciò sarà possibile per la cancelliera. Non potrà trascorrere gli ultimi suoi anni al governo a trattare più con Emmanuel Macron e a rimodellare le istituzioni comunitarie, anziché trovare un accordo giorno per giorno con gli alleati interni. Cosa ancora più difficile sarà per lei individuare una linea comune nel suo stesso governo, che le consenta di tracciare una linea chiara a Bruxelles su quanto voglia fare la Germania, prima potenza economica e politica europea.

Scarso decisionismo in Europa della cancelliera

In questi 12 anni alla cancelleria, Frau Merkel non si è distinta per decisionismo in politica estera, bensì per un attendismo quasi sfinente. Emblema di questo atteggiamento, teso a non proferire mai parole e adottare azioni nette è stata la Grecia.

Dal 2010 si discute di un salvataggio dietro l’altro, si rinvia di anno in anno la discussione sulla ristrutturazione del debito, senza che Berlino propenda mai per una soluzione definitiva, quale che essa sia. Lo stesso dicasi per il completamento della cosiddetta unione bancaria, con i tedeschi ad osteggiare l’ipotesi di una garanzia unica sui depositi, invocata dal governatore della BCE, Mario Draghi, ma al contempo senza nemmeno mostrarsi del tutto contrari. E così come anche sulla riforma dell’Eurozona: questo inverno, la cancelliera si era sbilanciata con la proposta di un’“Europa a due velocità”, salvo rimangiarsi la parola e sostenere a pochi giorni di distanza che la UE resta unita. L’unica volta che la Merkel ha effettivamente preso una decisione vera è stata sui profughi nel 2015, facendone entrare 1,3 milioni in Germania in poco più di un anno. Ed è stata con ogni probabilità la scelta che le è costata milioni di voti. (Leggi anche: Doppio euro per salvare l’Europa? L’ipotesi di una Merkel in seria difficoltà)

Su come rendere finalmente solida l’impalcatura dell’euro, la Germania non ha mai espresso una posizione chiara, se non rinviando tutti al Patto di stabilità. Poco prima delle elezioni, la Merkel aveva iniziato a trattare con il presidente francese Macron su ministro delle Finanze unico e bilancio comune nell’unione monetaria, ma si aspettava l’esito del voto tedesco per capire in quale misura e in che direzione sarebbero avvenute le concessioni. Ora, ne sappiamo meno di prima: i futuri alleati liberali di Christian Lindner sono contrari al progetto di Parigi, i Verdi lo sostengono, invocando, però, una maggiore solidarietà all’interno dell’area. Del resto, le idee chiare nel governo uscente le aveva il ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, che starebbe lasciando il posto per andare a ricoprire la carica di presidente del Bundestag.

L’Europa rischia di perdere 4 anni ancora

Se ad oggi l’indecisionismo di Frau Merkel era dovuto essenzialmente a ragioni tattiche, ovvero al rendere compatibile la leadership della Germania nella UE con le posizioni più “egoiste” all’interno del suo schieramento, nei prossimi anni non potrà che aversi un’ambiguità ancora più forte, ora che nemmeno il suo governo è direttamente nelle sue mani, esposto agli umori di alleati scomodi proprio sui temi europei.

Ed è esattamente quello di cui Draghi avrebbe meno bisogno, alle prese in queste settimane con la questione non meno rilevante di come uscire da anni di accomodamento monetario, senza che questo processo si tramuti in una nuova crisi delle economie più indebitate e deboli dell’Eurozona e della stessa moneta unica.

La BCE ha bisogno di sostegno politico per agire con mano ferma, cosa che non scaturisce dalle urne teutoniche, che al contrario consegnano instabile persino il cuore dell’Europa. E contrariamente a quanti confidano, tutto sommato, che i partiti della prossima maggioranza saranno in grado di smussare le loro posizioni, in nome della governabilità, va eccepito che con l’ingresso dell’AfD tra i banchi dei deputati è iniziata ufficialmente quella “caccia” ai partiti, svelata dal leader euro-scettico Alexander Gauland domenica sera. La legislatura che sta per avviarsi segnerà la sopravvivenza di ciascuno dei sei schieramenti politici presenti al Bundestag. Nessuno intende soccombere e fare la fine dei partiti tradizionali di paesi come Francia e Grecia, spazzati via dalle urne per incapacità di captare gli umori dell’elettorato. Meno che mai vorranno rischiare una tale fine proprio i liberali, che sono riusciti appena a rientrare in Parlamento dopo la clamorosa esclusione del 2013, né gli ambientalisti, che tornerebbero al governo dopo 12 anni di opposizione. L’Europa dovrà aspettare il 2021, sempre che quella scadenza non ci offra un quadro politico ancora più confuso in Germania. “Business as usual”, diremmo. A Bruxelles si continuerà a calciare il barattolo passo dopo passo, elezione dopo elezione, mentre in ogni angolo d’Europa la protesta si trasforma in seggi. (Leggi anche: Patto Merkel-Macron già cosa fatta? Draghi ci spera, mezza Germania no)

 

 

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